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Il romanzo psicologico Brina Maurer è un’opera controcorrente, di questi tempi eretica come lo è la morale, in cui la pornografia viene indagata negli anfratti della finzione patologica che ammorba la psiche. Tra l’irriverenza dello slang giovanile si scopre una forte critica alla “pornificazione” contemporanea (dal neologismo di Pamela Paul, autrice del saggio Pornified).

Brina è la figlia adolescente di una pornostar, sua madre una stella del cinema senza vincoli censori e da subito si evince chiaro il nodo narrativo: torture psicologiche e violenze morali cui la giovane sarà esposta suo malgrado, da parte di coetanei, parenti e conoscenti sedotti dal fascino brutale della sessualità sfrenatamente esibita, tutti pronti a tacciare d’insulso moralismo la sua sensibilità offesa dall’ambiente in cui è costretta. Il senso di solitudine promana dal nido familiare, che si squarcia a baratro quando, pur di giustificare ogni crimine, i protagonisti  della vicenda tenteranno di metterle il bavaglio marchiandola a fuoco con la lettera scarlatta della schizofrenia e della paranoia.

Brina avrebbe di che duellare con Betty Friedan (leader del movimento femminista americano, autrice de La mistica della femminilità) o con Wendy McElroy autrice di XXX, a woman’s right to pornography. Par di sentirla sbottare: «I volgari non sono quelli come me», «Solo che a noi viene messo il bavaglio, perché non favoriamo l’economia. Né la politica. Né la religione. Noi siamo le vere femministe, non quelle che proclamano il sesso libero e tante libere fognate».

L’amore per i cani salverà Brina, l’amore per Trudy, Candida e Nebbiolina, sparite un giorno senza lasciare traccia per la cattiveria di qualcuno che non ha voluto darle spiegazioni, traumatizzandola e facendole perdere la fiducia nel genere umano.

Recensione
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