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In rete di loro si dice siano padre e figlia e, assumendo come veritiera tale affermazione, subito notiamo, come spesso accade, come i legami di sangue, pur se amalgamati ai differenti percorsi di vita, agli interessi, studi esperienze e passioni, permangano evidenti eppure assumano le sembianze di sotterranee attitudini indagatorie, fili di refe massonici che ri-legano passi in comune.

Alberto Liguoro, un lungo passato nella magistratura, già avvocato penalista con la passione della scrittura, giornalista e autore di romanzi e poesie, raccoglie in questo volumetto condiviso, un racconto camuffato da “bozza dattiloscritta da mano anonima, pochi fogli abbandonati”, “(…) trovati per puro caso su uno scaffale, in un angolo appartato della biblioteca civica della ex Stalingrado d’Italia (…)” dal titolo Ed Ecco…l’epilogo, qui riportato in vece di una risposta ai tanti commenti ricevuti alle sue opere precedenti , Poema italia e I valori dell’Italia, dal sapore politologicamente critico e analitico dello scenario nazional-popolare.

Tale racconto, omaggio all’inavvicinabile Isaac Asimov, ne ricalca l’ispirazione talvolta volta a sintetizzare situazioni cicliche che si snodano attraverso i secoli, lentissime correnti temporali che attraverso una somma algebrica di atrocità, opere d’arte, atti eroici, noia e quotidiana ripetizione di amore, preghiera e tragici errori, crea quel fenomeno che presuntuosamente definiamo evoluzione.

In effetti, nell’arco di poche pagine, sembra di scorgere l’intenzione di riassumere “a volo d’uccello”, la storia umana del secolo scorso, con i suoi contrasti, moti d’impeto e oscillazioni umorali altalenanti.

Tuttavia ben presto ci si avvede degli innesti fantascientifici e filosofici operati dall’autore, il quale rivela, tramite rapide inversioni concettuali, quasi a sottolineare l’aspetto di segnavento della specie-banderuola umana, l’excursus di un carrozzone di generazioni che, avvicendandosi, devono necessariamente trovare alcuni elementi rappresentativi di sé, onde non disperdersi in una non-esistenza.

Dunque i luoghi e le istituzioni di governo perdono la loro connotazione di univocità divenendo metafore incoronate dall’iniziale maiuscola, emblemi di categorie di pensiero universali, quasi archetipiche (Grandi Lobbies Internazionali, Proletariato, Grandi Religioni, Grandi Monarchie, Grande Rivoluzione, Prima Preistoria, Seconda Preistoria,ecc.) e pian piano prende forma una visione di equilibri e forze di rinnovamento a livello dei singoli Stati nazionali, visione con cui si auspica la ratifica di una risoluzione planetaria inerente l’adozione delle cosiddette "Tavole dell'Umanità"’, quali summa di principi e precetti ispiratori di un genere di Uomo Nuovo.

Pur percependo qui echi orwelliani, così come tracce che paiono riferirsi al magnificente spirito stapledoniano del miglior Starmaker, l’impatto emotivo e la resa conclusiva dell’impasto narrativo, restano a nostro avviso un tantino superficiali, seppur apprezzabili negli intenti affratellanti.

Analoghe considerazioni valgono per la parte finale di questa sezione, lirica vagamente salmodiante dal titolo Il giorno in cui Dio decise di rifondare l’Eden, o meglio fondare il nuovo Eden.

Proseguendo la lettura troviamo poi una sezione dedicata ad una forma inusuale di poesia, dalle radici che paiono aver tratto sostentamento dalla poesia verbo-visuale delle seconde avanguardie degli anni ’50-’60 del secolo scorso, commistione nel nostro caso di afflati più discorsivi che coagulati, dal sapore talvolta aforistico nell’ansia categorizzante (“Ho passato quasi | tutta la mia vita ad | adattarmi a cose che mi | piacevano ma non | intendevo fare. (…) C’è chi passa tutta la vita ad adattarsi a cose che non gli | piacciono neanche un po’.”), seppur diluito nel mezzo espressivo meno conciso ed ermetico, ma comunque espressione che si completa ed integra per mezzo della collocazione spaziale del verso, della parola, quando non anche delle singole lettere, sulla pagina.

In effetti la particolarità del Liguoro, risiede proprio nella sua “ansia scompositiva da reduce enigmista”, nel senso che talune sue sperimentazioni ricordano l’aspetto visuale di un cruciverba, il cui valore aggiunto e originale è però l’intreccio semantico tra i frammenti di parole assunti come perni sugli assi orizzontali o verticali, perni che si aprono a biforcazioni di significati appesi, un po’ come mattoncini Lego, un po’ più seriosamente come elementi costitutivi di un grafo multi relazionale.

Ed è così che egli gioca con “Amnes(t)y International” , “Ca SU alità | Ca US alità” o ancora “Holly-WOOD | Sher-WOOD” o “Cine…mah”, dimostrando attenzione ai particolari, acuto spirito d’osservazione e indagine dei fatti dell’esistenza, di là da quanto consuetudinariamente accettato.

Ciò che di lui ci pare meglio riuscito in questo volume, è però il racconto Luna di sangue, di per sé non originale, però costruito con dignità di mezzi e culminante, in taluni passaggi, in fraseggi accattivanti e fortemente immaginifici,  quali per esempio: “Color rosa chiaro erano i cuscini e le lenzuola, piccoli ninnoli colorati ricordavano allegri momenti, su una mensola che il raggio di luna sfiorava prima di arrivare a quel corpo stupendo, rendendo ora tutto uniformemente bianco o nascosto, grigio, nero, inesistente”.

Qui apprezziamo l’intento di portare alla luce la metà oscura di ogni personalità umana, metà che talvolta giace soppressa, oppressa, compressa a vari livelli, tuttavia mai del tutto incapace di nuocere a sé stessi o agli altri, se opportunamente stimolata.

 Metà oscura che talvolta sfocia in dissociazioni di personalità controllate, nel senso di segmentazioni della psiche finalizzate all’espressione di taluni comportamenti più o meno s-convenienti, governati da rituali e tempi nascosti e mimetizzati nell’ipocrisia del quieto vivere e delle etichette sociali, ruoli da rispettare, come in una perfetta sceneggiatura replicata all’infinito.

E’ poi con Elogio ai sensi in ogni senso che ci troviamo catapultati nel giardino poetico di Dalila Liguoro, idealmente notando una certa comunanza (ereditaria?), come detto in apertura, con lo spirito indagatorio del padre (del resto lui magistrato e penalista, lei psicologa e grafo-diagnosta, artista su più fronti), indice di attitudine alla sfumatura disvelatoria, alla scomposizione critica della realtà.

L’atto primo di questa raccolta, Poesie senza senso, per dirla parafrasando il più leggero Vasco, un senso in realtà, ce l’ha, e molto ben connotato.

Il gioco poetico si snoda attraverso quella che pare una “deprivazione sensoriale selettiva”, una sorta di stimolazione in Ganzfeld,per dirla citando una stagione di sperimentazioni legate al mondo di confine tra psicologia della percezione e parapsicologia, condizione per la quale il lettore, privato di volta in volta di un senso quale la vista per esempio, si trova ad immedesimarsi nei versi della poetessa, calandosi in una realtà alternativa costituita da stimoli sensoriali amplificati, in una sorta di tentativo di compensazione di un equilibrio percettivo che necessariamente deve essere mantenuto.

Ed è così che: “Sono cieco | Profondamente conosco il mondo | Dalla sua superficie”, “ Vedo con il tatto | Ascolto con gli odori”, “Del mio respiro non conosco il suono | Del mio respiro conosco solo un battito”, “Sogno rumori come brutti odori | Come spinte e forti pressioni | Sogno la musica come un dolce profumo” in una sorta di spirale sinestesica che quasi diventa metempsicosi in un’altra condizione umana, volontà di trasmigrare l’anima nelle sofferenze di una condizione che è altro da sé ma che si vuole comprendere dall’interno, in questa esistenza che pare “Una realtà virtuale | In un mondo reale”, in cui “il freddo mi consuma | L’acqua mi consuma | il mondo mi consuma” e si sente l’urgenza di elevarsi al di sopra della propria condizione spirituale, prima di un trapasso che sembra possa avvenire inaspettato, in ogni luogo, in ogni istante.

A parte qualche debole indugio al filosofeggiare più scontato (Secondo scatto, Luce senza energia)restano meritoriamente impressi alcuni passaggi, sequenza di immagini ben concretizzata ne Il circo, lirica che ci dice in maniera emblematica di questo senso di provvisorietà fugace, come massima condizione di stasi percepita dall’autrice: “Riposarmi | mi dà le vertigini | come un gattino | sull’altalena. | Il mondo per me | è in bilico | come un pagliaccio | su di una sfera. | La terra per me | è instabile | come un ragazzo | su di un amore.”

Tale percorso alienante, nel senso della ricerca poetica più profonda, tale tuffo d’altura o lancio senza paracadute, trova poi il suo approdo nelle poesie dell’ Appendice – 1, in particolare ne Il Cuoco (senza gambe), Il filosofo (senza braccia), Il cantante (senza arti), nelle quali la sensazione di osservare il mondo perennemente con gli occhi e il cuore degli altri, si amplia al punto da includere l’immedesimazione in oggetti inanimati: “Ero tavolo | sempre fermo | sulle mie gambe, | Intorno a me | in tanti banchettavano (…) Sono vassoio | senza gambe | ora mi muovo”, ma anche vegetali e animali: “Ora che lombrico | lo sono diventato | io vivo come uccello | E confondo | Gli altri predatori | con il suono | Delle mie canzoni”, dimostrando l’ansia di una ricerca filosofica e metafisica, forse estensione di una deformazione professionale positiva, che usa la poesia come strumento per ricercare la sua maturità ed il suo equilibrio.

Recensione
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