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Fuochi di stelle dure

Gazebo Libri, nelle persone delle sue editrici Mariella Bettarini e Gabriella Maleti, che da diversi decenni ormai dirigono con arte e sapienza le proprie collane di poesia e prosa, nonché la celebre rivista l’Area di Broca, hanno saputo ancora una volta fiutare (o favorire?) l’aggregazione artistica multidisciplinare, porgendo così alla nostra attenzione un libriccino dai sapori peculiari di antica e ricercata bottega.

L’opera in sé raggiunge la sua riuscita dimensione nell’effetto accrescitivo assunto per accumulazione dalle sue singole componenti (più che per i singoli pesi specifici, di per sé protesi gli uni verso gli altri con qualche compromesso, come braccia a sollevare il corpo dell’acrobata per proiettarlo in alto).

Tuttavia non è questo un insolito rilievo, alla stessa maniera per la quale e legno e pietra e vetro e avorio e oro e cera e marmo e tela e colori e sapienza dell’uomo, sposati a tempo e lacrime e sudore, possono dar luogo ad una cattedrale.

Le liriche (in forma di ballata) sono di Maria Grazia Cabras e Loretto Mattonai, accompagnate ed estremamente valorizzate dalle musiche di Michele Fiumalbi e Giacomo Guerrieri (il libretto si lascia accompagnare da un cd musicale racchiuso in una pregevole cover decorata da disegni di Giacomo Guerrieri), gli altri due dei quattro pilastri grazie ai quali l’edificio comunicativo si sostiene e sostenta vitale lo spettatore, lettore-uditore al contempo.

Della Cabras il canto monodico, tipico della tradizione religiosa sarda e affine al lamento funebre medievale, Attitu, scabro e ruvido come zolle di cuore esposte a fruste di luce, ove la madre mortalmente ferita dalla perdita del figlio espelle parole di fiele come formule esorcistiche: “io sono diventata rancida | figlio, figlio solatìo | sete ovunque e tormento”, e Libera, lirica senza rilievi particolarmente efficaci eppur sollevata da ri-soluzioni melodiche di flauto irlandese e corde pizzicate (Cembalo o Bouzouki ?) davvero abili nel ricondurre la disomogeneità metrica dei versi entro i canoni di una melodia coerente e accattivante in cui l’apice viene toccato in quel “sangue-radice | il suo gioire”.

Più corposo e, forse, attendibile, il giudizio circa i testi di Loretto Mattonai (avendo avuto modo di fruire di quattro suoi componimenti poetici, anziché i due soli precedenti): Lettera dal carcere dello Spielberg è privo di riferimenti specifici che ne minano la potenza specifica dissolvendola in una metafora generalista, sorretta comunque da un certo mestiere metrico e rimico (o rimatico, intendiamo trasgredire ai lumi grigi del vocabolario, così, per celia) opera che porge la spalla ad un costrutto musicale scolasticamente corretto, che attinge o incidentalmente ricorda, le cadenze declamatorie di un De Andrè, unite ad una timbrica potente e piena che ricorda Danilo Sacco dei (nuovi) Nomadi ed anche un po’ Stefano “Cisco” Bellotti, ex leader dei Modena City Ramblers.

Segue poi Uno di quelli, in cui campeggia l’immagine statuaria di quei Fuochi di stelle dure, valida e possente, lucida gigantografia, proiettata nel cielo nero insieme con quelle “fiamme di arsi cieli” da cui “un passo cade alla volta \ sopra la terra insorta” e in cui l’originalità del verso “nessun latrato di cane voce di re | parli per te” ottimamente si sposa con un corollario sonoro in crescendo, che ne esalta il sapore estetico.

Ne Il ragazzo senza età si alternano retorica inneggiante, tipica di una certa canzone popolare, a validi squarci poetici per tramite dei quali siamo condotti a credere in quel “vento che mi fruga come grotta la gola | ho nel sangue recinti di parole tosate | e un passato di giorni murati a secco”, piuttosto che a quel “vi ascolto, amici, di nulla ho bisogno | solo mi colpisce acuminato il vostro sogno”.

E’ comunque nella Ballata per Emilio Dandolo (patriota italiano, protagonista delle Cinque Giornate di Milano, del 1848) che forse l’acrobata, sorretto dalle braccia creative dei musicisti e del poeta, spicca nel suo volteggio più riuscito.

Piace nel complesso un po’ tutto l’architrave musico-verbale: “Polvere e deserto neve di ricordi | memorie nude solo se le tocchi”, quelle “schiave” che “danzano con gli anelli ai piedi”, su fondali immaginari in cui “l’erba di Nubia ha un colore maturo”quel cambio di tempo recitato nel verso “dillo a mia moglie, guarda i miei figli, | se qualcuno di loro un giorno mi somigli”, piacciono “le pipe di legno chiaro” che “fumano i negrieri” e l’incisivo refrain che innalza l’interrogativo “dove sei Emilio sei dove Emilio sei?” , come fosse una coda dubbiosa che si protende nello spazio lontano.

Un libretto sartoriale, la cui sincerità traspare dalla carta avoriata e dal cartoncino a coste arancioni, un libretto in cui volutamente non indugiare nel petulante particolare, per apprezzare piuttosto l’effetto complessivo di quattro volontà che hanno dato fondo alla propria creatività ed alla propria vivida passione, per esprimere una personalità quinta, differente e superiore alla somma delle parti.

Recensione
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