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I poeti della Regina, scrigno metaforico assegnato dall’editore alla collana entro cui è collocata la presente opera, appare nella significanza assunta per osmosi tra contenitore e contenuto, un nido aristocratico che accoglie lettere urticanti, non per tutti, né soprattutto per coloro che vivono nella rosata (o semplicemente fortunata) aberrazione ottica di una vita rassicurante.

Nella poetica battilaniana (ma, azzarderei, batti-dilaniana), quel Dio romanziere proveniente Dalla terra di confine (Ibiskos Editrice Risolo, 2010), assume (per “metamorfismo di contatto”, ovvero sotto la pressione concettuale di un’idea ricorrente che si fa massa magmatica che muta chimicamente le immagini-rocce, pur serbandone la massa atomica e, dunque, la verità in esse contenuta), le sembianze di un Dio aracni-deo, che “Tesse | e ritesse la sua tela | al ritmo di estremi ritorni | fugaci interferenze”.

E’ opera dal respiro più ampio di altre, frutto dell’accostamento di molteplici raccolte nate originariamente in maniera autonoma e sviluppatesi lungo un quarantennio, in cui ci è dato di percepire un’infinita curvatura gaussiana che si distribuisce tra gli episodi vitali, determinandone in un certo modo una normalizzazione (o tentativo di), per poi procedere oltre, nel tentativo, sospeso tra evoluzione e faticoso equilibrio, di restare acrobata in auge.

Perché in effetti “così strana può essere | una topografia interiore”, per cui il soffio poetico diviene scienza del controllo del respiro, quasi pranayama sanscrito, flusso ternario alternato di inspirazioni, ritenzioni interiori, espirazioni.

Nella fase “inpiratoria” Marilla Battilana parla d’amore vissuto con un’intensità “mitologica”, una percezione plastica di profili armonici che si esprimono con una delicatezza eluardiana (non a caso, la lirica a lui dedicata): “Di notte nella piazza il tuo | profilo di statua etrusca, | il sorriso.”, “Per te avrò ripetuto parole | miracolose | sulle mie labbra e appreso | gesti lascivi: | il mio silenzio li avvolga | come perle nell’ovatta.”, si percepisce la consapevolezza del valore del momento, peso e motore per subitanee riflessioni: “Nel sonno mi vieni alle spalle | con le mani le stringi, la bella | testa chinando accanto alla mia | e mi parli della tua esitazione. | Le tue esitazioni, i ritegni: | nella legge d’ansia | che domina non li ritrovo, | non li ritroverò | nella cieca fretta di un altro. | perché nessuno | curerà come io mi disseti.”.

E’ una fase, forse giovanile, forse semplicemente corrente alternata nelle sue fasi bioritmiche, che tuttavia poi segna il passo dinanzi a quel “di troppo più facile è il morire | che il vivere ormai”, pietra angolare su cui si poggia l’architrave lirico dell’autrice più pregnante e connotativo, quel che origina la vera e propria cattedrale poetica battilaniana.

Non si tratta di disillusione, o almeno non soltanto, bensì di scomposizione della gioia in frammenti di dolore o menzogna, di indifferenza o piana esistenza o piccola meschinità o grande illusione, come se un panorama idilliaco potesse disvelarsi in una pletora di radici, vermi, farfalle, foglie, tane, muschi, muffa su muri, geranei sul balcone, legno marcio, escrementi di carpe nello stagno, per il solo fatto che uno sguardo attento ne ha indagato gli elementi costituenti, dissolvendone la poesia con uno zoom cinematografico acutissimo.

A questo proposito si veda l’esempio lampante, quel crescendo isocrono e fattuale che trascina la coscienza nel frastuono della vita che genera silenzio e isolamento da sé stessa, Viticcio che si avvolge: “Ma qui | viticcio che si avvolge tartaruga | che divora rami che oscillano | erba che cresce gemma che splende | ora che rintocca bimbo che strepita | scaldabagno o frigorifero che ronza | macchina da scrivere che batte | vicini che parlottano sole che | illumina pioggia che fruscia | cane che latra cuculo che invoca | fanno un silenzio grande | e compatto, vita impenetrabile | da sporadici ineventi”.

Ed è così che la società tutta non viene risparmiata, colei che per prima non risparmia, tutto viene dissezionato, e le interiora emergono come da pubblica macellazione, non c’è più molto spazio per l’onestà in questi caustici fiati, tutto è ricoperto di trame illusorie che vengono stracciate con lucido risentimento: “A molte miglia dalla Grande | Muraglia, ciò che rimane della, | si preferiscono cella di isolamento | e pressione psicologica, brain-washing”, “ a te lo fa il giornale: in mancanza | radio tv manifesti murali prediche | ecclesiastiche o sindacalizzazione | totale. E partiti correnti fazioni | conventicole cosche cricche | si va così dal generale al particolare | procedendo con ordine”.

Nemmeno il poeta si salva da questo armageddon: “E scrivi scrivi | tu che hai la penna in mano, che | sei – inutilmente – poeta. Che sei | diciamo meglio, scrivano”.

“I ragazzi del poster | si baciano così teneramente | in realtà erano in posa: | quanto li avranno pagati per quella | perfetta imitazione di felicità?”, rivela certamente colei che oggi non crede più nel prossimo-vicino, forse per il semplice protrarsi di una statistica negativa, una serie di rouge o noir sempre sulla sponda opposta di un pendolo controtempo, dolorosi particolari che induttivamente che assurgono ad equazione universale: “Così scorre l’estate, aria | luce pioggia non vissute se non | da altri su spiagge cartoline | bagnanti”, “io sterile ermeneuta”, quel maledetto “cofanetto che adorna il piano”, “è sempre colmo di quanto promesso | molto più che donato: come | potevi donare ciò che non | possiedi interamente”.

L’esistenza diviene una questione di fedeltà, di memoria, di lealtà, di congruità di significato da ricercare: “Calmati cuore calmati non | c’è niente per cui agitarsi | se non la neve fuori e le ceneri | di mia madre, grigia | e nera così essenziale appena | intravista non era leale | guardarla in quella sintesi | sulla lastra di zinco.”, mentre a tratti la poetessa abbandona (forse per recuperare le forze, forse per non estraniarsi completamente perdendo l’equilibrio), la furente faretra dalle punte al curaro, la tunica di Sibilla cumana, consapevole della sua collocazione precaria e stretta nel mondo delle medie o del mediocre infingimento: “Io ho già portato al volto | la maschera di lamina splendente: dovrò | attenermi a lunghi silenzi. O sarò | una pericolosa compagna di viaggio”.

In qua e in là scorci americani e d’altre anglofone influenze (l’autrice ha significativi trascorsi all’estero, oltreoceano ed in Irlanda, in qualità di docente universitario), piacevolmente dissonanti nel loro bucolico afflato: “mentre voli | di corvi | s’incurvano | (s’incorvano) | su caterve di abeti | catene di ontani | betulle querceti. | Lontani | gli spazi del West | il cottage | delle ghiandaie azzurre | corteggiato | dai cardinali | rossi. | Lontano | il Southern Illinois. | Qui dormo sola”, oppure vedasi Corsivo shakespeariano o Irish graffiti, seppur queste ultime, siano liriche dalle tonalità sensibilmente diverse.

Non si può parlare di Marilla Battilana puntando il dito, con estrema superficialità, contro l’eclissi di luce che pare permeare diffusamente la sua percezione delle cose.

Esistono, emergono, come vitree capsule d’aria proiettate dal ventre di un sottomarino che riposa su tetri fondali oceanici, immagini delicate e ultrasensibili, (perle rare, perché troppo tradite, o spesso trafugate quando esposte?) come quando: “rispuntavano | appena capelli candidi a mia | madre (mia bambina) e doveva | morire ma volevo anche | lei voleva le crescessero, per | maggiore dignità dal morire”.

Come per vocazione naturalistica o di collezione, o per semplice svago, incontriamo poi una parentesi educatamente scabrosa in Poesia a rima e dispetto | per un amante imperfetto, in cui, alla maniera di Mariella Bettarini (imponente presenza poetica contemporanea, cui la lirica è dedicata), una tresca amorosa viene rivelata, forse per il “decadimento del reato in prescrizione”.

Si parla, citando la Bettarini, di un amore “che ha il mal di testa | starnuta gocciola tossisce | deve fare le lastre”, di un eterno dilemma che si evince più chiaro nella lirica successiva, Dove con altro, in cui quasi l’amante reclama l’amato come frutto proibito ma dovuto, come se l’amore fosse l’unica cosa che conta, e non anche rispettare e salvaguardare le altrui piantagioni sociali: “il nocciolo della questione | il cuore del problema | il problema del cuore?”, in cui paradossalmente avviene un’inversione valoriale (viviamo nel relativismo sociale, tutto è opinabile, basta assumere un nuovo parametro a riferimento, o variarne in scala l’intensità, per stravolgere l’esito delle vite umane) e la colpa diviene merito, le fondamenta si fanno zavorra che affonda: “Per una materna | creditrice | a cui malvolentieri cedi | ci perdiamo”.

Seguono poi quattordici composizioni riedite, dopo fugace e precedente apparizione in edizione privata , dedicate al cugino della poetessa e pittrice, in cui il Dio-ragno, già prima Grande romanziere, diviene un Dio scienziato, sperimentatore “passato a giochi | di tanto superiori al mio | modestamente fatto di parole”, liriche in cui si suggella coi versi un’epoca tramontata, epoca in cui “dopo i giorni di Caino | e la sete di Mida ha contagiato i | poveri”, in cui la poetessa dice: “Resterò sola a ricordare | i mendicanti a cui si offriva | un piatto della nostra minestra | sui gradini della casa estiva. Poi | presero a rifiutare vino e | minestra: chiedevano denari”.

Nei Femminismi scorgiamo poi un altro volto tra i multiformi della poetessa, un volto estetico e musicale, non direzionato a nulla se non alla fissazione immaginifica di una sua declinazione del bello, sono fasci di misto-luci che impressionano la pellicola fotografica della pupilla, prima di dissolversi come bolle di sapone scalzate dai dispetti del vento: “la gonna di una dama | impigliata nella scala | della torre e quei levrieri | inesistenti nelle membra esigue”, “il ramigliato d’oro sul velluto | bordeaux della manica a sbuffo”.

Come sempre fugaci sono questi attimi di distrazione perché nella medesima raccolta scorgiamo un ciclopico macigno interiore, calato nella metafora di quello che pare un volo aereo continuo (residuo mnemonico di una vita certamente non stanziale).

Qui a ferire è il giudizio sommario della gente, nella cui estrinsecazione, presumibilmente nei suoi confronti, vengono dirette considerazioni quali “La ribelle, la raffinata ostenta | i suoi capelli grigi (quindi | puttana) troppo sovente sola | ma dicono che vada per alberghi | con amanti se capita”, “didattica accademica si sforza | di insegnare vanitose verità | femmina che sfugge la tana | ancora una volta e sempre | per decisione di popolo, puttana”.

Non manca poi l’enumerazione di certe squallide tendenze, sia maschili che femminili: ecco che compare l’uomo collezionista (“Tu vuoi un dispiegato splendore | da porre sottovetro) e la donnina opportunisticamente di facili costumi (“La ragazza che getta | il libro e alza la gonna | quella di virili omaggi sarà donna, | e accumulatrice per i propri figli di risparmi”, “A marito | avaro contrapporrà focoso amante | ma invidierà quandosi spengano | di scena i lumi | la saggia la quieta la folle | impegnata sull’altro versante. | Non saprà di quanto l’altra soffra.”), raccontano, alla maniera di Virginia Woolf, di quell’incontenibile invidia per i destini degli altri, invidia di cui spesso siamo ignari, essere invece reciproca.

Il dolore a tratti si fa insanabile in quanto scaturente non da inconoscibile fato, bensì da precise negligenze e crimini umani, come nella lirica Data medica, in cui, la morte per la “troppo diversa sorella fiorentina”, diviene rigurgito di bile per una malasanità malsana e colpevolmente intenzionale, cattiveria senza attenuanti, crudeltà, abbandono premeditato, falso ideologico, ai danni di una donna anziana che pare fosse entrata in ospedale per un “femore sbreccato” , per mai più uscirne.

Come in una tela immaginaria ove conviva la meraviglia sospesa di Abisso Verde di Giulio Aristide Sartorio, crudelmente stuprata da uno a scelta dei Tre studi per una crocifissione di Francis Bacon, anche l’infanzia non è per la Battilana un territorio intoccabile e va ridotto a quel che è, cioè ci sembra di poter dire per deduzione, un’epoca d’oro che è tale più ci si allontana da essa per passare necessariamente a fasi peggiori della vita o comunque un’epoca a cui rivolgere nostalgici pensieri a mano a mano che la candela della vita si va esaurendo.

Certamente la poetessa denuda l’infanzia metaforicamente più archetipica, rivelandone le crudeltà oltre l’innocenza che si vorrebbe avessero i bimbi, ad ogni costo (per conservarne almeno il mito in età adulta?), crudeltà che è difficile asserire nasca sempre e soltanto dalla inconsapevolezza e non pure, talvolta, da intenzioni connaturate, primordiali, etologicamente non dissimili da logiche animali e di branco (che invece non siano queste ultime davvero innocenti o comunque conseguenze di uno stato di necessità?).

Così i bimbi: “A vicenda ci accusavamo ridendo | di precoci amori. Insieme | uccidevamo | calpestando lapidando | infilzando | piccole creature di Dio. | Noi gli immortali. | Non ci inseguono rimorsi | da quel vestibolo di esistenza”.

Tra echi kantiani, riferimenti alla fisica della relatività e rifrazioni di un pensiero che sembra scaturire da un Io, robot di asimoviana memoria, senza trascurare una capatina oltre la siepe leopardiana (con cui è in sintonia, ma non disdegna apportare opportuna potatura concettuale, in effetti: “Silvia non si vede| Silvia muore in realtà di anoressia, | mentre il pastore errante | ha contratto l’inguaribile | morbo da intercorsi innominabili. O Natura Natura! | e così sia.”, la Battilana trova pure il modo di impreziosire i versi con accenni di poesia visiva (di cui è cultrice praticante), mentre si stupisce, tra le righe, che l’uomo conservi ancora, imperterrito “questa precaria | speranza | Infinita”.

E non si sottomette alle logiche convenzionali, trasmigra la sua anima in quella di “Erio, mistico | bestemmiatore”, parlandoci di un “Dio | infinitamente equo il quale così | ci conduce, così ci ammaestra | non potendo insegnarci l’amore”, per poi approdare nel suo capolavoro eretico (almeno nel senso più formale e dogmaticamente religioso), quando parla de “La cagna bianca | e nera che sta presso la soglia, parva sed apta, | come lui sente o crede: le prende un’ansia come d’abbandono | se lui o me non vede, sue visibili | precarie divinità”, normale luogo comune che deflagra subito dopo nell’urlo filosofico: “Ha sue visioni, | nel sonno si agita: esce in astrale? | o si chiede affannosamente | pensando ad occhi chiusi se formiche | e lumache hanno un’anima | simile a quella che ha lei? | Che lei sente di avere”.

Una poesia ricca di libero pensiero, che non può non arricchire, una poesia forse, più filosoficamente ricca che metricamente o esteticamente attenta (l’eccellenza della prima qualità non implica il disvalore delle altre), con la quale tutti dovrebbero confrontarsi, ma per la quale non tutti possono dirsi preparati.

Recensione
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