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Il personaggio di Bruna, se diamo credito alla locuzione latina nomen omen, davvero conteneva nel proprio appellativo il presagio di un destino, quello di ardere (dal termine celtico, brun) d’amore per il marito Rino, nonostante le copiose avversità li abbiano messi a dura prova, senza tuttavia mai spezzarne il legame.

Presagio di un destino, o destino scorto nel presagio, due facce di un “fil rouge sensitivo” che accomuna madre e figlia, nella loro capacità di intuire, lungo il fluire delle stagioni dell’anima, fondamentali accadimenti futuri, attraverso sogni premonitori o attimi di analogico, irriducibile rapimento, che le guiderà lungo binari netti, tracciati su materia oscura, invisibile a tutti, fuorché a loro stesse.

Bruna è un romanzo “genealogico”, nel senso che abbraccia e descrive diverse generazioni nel faticoso dipanarsi delle vicende succedutesi attorno al focolare metafisico e metaforico della famiglia, in un inseguimento di archi e volte elastiche, arrivi e partenze, gioie limpide e dolori atroci, meschinità e atti d’amore, e su tutti, sacrificio, senso del dovere, rispetto, onestà, chiarezza di valori.

L’epica familiare si snoda lungo il secolo dell’industrializzazione italiana del Triveneto (Rino, il marito di Bruna, avvierà uno dei più importanti pastifici italiani del secolo scorso, stimato suo pari dal grande De Cecco, cavalcando la sua intelligenza e il suo spirito imprenditoriale, rimanendo poi vittima di una congiuntura economica sfavorevole).

Racconta poi, con rapide ed efficaci incursioni narrative, delle atrocità della guerra (tramite alcuni picchi episodici che segnano profondamente i protagonisti e i parenti contigui), transitando attraverso tabù infranti che negromanticamente si ripresentano a madre e figlia (il matrimonio con un uomo vedovo), evidenzia le difficoltà di integrazione tra famiglie allargate, i cui membri spesso non si piacciono o non si accettano per via di fattori quali le differenze di età, il ceto sociale o altri pregiudizi, contaminando, inizialmente con il sospetto (poi mutato in dispetto), per giungere talvolta alla ritorsione e al ricatto, l’atmosfera di unità e solidarietà che dovrebbe animare il nucleo familiare in quanto roccaforte sociale.

La trama del libro, tuttavia, evidenzia come l’equilibrio tra la felicità e l’infelicità spesso transiti sospesa, come un funambolo circense, sul filo teso dell’incomprensione, quel divergere di volontà e scopi che frantuma, ferisce in silenzio, si mescola col rispetto e la pazienza, lo spirito di sopportazione “per il bene comune”, comportamenti lenitivi ma non curativi, qualità bivalenti che macerano lentamente, avvelenando i rapporti in maniera sottile, sotterranea, come un canale di scolo l’acqua limpida di un pozzo artesiano.

In questo senso la volontà del figlio Federico di farsi prete anziché succedere al padre nella conduzione dell’impresa di famiglia, quella del padre di intitolare la villa di Folgaria alla precedente moglie Eva o di voler chiamare con lo stesso nome la figlia avuta da Bruna, il difetto di Rino di sminuire e nascondere agli altri l’immenso amore per Bruna, il troppo attaccamento al lavoro che lo porterà a trascurare altri aspetti della sua vita, e così molti altri episodi, sono emblematici delle fragilità umane qui rappresentate.

Il romanzo possiede la profondità e il nitore di quelle storie vissute dal di dentro, qualità che più spesso di altre, le storie autobiografiche possiedono.

Non volendo svelare troppo la trama, possiamo invece effettuare piacevoli incursioni in picchiata sulla storia, ponendo in evidenza la poeticità di scorci e scene che odorano e teletrasportano, come in una macchina del tempo: “Dentro la stalla si entrava da un portone in legno, chiuso di notte da una spranga in ferro. Lì il fiato degli animali si mescolava al profumo del fieno, all’odore della terra umida, all’aroma della legna messa a stagionare in alte pile.”,”In un cantone del pecorile ci stava una cavalla chiamata Stella perché era nata con una macchia bianca sulla fronte mentre il resto del pelo era nero. Stella amava scrollare la criniera e, qualche volta, Vittorio lo giurava, rideva”, “Nella stalla gli animali dormivano sotto la luce aranciata di una lanterna. Li sentì respirare. Avanzò piano, si lasciò cadere sul covone di paglia, coperto da un vecchio lenzuolo, vi si abbandonò dentro come in un nido caldo”.

Così in un altro passaggio, parlando del suo primo e indimenticabile innamoramento per Beppe, pianista geniale: “Torno e ci sposiamo, promise due volte. La strinse a sé. la fiutò sul collo. Era in maniche di camicia, sotto un gilet azzurro. Era bello. Bruna fu sul punto di crollare quando lo vide salire sul treno e il treno partire. restò incollata a terra, si sentì svitare, uguale alle premonizioni. Passò l’estate, l’autunno, il primo inverno. Ai primi di marzo del 1935, Beppe morì fulminato dalla tubercolosi.”

Altre scene ci parlano ancora di romanticismo e passione, di tutto ciò che è preparatorio all’atto d’amore, cibo per l’anima e i suoi desideri: “L’uomo aveva uno sguardo azzurro, di un chiaro mai visto, imperioso e avvolgente. Una nuvola di testoline curiose li stava guardando parlare e ridacchiava”, romanticismo e passione che è un tutt’uno con la natura rigogliosa: “Arrivò settembre. Da dietro le nuvole il sole mandava fili di luce ambrata. I fili s’impigliavano tra i rami e le ultime foglie. Sui colli Berici il giallo discuteva con il verde della sua vita breve e meravigliosa”, “Verso ottobre le foglie si lasciano cadere sulle sedie, strappandosi ai rami, soli come niente al mondo. Anche loro due si persero, in un silenzio insieme”, “Tutto pareva una scena d’altri tempi, dipinta da Renoir: il bianco della casa, il glicine rampicante, la chioma del noce in un fluttuare di ombra e di luce”.

Si impara molto da questo libro circa una maniera di vivere meno artefatta, più “di prima mano” e non riferita, filtrata, giocata sull’impersonificazione di avatar e mondi paralleli, qualità e personalità che talvolta oggigiorno si possiedono soltanto nel cyberspazio di quest’era internettiana e fasulla, di relazioni sociali disoneste.

Così autentica la scena d’incontro e dialogo tra sorelle, il momento è principe, l’atto del comunicare si staglia sopra ogni cosa: “L’uscio scricchiolò e ancora si aprì. Una, due, tre, quattro donne entrarono, l’ultima chiuse la porta. Le figure snelle s’intuivano sotto i maglioni morbidi lavorati a mano. Si strinsero l’una all’altra salutandosi, di seguito sprofondarono allegre nel fieno. Alla luce giallognola della lampada le donne presero un’aria antica, e cominciarono a parlare. Parlare è sempre meraviglioso, è trovare quei passaggi tra una decisione e l’altra che sfuggono se non riesci a dirli, poiché restano ridotti al presente”.

Si odono echi di saggezza delicata, quanto emotivamente intensa: “E’ destino che le persone sagge muoiano quando il loro dovere è compiuto. Così il buio glielo scrisse la luna, pochi mesi dopo, nell’ora di una notte chiara sulla riva del sonno. Si sentiva vecchia, i seni pesanti dal latte donato, le gambe gonfie”.

Catturanti e sapientemente frante le descrizioni degli ambienti, la villa dei Dal Piano… pare di esserci, in un cantuccio, ad osservare: “Il viale d’ingresso alla villa era ben curato, bianco di sassolini, che in estate brillavano fiancheggiati da una fila di oleandri piantati nelle giare. Intorno, il prato si stendeva sotto le piante da frutto e i giganti due pini deodara. A rendere signorile la facciata, un giovane decoratore aveva disegnato dei fregi incorniciando le finestre. Qualche gradone in marmo accompagnava al portone d’entrata, in noce massiccio. Ai lati, come sentinelle, stavano due coppe, ognuna con un’agave dentro, di cui Rino decantava le proprietà benefiche. Quando danno il fiore muoiono, aggiungeva.”.

Oltre ad insegnamenti morali, figli in abiti caratteristici dell’etica del tempo, durante la coinvolgente lettura si apprendono molte cose pratiche, usanze che ci paiono lontane e ammantate (non arrugginite) da una dominante seppia, come in una stampa all’albumina: “I capelli si lavavano una volta al mese, il troppo sapone li avrebbe inariditi. Una volta asciutti, si ungevano con dell’olio di oliva o di noce”, così oltre, parlando della lisciaia, una sorta di lavanderia antesignana, chiamata a questo modo per via della liscivia, il detergente per il bucato: “Nel vasto locale, un pentolone pieno d’acqua gorgogliava tra scaglie di sapone e manciate di cenere per levare lo sporco dai tessuti. Era incastonato nella pietra sopra il caminetto al quale si dava legna di continuo. A bollitura finita, i panni venivano tolti con un mestolone di legno, gettati fumanti nella fontana, che riecheggiava con il suono di una cascata. Dopo l’ultimo risciacquo, il fragore pian piano si placava, restava il sussurro del fuoco, ancora acceso per un’ala.”.

La Cielo, lunga la narrazione, si mostra per ciò che è, ovvero in primis una poetessa che si appella alla prosa poetica per far respirare i suoi pensieri, ne abbiamo la certezza in passaggi come questo, pascolianamente efficaci, in un crescendo che avvolge ed ha il suo apice nella descrizione del cortile, autentica e splendida lirica incastonata tra le pieghe del romanzo: “Il sole entrava e prendeva un colore fieno in estate, un colore nevoso in inverno. Raramente lo vedevi brillare. Succedeva quando si raccoglieva sui cristalli del lampadario come fosse l’orgoglio del cielo; allora le pareti volteggiavano con i colori dell’arcobaleno”, “Al disgelo, il tetto gocciolava in suoni gonfi e carnosi”, “Il cortile non si potrà mai esprimere al meglio. Pronunciarne l’inverno è udire la pace quando la mente si abbaglia di bianco. Dire la primavera è come se dal nulla spuntasse un triplice mondo creato dal verde, dall’aria profumata, dal canto delle rondini. Cantare l’estate è vedere il tempo consacrato al pomodoro, ammirare come procede il rosso per agitare l’appetito. Ricordare l’autunno è prendere al volo i fiocchi di lana come farfalle, mentre il materassaio, scomodo sulla panchetta di legno, dondola lo scardasso avanti e indietro. Ed è annusare l’odore mite del nuovo.”.

Un libro che convince e istruisce, fa comprendere come la famiglia non sia un incidente anagrafico ma un impegno costante che comporta sacrificio per poter essere preservato nei suoi legami costituenti, un libro che avvolge nelle sue atmosfere, mettendo il mondo a parte di confidenze che si fanno universali, liberando la storia verso la poesia.
Recensione
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