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Come sono messe le lampade

“Che fare di questi dieci anni | metterli in un libro a seccare”, “venderli all’asta che c’è sempre un feticista che ti compra | almeno il primo anno basta sia incellophanato incensurato”, “lasciarli riposare in frigo | e poi stenderli sul piano di lavoro | e farci dei biscotti da mangiare la mattina e la mattina ripensarci”, son alcuni dei versi più rappresentativi della visione poetica di Marta Biuso, una delle Donne in poesia volute da Elisa Davoglio, curatrice di collana per la Libraria Padovana Editrice in co-edizione unica e numerata con la Chelsea Editions di New York.

Versi sfibrati dalla più parte delle comuni illusioni (giovanili ?), ironicamente cinici, a tratti ricordano i clichés di Affari di Cuore di Paolo Ruffilli, quando evocano una dipendenza interpersonale morbosa e bivalente (da taluni chiamata amore): “Tu mi manchi. Non sei una persona sei un mostro. Sei un mostro e sei divino | e non sei sulla panchina con me in silenzio al sole”.

Queste liriche raccontano di legami emotivi che si radicano nella psiche degli individui che hanno vissuto relazioni fisiche ed emotive molto intense, che sopravvivono nel subconscio come entità autonome, al di là delle intenzioni e dei propositi formulati nel comune stato di veglia.

Sono legami sotterranei che avvolgono sensibilità e pensieri, condizionando l’agire quotidiano: “Sono andata al supermercato | sono andata a fare un po’ di spesa | perché tra i generi vari potrebbe esserci | potrei vederlo tra chi spinge carrelli di scatole”, anche se poi le fantasie vengono ricondotte ad una realtà difforme dai nostri desideri, e temiamo il fallimento e la delusione, quasi in via preventiva:“potrei essere lì | in un altro supermercato | in un’altra città | lontana dalla luna che non diventa mai nuova”, con il nostro “lui” che “tarda | si perde tra i corridoi”.

La solitudine di un singolo quale parzialità di una coppia spezzata, genera alienazione, senso di percezione degli eventi come su di uno schermo che non ci appartiene, né ci include e rappresenta: “Le persone fluttuano al sole | vestite a modo | fluttuano tra le vetrine | pensano di riposare con i tacchi | con le mogli e i figli | le donne si mettono i tacchi e i pantaloni stretti | e non capisco”, ne scaturisce un senso di confusione e di incertezza: “La compassione è bianca | è terra e legno che scrive sulla neve | parole nuove sorgono dal mio ripiegamento | nessuno è salvo, io sono libera”, che suona più come un capriccio che come una conclusione maturata in via necessaria a partire dalle premesse.

L’autrice percepisce, in via metaforica o personale non è dato sapere, un percorso di disintossicazione dal legame simbiotico ormai reciso, una sorta di patologia che si cerca di curare riportando all’interno di se stessa, nel proprio baricentro, tutte quella serie di proiezioni, bisogni e desideri, affidati all’altro in un rapporto di coppia (sicurezza, condivisione, conforto, aiuto, ecc.) e che, in seguito a quella situazione di mancanza, si trovano protesi su un baratro senza fondo, in punta di piedi, sbilanciati e sferzati da venti satirici e capricciosi.

Ella esprime questa consapevolezza nella lirica Il tuo medico: “Il tuo medico può aiutarti a smettere | di stare a un passo dietro | di dare un controtempo inutile al rumore delle foglie”, ove ad un tratto cerca supporto, giustificazione e definitiva causa di forza maggiore cui doversi piegare, nell’ordine naturale delle cose: “Ti lascerò andare a primavera | quando i fiori non ce la faranno più | quando è ovvio che la contrazione cessa e la luna è sempre nuova | userò le stagioni in proposito, la natura per contrariarla | per dire agli uomini che stiamo morendo | che i ghiacciai si sciolgono, il mare si gonfia | che neanche l’amore tra un uomo e una donna segue più il ciclo delle cose”, consapevolezza che si fa universale, nel tentativo di renderla più accettabile.

Ad un certo punto la poetessa sembra voler esorcizzare quel “lui” tanto amato, quasi a volerne dare una rappresentazione peggiorativa, per favorirne il distacco emotivo: “Un giorno dovrai legarmi, dovrai gettare la tua altezza in basso | farai cose orrende, dirai cose oscene | sbatterai sul letto come se qualcuno ti sparasse | urlerai contro di me, bestemmierai il tuo io | ti troverai immenso nel peccato | e dentro il mio corpo trasparente | vedrai le parole che cerchi”, ma poi rivolge la sua interlocuzione verso l’esistenza, contro cui scaglia interrogativi in cerca di risposte: “ho sbagliato a parlare con te | dovevo parlare con la vita | le nostre ragioni, scambiate | bruciano nel bosco”, quasi a giustificare il comportamento degli uomini, che soggettivamente ciascuno, detengono ragioni, ma vengono soverchiati da uno schema maligno di cui sono prigionieri o pedine.

In chiusura d’opera troviamo la lirica La copia, una sorta di ipotesi di riconciliazione auspicata, dapprima pare esser rivolta al desiderio di ravvedimento dell’altro: “Se c’è un dettaglio che non avevi visto | se quel dettaglio dettava la tua visione d’insieme | ad una luce interna”, “se scoprire il dettaglio | ti da vita o tormento | questa sarà la direzione da guardare”, poi via via il sentimento diviene invocazione, preghiera fusa col desiderio di riconciliazione della famiglia spezzata: “E se sei intelligente smetti | e l’attimo che volevi accaparrarti | diviene l’attimo perfetto | ma l’attimo di tutti | e la copia non è concessa | e tu lo sai | e sul confine torni a guardare le cose, tutte le cose | e ci farai un regalo, un bel regalo | se noi siamo il tempo | un senso speso | una cosa tagliata bene”.

Stupisce il crescendo di quest’ultima lirica, che, infine, abbandona l’egoismo, legittimo nel contesto, per un epilogo riconciliante a favore di un augurio disinteressato, un autentico segno d’amore per l’amato: “perché anche se l’amore è sparso proprio perché l’amore è sparso | continua a defluire come aver trovato il giacimento”, “e come dunque al livello abissale | profondamente stimo come muovi le tue mani | profondamente prego che tu sia | profondamente libero e felice”.

Una poesia profondamente umana, che fa del suo lessico aderente e scarno (dunque poco liricamente amplificata da oggetti d’invenzione), acre rappresentazione di ciò che arde nel camino creativo dell’autrice.

Una poesia che esemplifica contraddizioni insolubili e vitali dalla notte dei tempi, contraddizioni rinvigorite, ravvivate, seppur non propriamente rischiarate (data la brevità del volumetto), dalle liriche di Come sono messe le lampade.
Recensione
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