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Diakrónos. Appunti di studio sul Ciclo delle diacronie

Con la presente pubblicazione, edita per i tipi di Campanotto in un’elegante veste rilegata con filo di refe, si è compiuta gradita opera divulgativa del complesso universo creativo ed elucubrativo di Luca Cenisi.

L’autore si è contraddistinto, come in parte già rilevato in precedenti occasioni, per una capacità straordinaria nell’indagare trasversalmente, soprattutto ma non solo, il mondo delle poetiche orientali (intese come costrutti filosofici, ma anche metrici, a fondazione delle opere in versi), relazionandolo dialetticamente con alcuni baluardi del razionalismo contemporaneo, quali ad esempio la psicoanalisi di stampo cognitivistico, le teorie del caos alla base dell’arte generativa, così come molte delle correnti filosofiche del secolo scorso.

E’ certamente quest’attitudine agli studi comparati ed alle contaminazioni transettoriali, unitamente ad un approccio metodico e culturalmente ben fondato, l’aspetto più chiaramente conclamato del modus creandi del Cenisi, qui al suo apice didascalico, sintetico ed al contempo esplicativo, di se stesso (in effetti il presente libro potrebbe ben dirsi un “saggio su se stesso”).

Si tratta dunque di un libro, de facto, di filosofia poetica, che ha l’intento di spiegare nel dettaglio, e di sistematicizzare, il substrato alla base delle opere poetiche dell’autore, qui citate marginalmente quali exempla o concrezioni del fluido filosofico creativo.

Tale substrato è in maniera nettamente predominante (e primeva) di stampo razionale, anche quando l’autore ci parla di equilibri tra stati emozionali e razionali, o di onirismo trascendentale, in quanto la razionalità è quasi necessità causale di ogni filosofia, che diversamente non potrebbe descrivere se stessa, trovandosi muta in contemplazione allo specchio.

Uno dei pericoli cui si va incontro nell’ansia sincretistica, indagatoria ma pure combinatoria in senso statistico, è proprio quello di es-porsi inavvertitamente quale epigono di altri, dai quali si son tratte le origini per una variazione concettuale più o meno sistemica e strutturata.

Non ne è immune nemmeno l’autore, ma il fenomeno non meraviglia (anzi potrebbe dirsi prodotto necessario e derivato dalle premesse), in quanto la sua ansia rielaborativa del vissuto o del culturalmente incontrato, scaturisce decine di teorie e teoremi esistenzialistici, manifesti e strutture metrico-filosofiche, re-interpretazioni o combinazioni talvolta di formulazioni storicamente assodate, ma anche, in altri casi, esiti più marcatamente connotati da una specificità individuale e creativa che rende onore alla passione ed agli studi profusi.

Ciò su cui si vuol porre l’accento, più che sulle singole correnti di pensiero (talune delle quali, in precedenti occasioni, già esaminate per sommi capi), è la centralità, in molte se non in tutte queste formulazioni filosofiche, della poesia quale strumenti salvifico (ricordando Dostoevskij nel celebre aforisma: “La bellezza salverà il mondo”) e rimedio per una condizione di impasse esistenziale che pare connaturata alla condizione umana.

Ne scaturisce una vera e propria religione della poesia, spada la cui elsa è impugnata dalla coscienza, connubio materiale-immateriale in grado di travalicare i conflitti mente-cuore proiettando l’individuo nella stratosfera dello Spirito, dimora percettiva immanente e scevra da dubbi esistenziali.

Il percorso evoluzionistico-esistenzialistico del pensiero cenisiano, evolutosi attraverso l’analisi e la formulazione di quelli che definiremo “prototipi teoretici” (costrutti speculativi in fieri pertanto forse singolarmente non abbastanza autonomi dalle loro molteplici fonti ispiratorie, vedi in dettaglio l’Onirismo trascendentale rispetto all’onirismo cognitivi stico, L’Esistenzialismo conflittuale rispetto a quello canonico, L’Istintivismo in senso poetico rispetto a quello post-darwinista dei vari W. James o W. McDougall o ancora il Razionalismo emozionale e il Lirismo catartico rispetto agli influssi dei quasi-archetipi filosofici di ogni tempo), ha dato luogo al genere Kokoro no hana (dal giapponese “fiore dell’anima”), costrutto filosofico e poetico che intende fondere la tradizionale poesia in versi liberi con l’estasi ed il candore del genere Haiku.

Così direttamente dalle vivide parole del filosofo-poeta: “L’elemento centrale di questa sperimentazione letteraria è stato da me denominato tane (“seme”): le liriche racchiudono, infatti, al loro interno e quale nucleo centrale, uno haiku (o un senryū) legato intimamente ai versi che lo circondano, che lo avvolgono proprio come fa la terra con il seme appena piantato. Seme che, nel tessuto poetico così ordito, opera come “perno emozionale” intorno al quale si sviluppa e consolida l’intero impianto strutturale dei versi liberi, i quali hanno il compito di fungere da “grembo materno” per lo haiku, terreno (tsuchi) nel quale il seme diverrà fiore (da qui il termine “hana”)”.

Poetica Kokoro no hana che è poesia razionalizzata contenuta nella sua enunciazione stessa (molto belli i concetti “hana dell’alba” e “hana del tramonto”), forse spingendosi sul versante dell’intensità addirittura oltre l’esempio stesso dei suoi versi-manifesto, nei quali ci sembra di percepire una sorta di “diluizione emozionale” dello haiku all’interno del suo grembo retorico in versi liberi, grembo che quasi pare voler indicare una via interpretativa, violazione in note non a piè di pagina, al santuario dei segreti rintocchi che la poesia solitamente ed individualmente dona durante la lettura: “Fluttuano le foglie innocenti | sulle note del silenzio; | spiegano le ali i frammenti di un sole | che tra le fronde canta primavera. | Come un vagabondo cammino | per le erbose retrovie della natura, | interrogandomi sulla celeste genealogia | di questo paradiso a me caro. | D’un tratto da una margherita | avverto il levarsi di una cantilena | dal vago retrogusto d’immortalità … | Su quel pentagramma improvvisato, | il passero che timidamente si era negato | alla mia vista | compone orgoglioso il suo haiku mattutino: | Sboccia tra i rovi | una rosa scarlatta : | requiem d’amore. | Disarmato al cospetto dell’eternità, | stringo al petto quei versi elementari, | incredulo (immensamente incredulo!) | d’aver accolto in me, un’ultima volta, | i cocci di una vita | che sempre mi ha negato il suo sorriso”.

Per quanto sopra esposto riteniamo pertanto che l’enunciato n.16 del manifesto del Kokoro no hana, il quale recita: “Il Kokoro no hana è pura emozione. Piantato il seme dell’anima nel terreno della poesia, questi diverrà uno splendido fiore, simbolo dell’amore immune al lento ed inesorabile scorrere delle lancette sul quadrante della vita”, non sia del tutto corrispondente agli esiti poi concretati in versi, rimanendo pur tuttavia, una splendida metafora e fonte d’ispirazione creativa.

Altro aspetto interessante, piacevolmente incontrato lungo il percorso della lettura, riguarda la poetica Sablier e i suoi vers du changement (ampiamente trattata ed elogiata in tempi recenti dal sottoscritto ed alla cui disamina si fa rimando) è la caratteristica evolutiva della stessa, originatasi da una variazione sullo schema metrico della sijo coreana, segno della grande ed instancabile ricerca dell’autore fra i meandri della storia della poesia orientale, certamente poco nota in Occidente.

Ancora particolarmente degno di nota è poi il genere keiryū (dal giapponese, letteralmente “torrente di montagna”), inventato dall’autore, in antipodica e sostanziale opposizione con lo haiku.

Tale componimento poetico vuole simboleggiare, nelle parole dell’autore: “l’esigenza di una ricerca interiore, diacronicamente orientata allo spirito e al suo afflato vitale”, intende “consentire all’uomo una profonda e sincera indagine introspettiva” e può dirsi, a ragione: “il prodotto finale di quel percorso di ricerca poietico-esistenzialistica inaugurato con il genere Hana e sviluppatosi attraverso oasi di riflessione intimistica successive”, riferendosi qui alle cosiddette formulazioni teoriche contenute nel Ciclo delle Diacronie.

Per quanto riguarda, in particolare, il capitolo secondo, intitolato Lo sviluppo dello studio esistenzialistico, annotiamo a margine, senza pretese di attendibilità accademica, il fatto che i concetti esposti trovano largo riscontro in assodate tematiche filosofiche da sempre oggetto di studio e trattazione, sia in Oriente, sia in Occidente: l’opposizione Yin-Yang, il trittico dialettico cuore-mente-spirito, l’antitesi istinto-ragione, il ruolo centrale della coscienza e della consapevolezza, sono qui ripresi ed illustrati attraverso diagrammi meccanicistici e chiarificatori, con l’aggiunta di talune espressioni figurative che ci paiono degne di menzione, quali per esempio il concetto che i moti della coscienza esalati nel pentimento siano una sorta di “ipervibrazione dello spirito violato”, oppure il concetto di morte quale evento scaturente una “dilatazione all’infinito della circonferenza spirituale” o della “sua totale involuzione”, che darebbero luogo, rispettivamente, al Paradiso ed all’Inferno.

Di là da un Erich Fromm di cui si percepisce un certo influsso o quantomeno una certa consonanza di fondo, il Cenisi ci conduce a scandagliare “l’eterno conflitto tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, tra azioni solo immaginate ed azioni consumate”, in un amalgama magmatico oscillante tra una condizione di “geometrizzazione del noto” ed un più valido ed originale contributo speculativo, nonché, seppur in misura a nostro avviso inferiore ma pur sempre con dignità espresso, poetico e letterario.

Per questi motivi riteniamo l’autore un filosofo-poeta, intendo col tale ordine contenuto nel binomio, una misura di valore le cui entità sono comunque entrambe positive, ma volendo porre l’accento sul merito di aver tras-dotto (nel senso energetico del termine) concetti propri di altre dimensioni intellettuali, riconducendoli a fondamenti dell’atto poietico, conferendo allo stesso una sorta di investitura cavalleresca capace di suggerire l’illusione di una possibile assolutizzazione del relativismo dell’esistenza percettiva (vedi schema e teoria Euritmonimistica), evento tanto romantico quanto difficilmente dimostrabile.

Un’opera che va percepita come un percorso interiore piuttosto profondo, di cui veniamo generosamente messi a parte nel suo divenire, senza nascondimenti, dunque, circa le imperfezioni che la scolpitura comporta prima che l’opera sia terminata, e che si fregia pure di alcuni castoni appropriatamente ingemmati da edifici filosofici che rivendicano la propria autonomia rispetto ai propri padri concettuali, cui dovere, comunque, un debito di riconoscenza.

Un’opera che esprime un notevole fervore intellettuale ed una sana determinazione di stampo conoscitivo, che coinvolge il lettore in riflessioni, anche critiche, rispetto agli enunciati dell’autore (non ultimo: “L’abbraccio animistico della natura è l’unica vera certezza su cui l’uomo possa fare affidamento”, oppure la frase: “La variabile anima rende, infatti, volatile ogni più radicata certezza”, che andrebbero messi a confronto con tutti gli studi sull’intelligenza artificiale, nonché con i suoi più attuali risultati), stimolando in sintesi la crescita catartica e la ricerca della propria verità interiore, il che non è certamente poco.
Recensione
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