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Certamente Silvio Ramat ha colto nel segno quando, riferendoci in maniera molto analitica e pregnante della poetica battilaniana, ha definito il suo tòpos espressivo come: “la facoltà di cogliere – e di restituire in verbis – taluni aspetti di una situazione presente o passata, reale o fantasticata, che ai più sfugge. L’umore della cosa, del gesto, del pensiero”.

L’autrice non fa della diplomazia il suo punto forte, intenzionalmente aggredisce la realtà sfidando le contraddizioni, erutta frammenti scomodi, non sempre volendoci offrire un’interpretazione globale degli stessi, ma simulando talvolta il linguaggio rapido televisivo pubblicitario, violenta l’osservatore bombardandolo di messaggi, invitandolo a mettere ordine in un torrente fangoso che si snoda, anaconda dal pensiero fangoso: “Ricalca il filo | che nella mente collega, rimprovera | eccita, disturba. Incessante vaniloquio che sale dalle pagine | di un giornale, che scende dalle immagini | parlate parlanti”, ove “Mel spaventa il cinema-paradiso | el porno soft e della fiction pulp. | I laici e gli altri. Vogliamo i pacs. No, | non li vogliamo perché sono inutili. | Oppure utili quanto l’avanzata | dei barbari clandestini o mafiosi | o aspiranti suicidi che osano per | Osama. Abbiamo realizzato. Stiamo | realizzando. | Realizzeremo numeri | insperati di voti. Poligamia, | vendetta, pena di morte sono un istinto | non un’idea. Votiamo. Non votiamo.”, “le morti | bianche: un vuoto legislativo”, l’uguaglianza fra uomo e donna è una | comprensibile idiozia. Parlano le | femministe. Ma quando urge la furia | si colpisce: di preferenza donna | o bambino. Più facile. Più vile | più sadomaso. A volte più satanico. | Sette sataniche, risulta vadano moltiplicandosi. Chi vuol essere | milionario ? Un gioco, un mito che | rivela. Inconscio collettivo e audience”.

Poesia di rottura, senza mezzi termini né illusioni, gancio allo stomaco delle protezioni alle parti sensibili che ciascuno (anche Governi ed entità più astratte) edifica a proprio piacimento e giustificazione quali argini per la propria coscienza di comodo, affinché il fango non tracimi, per carità, oltre le comodità abituali e quotidiane: “Sono maleodoranti | i morti. Bruciarli seppellirli | gettarli nel profondo di un oceano | ucciderli una seconda volta | non serve. Puzzano.”, è un’invettiva per immagini contro eccidi e stragi e crimini di guerra, quelle “fosse di Katyn in riva al Dnepr | o l’assalto di Porzûs”, quegli “anfratti | sotterranei, i precipizi che qui | chiamano foibe”.

Non risparmia nessuno, Marilla, spara e spara, guerrigliera a suo modo, con umorismo che muta in sarcasmo al vetriolo, così parlando di quei “luoghi dove altri si | resero defunti dimenticando | loro, i dementi, di inalare l’aria”, e poi fintamente recede, rincarando la dose con l’irriverente motto: “Qui mi scuso con madama poesia”.

E’ l’invocazione rivolta a questo “mondo | fuori di sesto, del senno di poi | stracolmo, di varchi impassibili | fra avere e non avere” a farle auspicare che “si muova | in tempo l’ago dello scambio | sulle rotaie o non torneremo | a sereni percorsi oltre il tunnel”.

Questo mondo la disturba nello stomaco coscienzioso, causando ulcerazioni che umoreggiano così: “governano i quaranta ladroni | a derubare popoli ignari: | per sempre depravati dalla formula | che riempie di petrolio la lampada | di Aladino e ne fa scaturire | magiche riserve”.

L’energia filosofica (nel verso indagatorio di un rompicapo del quale si cerca una soluzione coerente) si fa in seguito potentissima (e qui condivisa) rabbia di uno spirito che è inesauribile ricerca di un senso metafisico e, a suo modo, religiosamente laico e razionale, quasi desiderato, rispetto ai dolorosi dilemmi cui l’umanità tutta viene sottoposta: “Ma sì, gente! La teologia lo dice | chiaro per chi voglia intendere: noi | uomini (e donne) siamo il Suo teatrino.”, quel ripudiare (tuttavia, a nostro modesto avviso, in realtà avallare) il parallelismo kafkiano di artisti-scarabei, quel parlare di un “valore | non monetizzabile che trasforma | ogni autore in disabile”, vittima di un “lessema” che “assume le valenze | di incapacità al sensato ed etico | quotidiano travaglio”.

Quell’iconografia pagana e debordante, da atmosfera cyber-punk e opprimente, in cui il Grande Romanziere, quasi orwelliano ma più decadente e postmoderno, “Lui le storie non le scrive, | le fa vivere | da noi amatissimi pupazzi | per i quali è chiaro che stravede”, ci parla di un’eresia totale e priva di possibilità di ravvedimento, che nasce da radicamenti lontani, forse sofferti, certamente maturati dopo estenuanti confronti con la cultura predominante.

La Battilana, forte del suo pozzo artesiano da cui attinge acque taglienti e gelide, e di strumenti espressivi che dispensano rasoiate di ghiaccio secco (quello che solletica temperature prossime allo zero assoluto…), si scaglia contro i giovani poeti (poetastri ingenui ?) che “una vendemmia incanta per colori | per succhi e trepestio di lavoranti | e a cui il cuore sobbalza per fuga | zigzagante di lepre nell’erba”, magari invece semplicemente collocati su assi temporali ed evolutivi differenti, evidenziando il suo disagio esistenziale, quella sua urgenza espressiva che è ricerca maledetta di una verità primeva che si cerca di agguantare mentre la miccia brucia, rosicchiando tra le scintille lo stoppino dell’innesco.

In effetti “La ricerca di chi avanza negli anni | lotta contro il tempo | si fa ctonia, subliminare, ansiosa. | Vaga per fiumi carsici dell’anima | vuole segreti non noti al vento | si cala in un crepaccio che attraversi | falde geologiche di un monte | spessore grigio rosa di un cervello”, qui l’autrice cerca la “Poesia speranza. | Poesia paura. | Poesia pura.”, prima “del varco ultimo stellare”.

Ma è la stessa poetessa è definirci la poesia quale “vanga e piccone | per scavare sottoterra | fino al regno dei morti”, la sua,, in particolare come “Mistura di lamento e di invettiva, | di feroce sarcasmo e di creativa | giogia per il lampo improvviso che | rivela l’esistenza, sì, dolore e noia * ma anche dono per ogni creatura | umana di indagare la ventura | propria ed altrui con l’arma più strana, | questa sì sempre morente, questa vana | poesia che non muore. | Ed è parente prossima di amore.”, consapevole che “entrambi” (cerebro e precordi ?) “esigono, per affascinare, | solo il giusto linguaggio: | delicato o scurrile non importa. | il resto è selva di interrogativi | senza alcuna credibile risposta”.

Non capiamo perché affermi “Poesia uguale pace”, visto lo stile adottato che non ammette compromessi, tuttavia forse ella sottintende un significato riflessivo ed interiore volto al poeta in quanto tale, più che riferito ad un significato funzionale legato sinonimo di “fonte dispensatrice di”, mentre invece concordiamo su quel “La poesia è indispensabile”, che certamente rende merito ad uno scopo assolto a pieni voti da molti dei suoi esponenti storicamente più rilevanti.

Certamente una poetica forte, come lo sono le cosmogonie pragmatiche generate da vite vissute e percepite (il soggettivo-oggettivo è inscindibile) in maniera travagliata e dal bilancio complessivamente scavato tra voragini positive e negative.

Ce lo confida, segretamente pubblica, in Omaggio ad Edgar Lee Masters: “Come credete che sia andata? | Quelli a cui piacevo non mi piacevano. | Rispetto le mestieranti | passeggiatrici o altolocate: | io politicamente corretta | e loro, in taluni paesi, | sindacalizzate. | Così mi sono sposata un po’ tardi | ho tanto lavorato e non ho avuto | bambini: forse perché lui | fumava e beveva, bravo | nel suo lavoro, m intossicato. Non scrivo né leggo | soavi poesie d’amore: è che | non ci credo. C’è sempre di mezzo | un’eredità o uno stipendio. Albe | e tramonti arrivano in seguito. Il | profumo delle zagare è costoso”.

Certamente il trittico Omaggio ad Edgar Lee Masters, Disamato amore, Ars censoria, rappresentano i paradigmi di chi ha perduto (e poi universalizzato), legittimamente e pur lottando, tuttavia soffocato dall’esperienza, dall’età, dalla mera statistica, la speranza e la fiducia nei confronti del Dio Amore, prevertianamente ancora posseduto dalle giovani coppie e dai benedetti dalla dea bendata.

Merita poi una menzione a parte la sezione denominata “Esercizi alla Tastiera”, nella quale lo stile astioso e destrutturante indossa spesso la veste metrica del sonetto classico in cui l’invettiva “socialmente utile”, affronta e denuda il finto paradosso irrisolvibile delle prostitute (in strada) contro le quali molti si scagliano (con atteggiamenti di facciata) e poi concretamente nessuno, (vuole) riesce ad arginare, o come in Shabbat si espongono all’aria le ferite aperte legate alla dissoluzione dei valori sani e perché no, anche cristianamente, o laicamente, ben pensanti e conformi.

Viene poi la sezione “Abitare in Friuli”, diversamente vissuta e respirata nell’afflato creativo, direzionata più sui toni malinconici di ciò che si è apprezzato e ricevuto dalla vita (a dire che non tutto è stato negativo).

Qui si apprezzano versi accostabili ad Umberto Piersanti, piacciono quegli “intrecci di complesse leggi sulla scorza rubicanata | come la cute di certi cavalli”, quelle “porte aperte | sulla balconata” che “guardano dalla pianura montagne irraggiungibili al mio passo”, quel “trumeau che nascondeva – bastava | alzare la ribaltina e dare | un giro di chiave – i miei primi crimini | letterari e grafici”, “C’è perfino | il bacile dove usavo lavare | le stoviglie nel cottage americano | guardando cardinali rossi, gazze | azzurrine striate di bianco e | scoiattoli al di là della finestra | a ghigliottina e mi credevo Biancaneve”.

Citiamo ancora la poesia Vajont, perla originale in cui il celebre e tragico disastro della diga franata, viene descritta dal punto di vista di un gatto addormentato vicino al focolare e poi sommerso dalla massa fangosa, insieme a cose e persone, e che giunto nell’aldilà diviene capace di comprendere i discorsi umani, testimoniando il fatto che “tutti sapevano e nessuno aveva fatto”, perché “Esistono gerarchie fra loro | forti come tra noi felini”.

Segue poi “Ragguagli sull’America”, altra sezione probabilmente scritta durante (o rimembrando?) i soggiorni dell’autrice Oltreoceano (Marilla Battilana è stata accademica di fama, docente di anglistica all’università di Venezia, titolare di cattedra di letteratura angloamericana presso l’università di Padova, docente di lingua e letteratura italiana alla Southern Illinois University e ancora docente di italianistica alla Queen’s University di Belfast), sezione ove affiorano riflessioni sulla linguistica (“Quando conosci una lingua? | Quando negli abbandoni amorosi | le sue parole ti sfuggono di bocca”) e sui modelli educativi americani (non dissimili da quelli europei).

Spazia infine, questo poetico elucubrare, fino “Alla fisica quantistica”, ultima sezione dell’opera, ove nel componimento N.2, troviamo un pregevole autoritratto, come nelle migliori tradizioni pittoriche della storia (l’autrice è pure pittrice di livello), modo o maniera di confidare ai lettori il suo aspetto, donandoci di sé un’immagine soddisfatta e realizzata, ancorché mai sazia nella sua sete di ricerca esistenziale.

Una poesia ricchissima, “frangidenti”, di concreta immedesimazione globale in tutte le contraddizioni e miserie umane, per questo incontenibile e non foderata di illusioni, la poetessa diviene Pangea-Madre che tutto contiene, di là da tempi, luoghi, misure: “Sono stata un’ameba nel marasma | un pesce nell’oceano | un delfino | una scimmia nel Borneo | un umano del Neandertal, | una schiava babilonese | uno scriba egiziano | un liberto romano | un monaco buddista | un frate cistercense | una madre di sei figlie | il tenutario di un banco dei pegni | un chierico vagante, un acrobata di circo | un pioniere americano | una pazza di Bedlam | una bimba ammazzata | una pianista acclamata | un’accademica distratta. | Sono ancora tutto quanto sopra. | Per accumulazione.

Recensione
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