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“La poesia di Pietro Nigro, nella sua profonda ricerca di pensiero e nella sua forza immaginativa, si può definire una poesia costantemente al limite”, così esordisce Neuro Bonifazi nella prefazione alla presente opera. A tal proposito, credo di poter accostare la poetica del Nigro alla splendida passacaille del sesto movimento della “Suite n. 7 in G major” di Händel, nella quale il respiro ritmico cadenzato è ossessione timbrica raffinata e preludio ad infiorescenze meditate eppure sorprendentemente emozionanti. Così nelle liriche di Pietro Nigro si percepiscono slanci meditativi in versi protesi sui segreti della saggezza universale millenaria, la saggezza non umana che alberga nelle “pietre che parlano lingue | di un pensiero disfatto | porta di ogni conoscenza. | Ora che nel caos | intravedi la verità”. Con le sue “astronavi dell’anima” egli indaga il mistero cosmico della nostra esistenza, non senza vertigini e timori, tuttavia innalzandosi con coraggio ad osservare l’umanità con le sue dimensioni infinitesimali di tempi e di spazi, colme di limiti e contraddizioni.  Così facendo, il respiro dell’universo diviene il termine di paragone per i suoi interrogativi da cui è inevitabile ne scaturisca un intenso disagio esistenziale, evidenza della condizione nullificante dell’uomo inteso come veicolo corporale per un’anima che arde nella sua sete di conoscenza, goccia orfana che chiede ove sia la casa del mare.

Eppure le risposte poetiche differiscono in qualità e intensità rispetto a molti interrogativi condivisi da altri poeti e non; infatti Nigro, nella sua veste di poeta-filosofo, riesce a cogliere la ricorsività che si cela dietro agli affanni umani che tanto spesso ci paiono unici, chiusi come siamo nei recinti delle nostre percezioni egoistiche del mondo. Questa nostra esigenza, fatta di strade autosomiglianti che si ripetono in tempi e luoghi anche lontani eppure che ci sembrano solo nostre, è mirabilmente espressa nella lirica “Il mio spazio”, dove “Il mio spazio | percuote l’aria | interseca vicende | volontario cammino; | involontario | altre ne trapassa | linee che si avviluppano | nel gioco di mille luci … di una foto notturna. | Nasce così la storia…”. E’ però la sua inclinazione cogitabonda a spingerlo nello spazio siderale profondo della meditazione, auspicando che la sua anima con il suo “sé interiore” possano ancora “gustare l’universo .. senza le usuali pietanze | d’uso smodato; gustare le impercettibili sensazioni | che emana l’esistenza, le parole espresse e taciute | nelle infinite lingue della coscienza”. E accanto ad interrogativi visionari e stimolanti come in “E se fossimo dei file”, dove noi nello spaziotempo poetico diveniamo sequenze di codice binario nelle mani di divinità beffarde e dove il nostro dolore è solo “… l’errore, un difetto della macchina”, e accanto a filippiche tenaci contro i mali comuni dei nostri tempi (“Palco TV”, “Ho voglia di uscire solo stasera”), Nigro riesce, tra tormenti poetici e liriche peripezie, ad approdare con la sua astronave dell’anima, verso un lido da molti frequentato e profondamente umano quale è l’amore per la sua amata, con la quale trova la pace interiore conquistando l’immortalità soggettiva, quella che ognuno raggiunge, quando si sente di aver vissuto con la persona giusta, a dispetto di tutto e di tutti.

Recensione
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