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Chernobylove, un sostantivo che si dichiara deflagrante. E’ questo il concetto atomico racchiuso tra le barre di controllo dell’uranio-pensiero di Francesca Pellegrino, impilato a forza e veicolato come un laser entro il nocciolo della sua centrale poetica, oscillante sul filo di una reazione pericolosamente debordante, che poi non si sa come a più riprese, rientra in una sfera di controllo, sbattendo il lettore come un panno all’aria di tempesta, a fare i conti con i muri. Il punto è semplice, il fulcro poetico evidente: l’amore come tradimento, inteso come abbandono, privazione di sostegno. Più devastante della scoperta di una relazione extraconiugale, generatore di un dolore fatto di sottrazione, di vuoto, di silenzi, di amarezza inarginabile, più che di rabbia cieca (che pure appare, vedi Mokarabbia, Una sensazione come di assorbimento).
In queste liriche asciutte il dolore resta carne cruda ma viva, in cui lamette da barba solleticano l’epidermide come soprapensiero, per poi d’improvviso affondare in corrispondenza di tendini e vene, metaforici gangli vitali che, recisi, eruttano sangue: “(…) ne ho conosciuto uno | che diceva di amarmi e | mi guardava e guardava (…) | abbagliato | sempre e solo | dal suo bellissimo riflesso”, “ (…) che portava un vestito fatto | con la mia pelle. Tutto cucito a mano. Gli stava da Dio, così come | l’ho amato (…)”. Questa raccolta è una sorta di liturgia funerea celebrata per i defunti sogni d’amore, pesa la presenza di un figlio senza padre, o meglio, pesa l’assenza del padre per il figlio (tra i versi si trovano costellazioni di “pietre”, ovunque sparse): “(…)brav’uomo, lui | che aveva altre fiche da marcire | senza dimenticare di lasciarmi il figlioamoremio | e prendere lo shampoo.”. C’è fame e sete ovunque in queste liriche, ossessivamente ricorrono, talvolta la metafora scompare del tutto mostrando l’oggetto fisico per quello che è, altre volte ricompare riallacciandosi al tema principale, per cui, si potrebbe ardire, entrambi i volti rappresentati, paiono aver vissuto di realtà concreta, tant’è che a tratti ci sorgono dubbi: “E gli avanzi sul tavolo | non ho il coraggio di darli via | li raccolgo con un dito (…) E succede che ci resto appiccicata | notti intere”, “Mi hanno fermato | l’occhio di mio figlio | che tremava. Di fame.”, o anche “E’ una storia | lunga chilometri di solitudine | compreso la precisione chirurgica | della fame impiccata – viva | sugli stipetti (…)” o ancora “Serve l’inutilità di una briciola, | serve. | Che inganni la fame nera | dentro lo stomaco nero di pugni.” o infine “E’ bastato un pezzo di pane | e appena uno dei pomodori avanzati alla guerra | a guarire gli occhi”. Dubbi poi fugati da versi quali: (…) “considerato che la felicità | è una fame che costa amore e lacrime”… La sete, invece, ci pare da subito più metaforica, quale indice di privazione dell’elemento vitale amore, che diviene poi pianta di basilico: “Il mare dagli occhi esce senz’acqua. Sale.”, “Traspaiono perfettamente | le pieghe che fa l’anima | quando ingoio tutte le consonanti | della solitudine. Senz’acqua.”, “Che poi capita anche che ho una sete | da morire | e bevo l’acqua morta dentro il vaso.”,“C’era il basilico nel vaso | secco secco. | Una sete di foglie | da lasciarci gli occhi | per il dispiacere”. Anche il vetro, come poi il sipario e il trucco e il binomio sale-specchio, ricorrono spesso in comparse individuali: elementi di schermo i primi, che tentano di eludere il dolore, talvolta solo mostrando le deformazioni dell’anima che soffre: “Indosso sempre | un vestito di vetro | aderentissimo.” , “Stiamo dentro lo stesso vetro | acqua dentro l’acqua | quando non smette mai | di annegare – allagando gli occhi. | Quando le lacrime fanno i figli.”, mentre i secondi la bruciano, quest’anima, con la salinità delle lacrime prive di liquido (perché esausto): “Il mare dagli occhi esce senz’acqua. Sale.” o la mettono a nudo costringendola a prendere atto della sua condizione: “(…)altri aprono le tende (…) girano i volti davanti allo specchio | e gridano di guardarlo dentro, il vuoto (…)”. A tratti la coscienza pare fluire in una sorta di esperienza dissociativa extracorporea: “Non riconosco la forma | che fa la mia ombra sul muro. (…) Non pronuncia neanche le mie labbra.”, “(…) i baci hanno dismesso le labbra | e se ne stanno appesi all’invisibile.”, “Persino io | vado perfettamente addosso | alla pelle che mi contiene.”, quasi a volersi osservare dall’esterno per meglio comprendere il suo stato d’animo inguaribilmente sofferto. Ad un certo punto il cinismo, unito ad una notevole capacità di sintesi sui temi esistenziali, affiorano, non senza una punta di “pessimismo post-era dello scientismo”, fenomeno che sempre più subdolamente pare insinuarsi nelle menti sensibili come effetto del saccheggio operato sui territori propri dell’elaborazione artistica e del mondo delle fiabe, da parte della tendenza irrispettosa della scienza al voler dissezionare, bisturi alla mano, poesia, sentimenti e anima, con l’arrogante pretesa di vederle sopravvivere all’esame autoptico : “L’amore è un luogo | sempre altrove.” , “Siamo pianeti | col difetto della personalità (…), “Del resto siamo mattoni di coscienza | e di fortuna.” e infine lo splendido approdo cui si giunge in Check-in d’alta quota: “Tutto il santo giorno, piego carta | sospiro,costruisco aeroplani. (...) Qualche volta, montagne di freddo | tagliano ali e i sogni | precipitano vivi | sulle pietre | sotto. (…) Quell’aeroplano, quindi | lo finisco col fuoco. | per non farlo soffrire.”. C’è molto “ventre” femminile in questa poesia, indice del sentire dal di dentro il corpo delle cose, senza inganni né mediazioni metaforiche o sovrastrutture concettuali, c’è molta femminilità ferita e inespressa (molteplici riferimenti a patimenti della sfera sessuale ed emozionale), molta oggettivazione del dolore all’interno di organi primari sede del cuore espressivo, quali la bocca, quasi punita e violentata, costretta ad ingoiare farfalle (sogni), unghie, mosche morte (Farmville, Nouvelle cuisine, Prima vera è una parola scomposta, Biotronic, Fiesta ti tenta tre volte tanto) affinché, pare, l’intero individuo-donna si possa finalmente convincere e la smetta una buona volta di sognare: “Mi perplimo sempre meno | se non so volare.” Restano due cifre poetiche piuttosto caratteristiche: l’uso di luoghi domestici, la cucina in particolare e la zona lavanderia, con i loro oggetti (la tv, le stoviglie, la lavatrice, lo stipetto e le provviste di cibo) per “sostantivare”, nel senso di ricreare sostanza, nei confronti di parole che nella loro universalità, spesso hanno bisogno di essere riempite di colori freschi, ancorate ad oggetti concreti, affinché non volino via, senza incidere sulla nostra percezione talvolta allucinata dagli stimoli, e poi l’ironia stridente, disillusa e un poco carveriana, che si esprime tramite titoli-slogan per lo più mutuati dall’universo della pubblicità, a contrapporre un mondo “patinato” allo schiaffo del reale. Un’opera poetica espressivamente realizzata e organicamente strutturata, con un’autonomia singolare (eppure universale) ed un tema evergreen ben comunicato, secondo stilemi poco battuti. Nella speranza che dopo tanta amarezza: “Cerco un attacco soltanto | sul silenzio d’acciaio | dei miei sorsi vuoti | poi mi rimetto l’anima in borsa | e vado.”, la “fame e la sete” di felicità, si plachino un giorno. |
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