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Gate, Gate, Gate

“Le donne tutte in tiro vanno a spasso | e gli uomini un po’ rozzi e un po’ scontrosi | somigliano ai platani dei fossi | saldi e robusti”, questo è uno degli emblemi “a spizzichi e bocconi” del Veneto narrato da Maria Antonia Maso Borso.

La sua è un’opera epica (in primis nelle dimensioni del volume, di quasi 300 pagine, proposto in elegante veste editoriale), nelle declinazioni di una narrazione poetica che si fa interpreta figurativa di una saggezza popolare radicata nel territorio ove dimora “il nostro bel leone dalla criniera d’oro”, ma soprattutto epica per ciò che concerne una buona valenza assunta sotto il profilo della conservazione della memoria storica di una generazione, quella del ’36 del secolo scorso (emblematica la filastrocca di razze, scritta per ricordare i cognomi delle più diffuse famiglie venete dell’epoca), che dista ormai molti anni dalla consapevolezza dei giovani.

Saggezza popolare, dicevamo, che non è necessariamente pletora di luoghi comuni, bensì distillato sapienziale ricavato da generazioni di vissuti spigolosi, nei decenni del Novecento che han traversato il secondo Grande Conflitto Mondiale, nuclei familiari che han patito carestie di cibo e diritti universali, per cui ne han colto per sempre il valore, il sapore fragile ed appagante che nasce dall’incertezza e dalla sorpresa di una presenza che si fa avvento inatteso, desiderato, sofferto, che si tratti di pane o di libertà.

E da questo contesto che possiamo partire per meglio comprendere una poesia, che oscilla, invero, tra la prosa poetica frammentata (la cui musicalità ed il cui ritmo, sono certamente migliori nel testo in dialetto veneto, rispetto al testo affiancato in italiano, episodicamente “spezzato e fratturato nel suono e nel tempo dello spartito poetico”) e l’onnipresente schema della filastrocca più o meno metricamente declinata.

Una poesia che regala ri-affioramenti di conoscenze che oggi la società “cittadina” ha annacquato entro vocaboli generalisti quali “erba” o “granturco”, qui esplosi in “strisce di foraggio ed erba spagna”, “su questa terra tutta orlata | di maggengo e cinquantino”, una poesia che recupera e difende dalle amnesie del genere umano (che spietato ripone, se non svende, o rinnega, o incendia), ciò che più non usa, le Armonie del passato: “Un giorno disse il nonno: | “Preparati che andiamo a Venezia”. | La nonna inalberò il cappello, | il vestito più bello e lo seguì. | Il nonno avanti | lei due passi indietro | su e giù dal vaporetto | in un silenzio stretto. | Vide Venezia bella e luminosa | la grazia e le speranze della sposa, | l’austerità inflessibile del nonno | che a mezzodì con eloquio improvviso | “Andiamo a magiare”, esordì, | senza un sorriso. | Eh no! trovò fiato per dire la Rosina | “Prima vado a San Marco a chiacchierare | coi Santi e la Madonna | e dopo, forse, verrò a mangiare”.

Certamente l’amarcord teso al rimpianto (nell’abbandono lirico, ben definito e circostanziato dall’ottimo prefatore Paolo Ruffilli) è presente, quasi fisiologicamente, in un’opera matura che ripercorre e realizza entro di sé lo iato esistente tra l’evoluzione cellulare del corpo (che decade) e quella dell’anima (che non necessariamente lo fa, talvolta bramando voli impossibili, in un’oscillazione pendolare tra sconforto e rapimento, oscillazione che si amplifica man mano che aumenta il divario cognitivo tra gli eventi più significativi e formativi della propria esistenza, in genere localizzati in gioventù, e l’evoluzione di un mondo presente cui nel tempo ci sembra di non appartenere più): “e a dispetto dei tempi | di ladri e tangenti | continuiamo ad esser contenti | perché in cuore serbiamo | lontani momenti: | quando in luogo del bowling | su e giù per le contrade | tiravamo palle di creta e di stracci | e nelle serate tra grilli e rosari | facevamo scoppiare l’allegria | dei botti col carburo | e a nascondino giocavamo al buio”.

Seguendo l’ipotesi dello “iato fisiologico ed evolutivo” abbozzata nel paragrafo precedente, da tali premesse si delinea una linea-guida filosofica e poetica secondo cui sembra esistere nella mente dell’autrice un rapporto di proporzionalità inversa tra lo scorrere dell’asse temporale verso il passato (che coincide con la “gioventù”, dunque con la “verità” e la “felicità”) e lo scorrere dello stesso verso il futuro (che coincide con la vecchiaia e la difficoltà nel comprendere una realtà sempre più complessa e contorta, fenomeno che coinvolge tutti, a dire il vero).

In effetti molti “assiomi personali” che incontriamo lungo il cammino della piacevole lettura, non sono altro che la rappresentazione di un punto di vista soggettivo che scaturisce dai risultati che a posteriori si sono ricavati da determinate situazioni o da altre valutazioni parziali; prendiamo per esempio taluni versi che ci parlano dei metodi educativi adottati all’epoca, sia a livello scolastico che familiare: “Anche la scuola è ricordo: | con qualche rinforzo della bacchetta | le quattro acche le abbiamo in cassetta. | Eravamo discoli a onor del vero: | bastava un moscone | per mandare in tilt | tutta la lezione.”, “Anche non volendo si doveva | raccogliere ramoscelli per la strada | con vergogna | se qualcuno guardava | e chiuder le finestre a sera, | dare il pasto alle bestie avanti notte, | mangiar fermi composti, molto seri | e zitti, zitti, zitti.”, “Delle disgrazie a noi non si parlava, | per tutti il sesso pareva inesistente. | Ai bambini un bel pianto | allargava i polmoni, | la febbre tutti li cresceva, salvo | quelli lungo i muri al camposanto”, sono versi le cui implicazioni pedagogico-formative, sarebbero tutte discutibili e confutabili.

Proseguendo nel ragionamento di cui sopra, la lirica In famiglia e fuori, risulta emblematica nella misura in cui la poesia volesse riconoscere, o noi la si volesse intendere, nella sua funzione di suggeritore, e non di rivelatore sapienziale: “Tacete, (ci dicevano) tu mangia e taci | e tu non aprir bocca | che i bimbi han da star zitti | quando parlano i grandi. | Ascolta e taci, | non è ancor tempo per te di proferir parola | e se taci non dici sciocchezze. | Smetti un po’ di farneticare | e prima di parlare, pensa!” | Un bel giorno ho immaginato | che una tale campagna di silenzio | era forse una fucina di pensiero, | formidabili idee e sogni suscitava | come il digiuno | prepara a grandi imprese. | Troppo adesso si parla e si straparla, | a tutti parla sopra la tivù”.

E’ chiaro qui che non si tratta, in un confronto tra presente e passato, come dice l’autrice, “solamente di mancanza di buona educazione”, ma neppure si dovrebbe demonizzare la libertà di pensiero (forse perché sgretola le certezze che si vorrebbe marmoree ?) con frasi del tipo “invece già da qua comincia | del relativismo l’anarchia | e di cultura bugiarda l’abbondanza”, perché alla “fin della fiera”, ci si ritrova immersi in una delle tante aporìe dell’esistenza, difficile giudicare la direzione del fiume di cui si fa parte in qualità di singola molecola d’acqua, occorrono mezzi differenti dalla poesia per sperare di poterlo fare.

Chiusa questa digressione rileviamo come tutta l’opera di Maria Antonia Maso Borso, sia davvero volta a rappresentare il suo tempo e la civiltà di cui ella stessa è parte radicata.

In effetti piace molto lo scrupoloso recupero di vocaboli e colorite espressioni del gergo veneto, recupero effettuato tramite la dedica a ciascuno di questi elementi, di una lirica a sè stante con chiari intenti pedagogico-etimologici, che apprezzabilmente non sfiorano mai la pedanteria risultando, invece, piacevolmente immersi in un cocktail di aneddoti spiritosi.

Ed è così che ci ritroviamo “in mezzo a tutte le strafanterie del mondo”, così che conosciamo i “ghingheri”, “El fabiòco” (“specie in estinzione | da quando l’ignoranza | si accoppia a presunzione”), il “panpalugo”, il “lazzarone”, il “desprìsio”, “el matìo”, “el morbìn”, il “ghiribizzo”, la “Vanpaòra”.

L’operazione di catalogazione storica, che ha un che quasi di etnologico, non si arresta ai soli vocaboli ma indaga anche usanze e tradizioni, da quelle rituali come i falò della Befana ove “Chi guarda incantato | le faville in volo | nel girotondo di vino e parola | fa l’esorcismo all’antica paura | d’esser solo contro la natura”, a quelle più squisitamente e religiosamente cristiane o ancora a quelle più marcatamente profane (immancabile il riferimento ai “culti pagani” del Veneto più scanzonato, quello delle “ombre”, “questo mercenario bicchier di vino”, che “per favorire tutti, | con uno schizzo di amaro | si è trasformato in spritz”, “quel magico anello di conversazione” che “val quanto un rito”).

Oltre alle tradizioni, forti accenti si trovano posti sull’aspetto gastronomico di una civiltà frugale e laboriosa, quella polenta onnipresente viene santificata come salvatrice e reinventata in mille maniere, dolci e salate, il companatico talvolta presente (“la regina fumante si accoppiava a tutto | latte aringa formaggio e fichi secchi”), in altre occasioni più o meno solo immaginato, in un contesto in cui “Era un lusso perfino | curarsi la salute e una sventura | il ricovero”.

Come saggiamente rilevato da Paolo Ruffilli, l’ironia e l’umorismo dell’autrice, sdrammatizzano l’afflato retorico di un lirismo auto-compiacente e malinconico verso un passato genericamente perduto dal sapore di pellicole dinorisiane quali “Poveri ma belli” o “Venezia, la luna e tu”, per cui a tratti ci s’imbatte in parentesi rinvigorenti che tratteggiano una sorta di marketing antesignano (“Brigata di ragazzi attorno al gelataio | che a suon di tromba comanda: | “Piangete, piangete bambini | che la mamma vi dà i soldini”.”), o in altri episodi spiritosi che spezzano la seriosità di un costrutto che potrebbe sembrare altrimenti troppo ambizioso.

Su tutte le vicende narrate, alcune costanti geografiche fungono da fondale, una di queste è certamente il Brenta, o come in talune occasioni citata, “la” Brenta, metafora di giochi spensierati e di vita trascorsa tra le anse del tempo.

Come accennato in apertura, molte sono le filastrocche in versi di questa vera e propria monografia poetica, talune di esse carine rappresentazioni dimesse che celano in realtà la saggezza di un popolo, il suo kit di sopravvivenza esistenziale: “Tutùn tutùn asinella | sovrano è il destino, | ognuno ha la sua sorte: | chi inforca strade dritte | e chi le storte | (in ogni caso tutti | incontro a Madama Morte)”, “Chi col cavallo bianco, chi col nero, | ma tutti direzione cimitero. | Chi da galantuomo e chi da delinquente | a districarsi | tra la donna e il serpente”.

Talvolta le filastrocche cedono il passo alle verità epigrafico-aforistiche, come nella sezione intitolata Briciole, ove i contrasti ed i pregiudizi di una cultura a prevalenza contadina, talvolta emergono tra spigoli e asperità, in una fedele rappresentazione che sembra, più che positivamente, non distorcere nulla, come in Razzismo del passato, in cui “Dal Friuli non viene né buon vento | né buon Cristiano” o in Pezzetti di verità in cui “Quando non piove mai, buona è anche la grandine. | Ciò che non strozza ingrassa”, fino ad arrivare a situazioni narrative che poco hanno davvero a che fare con la poesia (ma certo occorrerebbe intendersi sul significato del termine e nulla scientificamente è stato stabilito in proposito), come nella “lirica” Lode del sasso tondo in cui si rivela: “La più bella cosa al mondo ? | Pulirsi il culo con un sasso tondo: | non gratta non ammacca | porta via solo la cacca”, un testo che però certamente rientra nell’obbiettivo pittorico e grandangolare, che si fa qui tratteggio pittoresco, dell’autrice.

E’ poi nella sezione Scarabocchi al confine che facciamo la conoscenza con le intenzioni più socialmente critiche della nostra; qui anche la conformità alla pratica religiosa viene denudata dall’ipocrisia dell’attenzione al contenitore e non al contenuto, si veda nei versi: “Che bizzarra certa gente! | Hanno il cruscotto tappezzato di Santi | il Rosario appeso sopra lo specchietto | nei primi banchi in Chiesa stan compunti, | ma se par loro che qualcuno | li guardi malamente | o gli faccia un dispetto | lanciano bestemmie tali | da raddrizzare i capelli | sulla testa dei morti”.

Prosegue poi l’anamnesi delle debolezze umane attraverso la lirica La donna moderna, in cui: “Io amo gli animali, benedetti, | son creature di Dio. | Dietro le rondini al tramonto | annuso l’infinito e volo in alto | ma poi li sistemo in tegame, | due tre foglie di salvia e un giro di pancetta, | gli uccelletti”, “Per i cani maltrattati, abbandonati, | le budelle trascinate sull’asfalto | il cuore si stringe, | ma subito si allarga dentro la pelliccia | larga e lunga che per terra struscia”, lirica che evidenzia in modo salutare dei paradossi e dilemmi, di cui è vittima buona parte del genere umano (soprattutto rispetto alle incoerenze ed illogicità etico-morali-alimentari), addirittura in questo senso superando in universalità le stesse intenzioni dell’autrice.

All’autrice, tuttavia, ci permettiamo di suggerire tre spunti di riflessione riferiti alla lirica in questione: uno volto al confronto con l’umanità del passato (in questo caso decisamente impenitente come, se non di più, quella contemporanea), il secondo, provocatorio, volto al domandarsi filosoficamente quale Dio buono possa aver architettato la vita intesa come catena alimentare da cui è impossibile sottrarsi in toto (a meno di considerare i vegetali organismi inanimati o gli animali esseri inferiori utili solo al sostentamento dell’uomo, ipotesi invero aberranti e dalla sensibilità etica preistorica) e, l’ultimo, che vogliamo si concreti nel chiedersi se sia meglio una forma di coerenza dai contorni perfettamente dispersi nell’accettazione di una volontà superiore, che quindi funga da alibi ad ogni barbarie senza offrire barlumi evolutivi, oppure se non si possa considerare la contraddizione di questa Donna Moderna quale il primo passo verso il cambiamento di una coscienza che porterà ad un salto evolutivo, per dare speranza alle future generazioni.

Del resto Fichte ed Hegel ci hanno insegnato come dall’opposizione di tesi e antitesi possa nascere una proficua dialettica evolutiva e come il pericolo possa egualmente annidarsi nella stasi delle certezze più cieche, così come nel relativismo più fanatico.

Non manca poi un efficace e pungente ritratto di un certo tipo di editore spregiudicato contemporaneo, che somiglia come una goccia d’acqua allo stereotipo del talent scout cinematografico, un individuo che tra un avanche e l’altra confonde i giovani talenti del sesso opposto: “e così intanto non si scioglie il nodo | se sono poetessa | oppure solo gnocca”, seguono poi critiche alla sanità ed al governo nazionali, all’adorazione per il denaro, al culto estremista per il lavoro ed il sacrificio di sé a discapito del proprio rispetto e via via vengono trattati molti altri argomenti ed aspetti del vivere sociale.

Si trovano, nel corpus poetico masoborsiano, in un’ampiezza di gestualità espressiva, estremità versicolari che spaziano dalla colorazione esistenzialistica, a quella d’inclinazione spirituale, o ironica, o volgare, a seconda delle mire prefissate, senza nulla concedere a deboli compromessi terminologici: “Più sale l’acqua e più la merda sale | e dei ladroni mai | non finisce la conta”.

Molto lungimirante la critica alla multiformità del linguaggio inteso come trappola comunicativa e strumento di manipolazione dei meno colti, qui davvero lucidamente colta nella sue essenza: “E noi faciloni sempre intenti | a chiacchierare di tutti e di niente | a criticare senza costrutto | senza memoria | del sì e del no che ci fan salvi. | Non ci rendiamo conto | che sono Verbo e Mantra | e una dopo l’altra in fila | fanno nascere l’erbetta e la gramigna | muovono il mare e l’allisciano quieto | fanno girare il mondo”.

L’opera, in senso generale, è certamente contraddistinta da un sapore storiografico e narrativo, sono rare le oasi di poesia “esteticamente ammiccante” (nel senso del rapimento in conseguenza di quella forma che induce lo spirito a sognare ed il sentimento a tracimare), le concessioni alle sembianze lessicali (o formule) atte alla creazione del piacere elevatorio della lettura, non rientrano nel registro narrativo dell’autrice, ma se ne trovano comunque alcune tracce, così parlando All’amico morto: “Con ciabattine verdi e veli azzurrini | le viole come orecchini | avanza scapigliata la primavera, | ma per te sotto terra | è una copertina | sopra il cuore spento”.

L’autrice incontra, com’è naturale che sia, lungo la sua lunga disamina poetica, anche dei territori riflessivi che la portano a lambire gli interrogativi su ciò che sarà in attesa oltre la soglia ultima dell’esistenza: “Stanca son di remare contro corrente, | di tanto battagliare, | il silenzio mi tenta e la penombra”, anche lo sconforto contribuisce a rallentare il passo come quando ella dice che “La lezione per la vita | è già imparata: | lunga attesa senza poter far niente | che qualcuno si ricordi di te”, “Dura partita è stata | giocare con la morte | ed ora siamo qua tutti ammaccati | a lisciarci le penne malandate”.

Le contraddizioni vanno e vengono, nel tentativo di conoscere un equilibrio che forse si troverà solo nella stasi finale: “Grandina se non piove | o c’è gran vento | ma fin che corre fiato | siamo vivi | e a chi ha buon senso basta | per starsene contento”, eppure “ti metto sull’avviso | che non si vive mai | di solo pane. | Così può capitare | che tu giochi alle carte | rigiri i tuoi interessi | ed io che mi coltivo da me sola | m’incanti ad un sorriso, una parola”, la tentazione, infine, fa capolino ma poi si arresta sul freno inerziale di uno scrupolo: “Mi son tratta in disparte perché | potrei innamorarmi di te | che mi guardi pieno di meraviglia | ed io ugualmente te. | Sarebbe indecente col fardello degli anni | seguire la corrente di codesti affanni | ma tutto il giorno mi tormenta il cuore | tenuto caldo come sulle braci”.

La religione cristiana salva dal dubbio (“Fede Speranza Carità. | Sono a parer mio | una buona eredità”), per l’autrice rappresentano un tesoro da conservare ed un obbiettivo cui dedicarsi per donarsi un senso: “La vita da cocchio splendente | sembra diventata una carretta | che s’impantana continuamente. | Va superata questa strettoia | bisogna uscirne fuori | con l’unica consolazione | che Dio di sopra ci aspetta | che forse appronta uno sgabello | dentro il suo regio castello”, l’abbandono e l’accettazione paiono la via da seguire per ritrovare la serenità oltre lo stress di un mondo iperrazionale: “Mi rimetto a Dio Padre | e in tal comportamento trovo | serenità e vantaggio | e in mezzo a tutte le peripezie | ancor m’avanza il fiato | per un tramonto d’oro in fondo al prato | e qualche ghirigoro di felicità. | Quando dimentico l’idea davvero | di giocare la vita a modo mio | mi piomba addosso | la beatitudine di Dio”.

Qua e là nella lettura, lo diciamo per completezza d’informazione, troviamo qualche peccato veniale (i punk ed i Bee Gees sono entità museali, non indici di modernità, come sembra intuirsi dal contesto, una filastroca, nella versione italiana, è forse un lapsus dialettale, qualche piccolo refuso ancora), tuttavia sono imprecisioni che rendono la dimensione umana di una poesia che coincide con la vita e non è mai finzione, artefatto.

In conclusione un’opera davvero florida di spunti contenutistici, un’occasione di arricchimento che trova, nel suo sguardo complessivo attraverso il tempo, il valore più significativo, al di là dei singoli particolari (riguardo ai quali ciascuno troverebbe la sua propria reinterpretazione), un’opera che fotografa efficacemente un’era ed una popolazione, con la sua cultura in divenire ed i suoi capisaldi e architravi esistenziali, le sue idiosincrasie e le sue tradizioni, in cui s’innesta poi la visione personale dell’autrice, variegata e schietta, la cui dote che certamente più abbiamo apprezzato è, in definitiva, l’ironia, a dispetto della consapevolezza malinconica dell’esistenza che sfuma: “Da vecchi, seduti fuori dall’uscio, | desiderosi di vita e di calore | ci pensa il vento pazzo | a farci far con la mente | le capriole al sole. | E avendo ben vissuto, credo perfino | che alla negra signora con la falce | si possa dare la manina bella | e gate gate gate”.

Recensione
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