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“Poesia paesaggistica a tema”, quella di Paolo Carlucci. Paesaggio non solo come raffigurazione estetica o metaforica di luoghi, bensì sapiente mediazione scrittoria tra elementi architettonici, naturalistici, storici, quasi una guida turistica dei luoghi dell’anima cari al poeta.

Poesia difficile, non nel senso della comprensibilità del dettato, piuttosto rispetto all’argomento per il quale arduo e non accessibile a tutti, potrebbe essere il compito e l’intenzione di elevare quelle che in massima parte sono delle descrizioni, evitando la repetita (non) juvant e insufflando loro la vita poetica, alito lirico che distingue la noia del catalogo da un cuscino di velluto ricamato dalla geografia interiore dell’autore.

In questo il Carlucci riesce pienamente, con personalità e misura: non una parola di troppo, un’incertezza lessicale, un inciampo metrico, soltanto passione e sentimento fioriti da un terreno cognitivo fertile e preparato. Il suo poetare è un bosco-giardino, ove si mantiene la naturalità del paesaggio eppure ogni cosa non è lasciata al caso, è frutto di cura sapiente, di attenzione al particolare.

Riprendendo la riflessione del coinvolgente e dotto prefatore Emerico Giachery, il Carlucci non scivola nei facili compiacimenti culturali bensì comunica l’importanza e la bellezza dei luoghi e oppone loro, spesso, come contraltare, l’elemento antropico quasi-inquinante, cercando di stimolare, per contrasto, delle riflessioni tangenziali alla direzione del moto del discorso estetico.

Così in Chiostro viterbese: “C’è a Viterbo un chiostro”, “Perla ovattata nell’abbandono”, “Eppure, adiacente, la Bestia moderna | imbratta di voci, di segni, le vie. | Gracida insonne il Nulla | che punge di voci sgraziate il silenzio”, trova un, forse inconsapevole, richiamo al Nulla archetipico di Micheal Ende ne La storia infinita, o ancora quelle “Frustate di luce che trema | sui vetri del pullman | che scende in città”, o quella “croce al neon | tra le insegne dei motel | sulla Francigena” o ancora, parlando del suo paese, un “borgo antico | un sortilegio di pietre, di vento, | di sole” ove “Vanno all’imbrunire aguzze | le voci di vento dei ragazzi | moderni centauri tra stupori barocchi | a cercare nuovi amori sul sagrato | tra le trecce nuove in minigonna | sciabordare di giovinezza rombante | tra i portali”, o infine, “sull’abisso vicino alla chiesa | il moderno sortilegio di un bar”.

E’ nel contrasto che si staglia il suo messaggio, netto. Sono quelle “balze di silenzio fiorite d’oleandri, | purpurei ombrelli di solitaria bellezza | di luce nel vento” ad opporsi a quel “carnevale di ombrelloni” che “Sta, lontano sui dirupi” in Ansedonia a dirci, forse, di una propensione del poeta ad una vita contemplativa (nel senso di attitudine alla reinterpretazione interiore), seppur non per questo, ascetica.

La sua è una consapevolezza, pacata nei modi, eppure fortemente determinata nell’intento complessivo, circa l’immenso patrimonio artistico e paesaggistico della zona che in Viterbo trova la capitale della Tuscia e dell’Etruria in generale (regione geografica che estende poi le sue ultime propaggini nella maremma): Ronciglione, Vetralla, San Martino al Cimino, Bomarzo (celebre il suo giardino detto il “Parco dei mostri di Bomarzo”, frutto dell’ingegno dell'architetto cinquecentesco Pirro Ligorio, il quale completò San Pietro dopo la morte di Michelangelo e realizzò pure Villa d'Este a Tivoli), Civita Castellana e le chiese di Tuscania, Viterbo (ed i suoi gatti “un po’ pazzi | vive pietre d’opale | nella notte dei palazzi | orlati di profferli | sonnecchiano alle porte | degli antiquari”) … ma anche il lago di Vico e di Bolsena, i monti Cimini, e gli scorci di faggeta, i querceti (“Nude menadi furenti | unghiano il cielo | dell’inverno | ed hanno pace”), e l’Argentario… di ogni luogo un quadretto incisivo che invita all’immaginazione, ad esserci.

E’ certamente la fulminea invenzione retorica del Carlucci a tener vivo l’interesse di chi quei luoghi magari, a torto, non li conosce: “Pare si schiuda allora persa ala vergine di vento | tra queste arse doline luminose del male | che il mare occhieggia sospirando”, “le torri: filari di pietra”, “Tra queste ogive ove la luce, | scalza, s’accampa | nuda pungendo l’infinito”, “Tra i vicoli | colori di fiori | odori di mestieri. | Voci di donne | alle finestre | tra le torri”, “Civita, scabra meraviglia, | rupe sbranata dalle intemperie” e quelle torri a Tarquinia, “ventose favole di pietra” e così, senza soluzione di continuità, lungo lo scorrere dei testi, “tra le unghie delle vie | odorose di vino”, un continuo susseguirsi di gemme in cui l’elemento architettonico e quello paesaggistico acquistano linfa vitale.

C’è un fortissimo senso di religiosità nelle liriche carlucciane, anche cristiana: a più riprese i rintocchi dei Vespri scandiscono tempi e riflessioni, ci si rammarica per la sacralità violata di chiostri ed abbazie, ma anche templi naturali: “tra queste volte, | sublimi d’umiltà, | oggi invase dalla sacra indifferenza | della fede degli altri”, oppure, parlando della rupe di Civita di Bagnoregio e definendola “bianca bufera | di sassi, | al plenilunio, veste di cristiano splendore”, si sofferma sulla spiritualità dei luoghi, spesso disturbati dalle ragioni dell’uomo e invita l’essere umano al rispetto ed alla giusta (umile) collocazione di sé rispetto alla Natura.

Molta luce (o assenza di) è presente ovunque ad enfatizzare sagome di muraglioni millenari, a dare profondità come luci d’ambiente, per mano di sapiente regista, collocate.

Quasi una poesia fotosensibile, come pellicola eccitata a scandire istanti significativi: “Avvolta dalla nebbia | cinerina | si svela improvvisa | in una siepe di tufo | la magia di un campanile”, “Sei, Viterbo, | come un fiore strano | di vicoli bui | segnati dall’ombra | delle torri, delle chiese, | dove segreti Cristi | segregati vaniscono | nel martirio luminoso | dei ceri dei fedeli” o ancora “Vestali di pietra, cuspidi di un fuoco | stanno nella notte di luce | queste mura antiche”, “Tra sole e nubi | l’incerta luce delle case | tra stracci di colori accesi | i misteri dei paesi”, sono solo alcuni esempi di queste atmosfere, che a tratti, ricordano, in narrativa, Il nome della rosa di Umberto Eco.

E poi felici ritagli di natura, campiture fugaci che rappresentano il cuore poetico di un luogo, non già attraverso la descrizione di questo, bensì tramite la sensibile cattura del movimento sulla scena: “Tra queste conche d’ulivi | il vento pare | stasera | tra i rami | la luce delle stelle | pettinare”, oppure in Borgo maremmano quei “casolari nel nulla sprangati, | tra verdi imposte d’alberi” ove irrompe “la festa del mare | all’improvviso”, o ancora quell’abbaglio mattutino, quel “canto dell’alba”, “sul mare lontano | sbucciato | da un coltello | di luce”.

Un attaccamento alla sua terra encomiabile, una silente battaglia (ma non solo) contro lo scempio della modernità, portata avanti con la forza dell’esempio edificante, talvolta dell’umorismo quale chiave di rottura degli schemi (Canti a Tarquinia, Su “La fanciulla Velca”, S.o.s. Etruschi al buio!), piuttosto che con la maldisponente polemica, che, peraltro, non pare essergli propria.

Un’opera solida dalla poetica compiuta, come l’architettura e la storia millenaria di cui ci canta, un’opera in grado di connotare il suo autore a tal punto da consentirgli di resistere all’Alzheimer della memoria culturale nostrana, per molti anni a venire.

Un’autentica testimonianza di amore per la storia e la cultura dei luoghi cari, un invito al rispetto profondo dell’arte e della Natura. A queste intenzioni ed esiti, entrambi riusciti, non possiamo che associare la nostra vicinanza solidale.

Recensione
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