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L'eco degli Esseni

Strenua è la ricerca di Giuseppina Quarticelli. Ricerca di un senso profondo e ultimo, ricerca che attrae e inghiotte in un cono di ombre e luce il sentimento poetico.

Si percepisce, fluttuando tra le liriche avvolti da un vago senso d’inquietudine, una sensazione di appartenenza (in senso figurato) ad una fratellanza esoterica (numerosi i riferimenti alchemici orbitanti attorno al concetto di pensiero-energia e di preghiera-rituale), una sorta di comunione d’intenti ancestrale con il popolo esseno, che tanta influenza ha avuto sulla poetessa (“Li coltiverò | in un orto segreto | e con uomini lontani | e braccia armate di impalpabilità | cambieremo il mondo”), quasi una missione restauratrice la sua, con un che di messianico (“Mi hanno mandata qui | per denudare il male, | e con lo sguardo rosso, | commutarlo | in filo di bisso ed ago | per le vesti nuove di questo posto”).

L’obbiettivo di questa militanza spiritualistica pare, in primis, l’illuminazione personale (almeno stando all’incipit augurale del libro, tratto dal vangelo esseno della pace, che recita: “E un giorno gli occhi del tuo spirito si apriranno, e tu conoscerai tutte le cose”), mentre in seconda istanza, tramite la condivisione del percorso introspettivo vissuto e raccontato attraverso la lente poetica, non senza una certa dose di verve autocratica, ne dovrebbe conseguire una qualche forma di risveglio interiore per l’umanità tutta: “Femmina guaritrice diverrà, | e all’orizzonte, | con l’uragano per chioma, | attorcigliata | a pioggia e venti, | indicherà | le vie reali della terra”.

E’ questo “desiderio di mondi imparziali” ad incendiare l’animo della poetessa-guerriera, quasi mangrovia dalle radici aeree che si sposta sul terreno dell’evoluzione spirituale vincendo la sua condizione vegetativa, la fede pare la condizione da ricercarsi per stracciare i drappi di sete luminescenti e illusorie, fede come asta emotiva per il saltatore agnostico che non si arrende all’ateismo perché attratto da energie invisibili di cui percepisce con la ragione la potenza, ma non la fisionomia: “Imbraccia l’arma, | spogliati dello scudo, | è scoccata la via del pendolo. | Dobbiamo attraversare | il mare nero | privati della maledizione | degli amanti | dell’antica tradizione”, “Il grande trono | è pronto alla ragione | di chi ha eletto l’emozione”.

Il senso di mistero pervade le liriche, un alone medievaleggiante sosta nebuloso ad ovattare il verso, quasi a sospirare echi di un grimorio sgualcito ed ebbro di sapienze bandite: “Ricuciamo i vetri delle chiese | perché il sole, | con la luna in decrescenza, disegni sulle spighe | i simboli rapiti al nostro scrigno” o ancora “Cristallo purissimo | di fiamma alchemica | sciogli le catene pensanti. | Una pioggia prematura | di libellule danzanti | si leva con la sete | di questo mattino arso, | e svela | l’essenza di salvia, | eco | di fatti nascosti”.

Le metafore spesso sono di matrice cristiana (chiese, angeli, croci, ecc.), tuttavia la loro presenza è essenzialmente propedeutica alla creazione di una frattura tra la religione dell’uomo (intesa come sua interpretazione rispetto al tema di Dio) e l’interlocuzione con il divino che non ammette intermediari.

In effetti la critica verso “la casta dei sapienti” è lapidaria: “Quando baci le mani | della fanciulla torturata, | le rondini banchettano sui cancelli | inventati dagli sguardi | dei figli dei sapienti”, Dio non è, per la poetessa, “suono di monete | o sibilo di voci astute”, mentre la “cantilena rituale | di spirali di speranza” pare invece rigida e vitale necessità, l’autrice ne ricerca il limite e anela all’illuminazione intesa quasi come martirio, immolazione di un corpo fallace che attira e trattiene nel vischio delle tentazioni e dei vizi terreni, uno spirito che vuol fare ritorno ad una casa ultraterrena.

Tutto è finalizzato a quell’”Attimo sacro | di attesa infinita”, che “squarcia le vesti di ferro | e non vi sarà peccato nelle mie braccia | né tremore nel petto”, una sorte di scontro finale in cui “il demone dell’incertezza, | si inchinerà al sentimento perfetto”, momento supremo nel quale “i silenzi della ragione | ed i fremiti del cuore | sposteranno le montagne”.

Questo ideale pare ad un tratto subire una frantumazione, una sorta d’impatto violento contro una dimensione troppo ieratica per essere davvero sconfitta, il fine scolora come sangue dissolto nel torrente impetuoso dell’anima, diviene meta-guida esistenziale che si ha timore di raggiungere (forse, nella morte?): “Domande indelebili | mi traghettano | verso le carezze del cielo. | Voglio sentire i brividi di domani, | non il terrore delle risposte”.

Lungo il proprio cammino la poetica quarticelliana pare smarrire le giuste energie rinnovabili (quelle che stemperano l’irruenza della rabbia originando il moto quasi perpetuo della goccia creativa di una torre stalagmitea che irrompe secolare nei cieli) per approdare ad un felice esodo dalla sua dimensione speculativa, perché da un lato l’invettiva contro il divino non lascia adito a feritoie: “Dio! | Perché non sei saggio? | Mio come un gioiello falso, | pietra cupa e sleale”, mentre dall’altro la condizione terrena pare essere un fardello che affonda gli ideali nello stagno della volontà: “Cedetti i sensi alla terra | e agli aghi che danno frutti spietati”.

Il conflitto interiore oscilla nell’intorno di una condizione di stallo, tra una supplica incipriata di autoritarismo (“Dammi | l’insostituibile fiducia | nell’incerto”) e un eccesso di baldanza che cela l’insicurezza di un debito nei confronti della fede quale elisir esistenziale: “All’alba mi farò ponte | preparerò il pranzo | di bacche e foglie di alloro | e un letto di piume di pavone. | Scriverò le trame dei tuoi sogni | e con acque e terra li realizzerò. | Mi farò scala | e ti porterò in cielo. | Voglio sparare lampi e fulmini | e con le stelle | pagare i tuoi servigi”.

Il verso talvolta si fa velenifero, stregonesco, sabbatico: “I gatti raccontano | ciò che gli uomini | non vollero udire. | Nell’acqua | di un canale spettatore | cadde il segreto | della vergine puttana, | cui bruciarono i pensieri | per farla zittire”, si percepisce costante un certo acume intellettuale che suggerisce prospettive inconsuete e fertili di riflessioni indotte (ma non frutto d’indottrinamento).

La figura di Gesù, personalità eccezionale per molteplici culture e che alcune teorie ipotizzarono essere di origini esseniche (non ultima una certa recente “apertura sul tema”, da parte di Papa Ratzinger), ad un certo punto, pare ergersi ad emblema metaforico di una più autentica spiritualità intesa come attitudine virginale all’indagine del divino, che esula dalle declinazioni dogmatiche delle varie confessioni religiose: “Gesù ha gli occhi | di una puttana nigeriana. | le mani verdi | dei vendemmiatori. | Ha mescolato le mie ore | cancellando le memorie. | Si è addormentato nudo | sui tetti di una chiesa sconsacrata | ed è rinato. | L’hanno visto le donne, | bruciava gli abiti | di quelli che rubano | le anime agli angeli”.

“Più in là dei lillà | è il pensiero perfetto. | Inabissato negli inferi, | ha spiegato ali rosse | nel cuore di nessuno”, è un tremulo vessillo che si affaccia dalle merlature dell’incastellatura poetica e sventola in balia dei capricci delle correnti filosofiche generate dagli uomini (il più delle volte per giustificare il proprio-improprio operato), stemperandosi in un’ombra idealista e distante.

Il sesso viene visto come una fonte di energia, come del resto sostenuto da molte filosofie esoteriche, che va trasceso in quanto sorgente di felicità transeunte: “Non amare | per il corpo venduto | alla misera virilità. | Mi affaccio, | coperta di velluti grigi, | ai balconi fioriti della ragione, | e guardo | giù giù | oltre i lampioni, | le antiche emozioni | di angeli asessuati, | che volano, | come uccelli sempre liberi | senza piume né aria, | nelle notti di follia rara, | veloci come l’attimo | in cui il peccato | si trasformò in felicità”.

Una personalità poetica profondamente immedesimata in una traccia esistenziale che ne assorbe i tratti espressivi, volta a ricomporre l’uomo per tramite di un abbandono al divino (indistinto), ma che pure si esprime con la preponderanza di quella ragione che vorrebbe sublimare e trascendere (“Distogli | le scintille della ragione | ed una voce di usignolo | canterà il dramma di Eva”), processo espositivo che, nella contraddizione, episodicamente diluisce il rapimento emotivo ed estetico del verso.

Talvolta non è chiaro se siano molteplici i fili di Arianna da riavvolgere o troppi i labirinti interiori da cui tentare la fuga, fatto sta che taluni passaggi lasciano interdetti rispetto ad una direzione che stenta a palesarsi, ma che pure lascia piacevolmente colpiti: “Mi amò | una tasca vuota di fuoco | e un ricordo di nulla. | Oh pensieri insonni, | salite all’inferno | e contemplate i sogni di Dio!” (sono forse queste sporadiche ambiguità visionarie, più che le invettive razionali e, talvolta, anticlericali, a generare emozione nel lettore).

La malattia, ci viene insegnato, è una “chiave d’invincibile potenza”, che “riannoda rami di luce | e radici di creata | alle fontane | degli angeli della conoscenza”, la regressione (ipnotica?) verso la propria nascita una via per riconciliarsi con il proprio sé interiore, forse per entrare in contatto con echi di vite precedenti (“Persi le colonne del sapere | camminando all’indietro | nelle strade della mia nascita”).

Nel complesso un’opera stimolante e coraggiosa di condivisione del proprio universo interiore, universo magmatico in divenire pertanto non concretato in plastiche quanto granitiche figure poetiche statuarie, un’opera che ci indica con convinzione un cammino di ricerca possibile (e alternativo all’ortodossia classica) per giungere a quando, finalmente un giorno, “Libereremo | i cigni del Karma”, un giorno in cui l’”ombra del genio” sceglierà “la materia sulla bancarella degli spiriti” e incontreremo “allineati alle stelle | pochi uomini dagli azzurri occhi di muratori.”, che “costruiscono esseri nuovi”.
Recensione
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