Servizi
Contatti

Eventi


Tellus, Dea Madre Terra, luogo cosmico approdo per i defunti  dopo la sepoltura, associata pure alle divinità infere e invocata con la formula della devotio dai comandanti romani e tramite cui essi stessi si votavano alla morte, al fine di propiziarsi le sorti della battaglia.

In questa cornice referenziale Alfredo de Palchi snocciola le sue verità poetiche come in un santuario sconsacrato, strappando le unghie dell’incerto filosofico con le tenaglie poderose del suo lessico eversivo.

Vogliamo qui intenzionalmente eludere i riferimenti ad una storia personale di certo forgiante di una tale caratura espressiva, di ciò esistono diversi e validi riferimenti critici e biografici.  Intendiamo invece soffermarci su taluni episodi versificati e dispersi lungo intrecci di liane irte di spine, seguendo le quali senza tema di ferirci, ci pare di poter ricostruire alcune ipotesi interpretative dei testi visionati.

Come salmoni alla foce annebbiati dal sale, naviganti labirintici estuari, in cerca delle dolci acque di un immissario chiarificatore delle origini, ci apprestiamo dunque ad una tale impresa.

Contro la mia morte (prima e seconda parte), di là da una coltre di ironiche quanto provocatorie invettive contro la morte “nata compagna | sposa che allarga le cosce per accogliere | nello zolfo la mia vita”, scorgiamo celato all’orgoglio di uomo temprato da mille crociate, latente e potente ad un tempo, il dubbio, quasi che il nostro fosse l’Antonius Block di Ingmar Bergman ne Il Settimo Sigillo, impavido cavaliere eppure assillato dal dilemma dell’ignoto che si affaccia imminente ad ogni nuova alba un po’ più incerta.

Il de Palchi lotta e si divincola tra i versi, in una tenzone dai tratti crudi, fatta di letame e sputi, concimaie e sangue, topi insetti moscerini e lombrichi, profferte sessuali da parte di colei che definisce “curvaceo florido cimitero in festa”, le cui arti magiche paiono talvolta quasi irretirlo (…”sei lercia sei l’orrore | eppure ti corteggio | ti vedo ti vesto di beltà lunare | ossessionata bionda spiga | rossa di labbra gonfie | o mora succulenta di more | infine in un rettangolo di verde”), altre volte, di contro, vengono le trappole sapientemente evitate ed a noi disvelate: “e uscendo grido lo scandalo nel chiasso | che passa per musica | si tratta di eccitare | in un orgasmo di vino e di moneta | gli ammiratori che sulla scala di casa | a mezzanotte ricevi in minigonna | con una candela romantica | per scendere giù | nel buio”.

“Credi d’infinocchiarmi | con il tuo aspetto di monaca | libera di sbarre e di libidine | il viso roseo nel fondo di biacca | ma ti riconosco dalla puzza | che emani da sotto la veste | di vergine che non sei”, ancora ci dice di questa sua enorme consapevolezza, quasi paranoide sfida all’ineluttabile epilogo,  per giunta senza occhi né volto.

Ci pare qui di scorgere metaforici parallelismi con la partita a scacchi tra il già citato Antonius e la Grande Mietitrice, partita il cui esito, contrariamente al film, non porterà ad intenzioni eroiche né esiti sacrificali, bensì al lucido quanto strategico schermire, rintuzzare, deviare le paure (proprie) ed i suggerimenti sibillini (della Morte), con il coraggio autoritario e l’astuzia lessicale: “indichi “a sinistra” | io giro a destra | allora sbuffi un polverone | sforzi che la giusta sia la sinistra | per me ribelle”, fino ad affermare categoricamente di essere l’unico a poter disporre della propria esistenza (“non pedinare il mio spirito | che decide quale Walhalla”).

Percepiamo la solitudine interiore di un uomo duro e schietto, rude e fervoroso, che, per dirla con l’ultimo Carmine Manzi, nella vecchiaia sembra urlare al mondo che: “E’ come se parlassi un’altra lingua”, solo con se stesso in un dialogo immaginario, in cui l’unica compagna è la nostra lampada interiore, “l’unica | a farti compagnia | fino all’ultimo | da sola” (La Lampada, Gabrieli, Roma 2004).

La morte, tuttavia, risulta interpretabile anche in chiave mistico-sessuale, nel senso che potrebbe esser vista come metafora post-orgasmica, sorta di astio e livore dovuto alla sottrazione energetica quasi a dire, subita sotto l’effetto schiavizzante, assuefacente di sudditanza e rapimento dato dall’eccitazione che cerca eutanasia, anziché frutto di donazione, in una sorta d’inversione di ruoli maschile-femminile, attivo-passivo, quasi freudiana “invidia del pene” capovolta (“io assetato | bocca aperta a ricevere la tua saliva | mista di sale sperma vaniglia fuoco” oppure “anch’io | abbagliato nel fondale in secca | non arrivo al mare | dai sotterranei del tuo corpo | mi aggancio ai fianchi | a lappare tra i serpenti della medusa”).

 Rileviamo, non senza un certo interesse, notevoli consonanze empatiche tra il “Cristo castrato”  di lenisiana memoria e il de Palchi di Foemina Tellus, quasi come se certe energie profonde e radicate nel corpus lirico della condizione umana dei poeti più estremisti, dovessero sfociare verso esiti talvolta eroticamente ossessivi, tal’altra più o meno blasfemi (“domini la rissa | alla concezione che benedice | il nulla d’ogni gesù” (sic)), ma in certi passaggi siamo colti da incertezze quando non da attonito stupore: “Il tuo muso felino è terso | quanto l’occhio | penetra il buio della discordia | incerta tra il bene | e il maleficio che sforbici | con munificenza | potessi sconvolgere questo | tuo affanno mortificato | ignobilmente | e saziarti salva | nel futuro abbraccio che aneli |  a sangue della concimaia | per spurgare il seme reietto | e il salivare schifoso”, “  e tu mi raccogli nella ramaglia | o nel vorticare intorno | a quella vulva che ingoia | crescite e pianeti | e sprofonda il tremore terrestre | nell’ovulazione del tuo ventre” o, infine, “sappi che mi azzardo con  ogni tipo | ma che scelgo la mora | dal prato di peluria medica | esteso all’ombelico | per abituarmi al migliore inferno ”.

Stupore che si ravviva e perdura in altri passaggi, in cui il verso franto e la sintassi sapientemente mozza, partoriscono indizi semantici che appaiono soltanto come schietti, cadaveri squisiti spesso spersonalizzati in ambigui crocevia lessicali, i quali invece sembrano abbandonare il lettore ad un fardello esegetico multidimensionale, ginepraio da cui ci sarebbe piaciuto, l’autore stesso avesse avuto la grazia di estrarci, mostrandoci con chiarezza la luce, per quanto forse scomoda,  del suo pensiero poetico (“Perché brucio di calce nel sangue | porgi la tetta nutriente di succhi | all’età che sgela il siero | nella radice ossea | sbiancata | ramifica germi sotto la pelle | terragna di raccolti” o ancora  “così l’eterno che odo | adagio molto e cantabile | dolcezza impossibile di acque | sotterranee in re minore | per esplodere in inno alla gioia | capendo che il diluvio è | libertà della natura di nascere | e morire.”).

Tuttavia può darsi che si tratti di un linguaggio che va letto per suggestioni, tagli simbolici su tele immaginifiche in cui l’atto in fieri prevale sull’oggetto, e che tale dovesse essere il registro scelto, nella migliore tradizione dell’arte prestidigitatoria delle Lettere Alte che però, dalla critica depalchiana, viene graniticamente definita come non facente parte della  forma mentis poetica dell’autore e con cui qui ci troviamo in disaccordo.

Sorvoliamo rapidi sulla sezione “Le déluge”, sintesi del verso socialmente critico e poderosamente avulso da mimesi di contenuto, in cui i destinatari della gogna verseggiata sono menzionati con precisione anagrafica, a ribadire, e in questo caso sì quel coraggio scomodo, causa in passato di ostracismo per il nostro (quando non anche di vero e proprio boicottaggio) da parte dell’intellighenzia culturale italiana del secolo scorso.

Ed è qui che il de Palchi si scaglia con tutta la sua irruenza espressiva, talvolta discutibile nell’esito estetico  ma non certo in quello comunicativo, sigillo di una sete di verità senza compromesso, da cui precipitano dantesche pene per contrappasso: “Tu sei Sandrini Giovanni l’immondo Nanni - | usi il convincente potere sulla donna per fotterla | fisicamente e moralmente senza dannarti o danneggiarti”, “e da qui mi concedo di infliggerti la giustizia delle | donne desiderate: di girare intorno alla mia eternità | morsicandoti continuamente il cazzo.”.

Una poesia dalle tinte forti, che esprime dolore, istinto e consapevolezza di una decadenza che unisce l’uomo ai destini della Natura tutta, più che elevare o rimbaudianamente aspirare alla Bellezza e Purezza (come asserito da Luigi Fontanella in una nota all’opera), talvolta vomitando rabbia che ha radici lontane (anche qui la prefazione di Sandro Montalto ne ha forse un po’ eretto muraglie giustificatorie tentando di tradurre il rancore in sublimazione dell’esperienza, summa evolutiva e conclusiva di un osservatore freddo e distaccato che invece, in verità, coinvolto a livello emotivo appare, nonostante egli stesso lo neghi nel preambolo a quest’ultima sezione, peraltro a nostro avviso smentendosi con le sue stesse parole: “Dopo oltre sessant’anni di angherie e di ingiustizie politico-legali e politico-letterarie, il rigurgito mi è venuto spontaneo”, “ Senza rancore, senza cattiveria, ma con una continua sete di giustizia.”).

Vogliamo però perderci nel rapimento di altri versi, “coloro” (anziché “quelli”), oseremmo così chiamarli dotando quelle successioni di lettere di dignità e anima umana, che hanno consacrato Alfredo de Palchi come un grande poeta: “Mai saprai volare | con gli uccelli | di Leonardo tra il fitto di rami | o navigare attraverso le vetrate di vento | ad aquila voli per il corpo | trasparente sopra la terra e velocemente | plani con l’artiglio sul mio - | con uno strappo sradichi il cuore | e rigetti il fegato amaro | la milza appesa al becco | la mia attesa è di essere rapito | inavvertito dall’ombra vasta | delle tue ali stese nell’aria | come lenzuola sull’erba.”, con l’augurio che altrove esista davvero un mondo migliore.
Recensione
Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza