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Descrivere l’opera di Domenico Cara è come rinchiudere una sfera in un punto. Lo si può fare per impressioni, in quanto la sfera può immaginarsi microscopico punto.

L’esasperazione relativizzante del frammento poetico cariano, che tutto dice e tutto nega, agisce sulla percezione del lettore alienandola e illuminandola, riducendolo o elevandolo come un dannato nel turbinìo di un vortice dantesco, uomo “alla coque”, palloncino di credulità violentato nelle sue estensioni massime e minime.

Cara è un fisico teorico della materia visivo-verbo-acustica del linguaggio, un esploratore dei quanti sintagmatici che vivificano la comunicazione, un indagatore di particelle subatomico-fonematiche, un ibrido lirico-metaforico-unico tra un Niels Bohr e un Arturo Brachetti che usa le lettere, in senso matematico-trasformistico di quantità non determinate, concatenate in interfacce sempre mutevoli, front-end grafico-impressionistici di un database culturale vasto quanto precisamente originale.

Il serico baco, autoritratto dello scrittore-poeta di cui in maniera preziosa ci parla Claudia Manuela Turco nel suo avvincente saggio, avviluppa incessante attorno a sé, più che alle cose, una ragnatela di rapporti di misura che lo ridefiniscono in una mappa di simboli-rimandi solo in apparenza caotici, in verità invece tracce indelebili, testimonianza del suo passaggio profondo tra le maglie stringenti dell’esperienza e della riflessione esistenziale.

Cara-baco fa di sé un monumento inesposto diramando da se stesso una moltitudine di riferimenti rispetto ai particolari del Tutto, è come un sole indaco che dirama i suoi raggi nel vuoto cosmico ma risalendo i quali, dagli anfratti del tempo-spazio, si ricava come origine indiscussa sempre la sua firma.

È come una scultura imbavagliata dai teli bianchi di Christo e Jeanne Claude, che cela per svelare, nasconde per attrarre l’attenzione su ciò che ci circonda eppure non vediamo.

Il suo «pensiero poetante», definito con proprietà dalla Turco «minimalista (per l’attenzione agli eventi minimi) e simultaneamente barocco (senza, però, mai cadere nella tautologia»,  è manifestazione ossimorica del «dissidio tra le parti», lotta incessante, attraverso la «grammatica dell’urto», tra l’impotenza della lingua («né so come chiarire con le virgole, la musica del pensiero, la candidità del latte») e il neologismo creazionista che lo assale, creando «labirinti» in cui «la metafora elabora una nuova teoria dell’ambiguità, riafferma l’affabulazione».

Cara è osservatore che perturba il sistema, come sostengono i fisici, non può e non è super partes rispetto alle sue creature fantastiche.

I suoi «arabeschi senza diga», come fotomosaici di  altre immagini usate come pixel, generano, in modo più che umano, dubbi esistenziali: «Ho tentato di fare della mia vita una festa progettando parole per nessuno, restando immanente» e, pur in questo bisogno recondito di contatto interpersonale, visceralmente cercato ma, pare, fragilmente presente, egli procede sulla lunga e tortuosa strada dell’autorealizzazione di sé per autosuperamento continuo.

«Per spontanee inesattezze e spasmi, la voce ancora tenta un suo spettacolo», dice.

In questo senso Claudia Manuela Turco ci rassicura con le sue limpide analisi, certificando che il frammento in generale, quello cariano in particolare, «ha un’e(ste)tica», connubio di etica ed estetica che ci rinvigorisce di stimoli cerebrali curando la nostra umanità dallo scientismo evolutivo che ci logora dilagando («L’uomo moderno trova la propria identità per accumulo, anziché per selezione, e, attuando una democrazia fotografica, causa il decesso delle fonti di stupore»).

Leggere Cara è restare felicemente intrappolati nel carrozzone degli specchi, tra concavità e convessità deformanti, smarrirsi nella danza sabbatica dai suoi aforismi che s’inseguono e si legano come in un metaforico fenomeno fonetico del sandhi (analogia della Turco, n.d.a.), finchè la coscienza diverrà sussulto improvviso di proiettile verticale, aquila reale che sosta nell’immobile punto di cielo, rivelazione che dipana il pattern microscopico nell’illuminazione dell’immagine frattale di un tappeto di Sierpinsky.

Per capire Cara occorre immaginarselo sintetizzatore di mutamenti (suoni-pensieri-esperienze) come punti, i suoi fulminei rapimenti come istantanee di fiumi in piena, ambivalenze di forze-fossili imprigionate da un diabolico scatto.

Forse il segreto di Cara è la natura olografica  (olo-grammatica?) dei suoi frammenti, quel suo modo, momento continuo d’interferenza tra reti neuronali intrecciate, che racchiude l’immagine intera in ogni sua parte e frammentando la quale, decurtandola con scempio vandalico in pezzi di parti di scarti di trucioli di riflessioni, conserva ancora intatto il suo  potere comunicativo, in modo quasi mistico ma in realtà analogo a quanto la scienza ci dice a proposito delle teorie che sostengono i ricordi essere diffusi nel cervello e non localizzati in punti univoci.

Malgrado esista un «mostro nel labirinto» del tempo, insieme di bivi continui che costituiscono il filo di Arianna del piano d’esistenza di ciascuno di noi, Cara dimostra che con la sua letteratura è possibile prendere coscienza della sincronicità junghiana degli eventi, apparentemente casuali invece legati dall’empatìa del nostro passaggio, dall’incontro della nostra impronta genetica (o profumo?) con le cose, per scorgere infine «l’efficace enigma: fato».
Recensione
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