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L’illusione dei miei passi

L’incontro con poeti di altre culture è spesso florido di scoperte: così è nel caso di Adonis, al secolo Alì Ahmad Esber.

Che sia perché dal confronto emergano chiavi interpretative che accomunano i sentimenti dell’uomo trasversalmente a confini etnico-geo-politici o religiosi, o che sia perché di queste chiavi se ne colgano di infinite fogge dagli arabeschi ricchi di fascino, ad ogni buon conto, nel complesso, si ha la sensazione di addentrarsi in un territorio da esplorare che invita alla scoperta di prospettive inusuali.

Adonis è un autore ibrido, che unisce alla teatralità della parola magica, la magia della creatività figurativa, dando forma a collage grafico-testuali in cui la calligrafia, così contestualizzata, diviene elemento esteticamente fondante del significato poetico dei versi.

Questo suo sconfinamento espressivo è motivato probabilmente dall’energia stessa emanata dai suoi versi, che erompono e chiedono di materializzarsi in un corpo tangibile, riportato alla luce dopo immersioni negli abissi dell’anima, come quando dice: “Amo sprofondare nella creazione. | Amo vagare come il dubbio, | come l’estraneità dell’arte. | Come l’anonimo ambiguo e incerto | ogni alba rinasco di nuovo”.

Legandoci a quanto riportato da Paolo Ruffilli nella quarta di copertina: “Dice Adonis che la poesia è essenzialmente impeto e trasgressione”, rileviamo poi come nella declinazione “adonisiaca”, tale spirito indomabile assuma delle vesti garbate e pur ossimoricamente dirompenti, educate, quasi gentili stilettate dal sapore classico e energicamente romantico.

Nulla, dunque, di paragonabile a molti dei cerebralismi poetici propri di una società tormentata come quella odierno-occidentale, in cui la ragione estrema e la filosofia (ma anche il “tecnologismo ateo”) hanno condotto a gorghi esistenzialistico-emotivi da cui spesso si viene fagocitati.

Il contributo di Adonis ad una dialettica a distanza sulla poesia contemporanea, deriva non tanto dai contenuti di per sé esposti, seppur degni di nota, quanto dalla maniera con cui essi ci vengono raccontati.

Il suo ardore è inestinguibile, rammentando un Byron od un Alfieri, quando dice: “mi temono | persino l’inchiostro e i fogli | e chiedo a me stesso: sto realmente scrivendo o bruciando?”.

L’elemento che più si incide nella memoria è una sorta di alone favolistico che, a tratti, avvolge come una tunica sospingendo il lettore su un tappeto volante, quasi sotto l’influsso di vaghe reminiscenze tonali derivanti da Le mille e una notte: “Raccoglieremo i mari, esploreremo le conchiglie | goccioleremo di ebano e rubini, |sapendo che la magia | è un genio nero”, un genio che il poeta vuole interrogare tramite il suo baldanzoso flusso di coscienza-corso d’acqua-linguistico: “Viaggia con me, emergi qua e svanisci là, | e interroghiamo, o fiume di parole, | le conchiglie che muoiono per diventare | una nuvola rossa che piove, | un’isola che si sposta o che vola”, o ancora: “E’ un sibilo dei geni che sento | o la musica delle fronde?”, “come un pensiero che legge la voce dell’acqua | nel silenzio della pietra, | come un sangue che scrive su fogli | dove la pioggia pettina gli alberi”, o infine: “Ti saluto o spettro amico, | sei vissuto su un dado e hai chiamato la luna | un giorno cavallo, un altro cavaliere. | Col sole costruivi case di paglia | e giocavi con i sassi”, sono versi che uniscono Il ragazzo che corre nella memoria, con l’Adonis uomo compiuto di oggi.

La natura è potente veicolo poetico che si origina da sensibile acume osservativo: “Arcata di basilico, culla di colombi | e finestre che lanciano i battenti | al vento e ai campi. | Un paese fatto di palme e d’inchiostro di stagioni, | lì mi allevarono il garbo delle nubi e l’ira dei tuoni. | Si veglia nelle tane del paese | e fichi e more svelano ciò che intimidisce le labbra”, sono versi che rivelano per campiture immaginifiche ciò che un discorso farebbe dileguare, troppe parole come acque torrenziali che dilaverebbero luccicanti sali minerali inghiottendoli in una dolina freatica.

Adonis usa questa tecnica con grande consapevolezza, per concentrare i significati negli scrigni metaforici senza disperderli, affinché possano erompere e colpire la sfera irrazionale ed emotiva; ce ne dà prova manifesta quando dice: “ma quanto incatenano le parole! | quanto ignorano il sentimento negli snodi | esili e stanchi | che vedono l’invisibile, | che mostrano all’alba come sorgere | e alle cose come parlare”.

Amore, morte, distacco, il poeta conosce nel profondo questi temi universali e se ne domanda il senso primo: “Conosco il viaggio amaro, questa vela | lacerata nell’abisso”, “Ma che senso avrà una permanenza lunga, | un soggiorno che ignori la partenza?”.

E’ poi sul concetto di morte che l’impeto trasgressivo ma garbato, di cui si diceva in apertura, esprime energie viscerali, passione intesa come eruzione di sentimento; così parlando del padre: “Lo amo come un segreto ribelle sepolto”, “Lo amo, amo le ossa | che si ribellano agli dei nella tomba. | Lo amo come un busto corroso, come argilla”, sono versi che preludono ad un’insoddisfazione filosofica che non trova sazietà neppure negli ingegnosi cuscini della religione, per cui devono trovare sfogo in un qualche ordigno mentale, qui davvero concretato in versi ebbri di potenza (ma mai coloriti da vocaboli offensivi come usa spesso chi eccede nella misura): “Brucio la mia eredità. | Dico la mia terra è vergine | e la mia gioventù senza tomba. | Supero Dio e Satana: | il mio sentiero va più lontano.”, “Annuncio: niente Paradiso, niente caduta dopo di me. | E cancello la lingua del peccato”.

Adonis, vorrebbe cambiare la realtà del dolore che mette a dura prova l’esistenza dell’uomo.

Nel suo intento rivoluzionario (rispetto allo schema delle cose cui intende ribellarsi), invoca il suo estro creativo, il suo rifugio esistenziale, quasi fosse un lampada di Aladino ed il suo genio un fulmine verde (ricorrente in vari scorci d’opera): “O verde fulmine, | o mio sposo nel sole e nella follia, | la roccia è franata sulle mie palpebre, | allora cambia la mappa delle cose. | Cambia la mappa delle cose | o mia immagine nel sole e nella follia, | o mio verde fulmine”, sono versi che imitano, nella ripetizione di alcune simil-locuzioni, la preghiera.

Nella sua impari lotta, il poeta trova il tempo di dedicare le sue riflessioni alla sua Damasco, alla patria,che in un certo senso disconosce e sostituisce al suo lume poetico quando dice: “La mia patria è questa scintilla, | questo lampo nel buio del tempo che resta” e poi, altrove, quando si riferisce al padre morto, alla fame, ad un bimbo venduto per pregare e per lucidare scarpe: “Tutto questo è la mia patria, | non Damasco”.

Non mancano poi i riferimenti e le critiche al mondo arabo più in generale (ricordiamo che Adonis è stato detenuto per “idee politiche sovversive”, poi rifugiato), critiche volte ai regimi che vi imperano, spesso totalitari dal punto di vista intellettuale, prim’ancora che nei costumi o nelle emanazioni giuridiche del potere.

Critiche che trovano la loro miglior esemplificazione nella lirica Interroga l’Oriente, in cui il poeta ammette e accusa: “La statura della storia si è piegata fra le mie mani: | è l’uomo sgozzato, che giace sul cuore di un profeta”, “Per generazioni successive di ferite | che ignorano | se devono piangere o ridere | il mio sangue è figlio di domande”, sono versi che esprimono chiaramente come talvolta le spire della violenza e della vendetta rinvigoriscano focolai di pensiero e di odio, anche quando magari questa non sarebbe la volontà prevalente della gente comune o quantomeno delle nuove generazioni che, magari perché non coinvolte direttamente in fatti di sangue causati dalle lotte tra fazioni opposte, vorrebbero dissociarsi e spezzare le catene che li opprimono.

C’è ancora un’altra anima in Adonis, quella che parla di amore, di eros intramontabile ed elegante: “Dalla tua nudità folgorante mi arriva la pioggia; | un tuono mi squassa il petto”, “Questo è il mio sangue: sfavillio d’Oriente. | Prendimi e annientati. Fammi smarrire. | Le tue cosce hanno il rombo, il lampo. | Prendimi, avvolgiti del mio corpo”, “Chiamala, oh letto, | la nave delle nostre passioni sovrane”.

Eros che diviene anche amore intellettuale, ammirazione per un esempio di condotta di vita, come in Ode alla straniera: “Mi chiedo cosa scrivere | a mia moglie straniera, piccola innamorata”, “Straniera perché non ama se stessa, | perché vive per un vicino sconsolato, | per una bimba vagabonda, | perché guida i passi di un cieco, | e per lui distende i propri occhi. | Straniera perché cambia ogni ghigliottina | con una spiga. | Brucia | perché si schiudano gli orizzonti”.

Adonis è un sognatore libero e passionale, figura catalizzatrice di emozioni e domande, con una sua cifra espressiva chiara che non lascia indifferenti neppure gli amanti dei più diversi stilemi: “Lacero i miei giorni e mi lacero: | il mio corpo qui, il mio sangue lì: fogliame | che trascinano nelle schegge dell’universo le fiamme”, e come tale vive “costretto ad elargire” le sue energie ed i suoi messaggi agli altri, senza finzioni, dimostrando, sotto diversi aspetti, di poter ambire alla caratura di classico: “La gioia ha ali, non corpo; | la tristezza ha corpo, non ali. | Il sogno è l’unico innocente | che vive solo se è fuggiasco”.

Posizione, quella di classico, che la storia vaglierà se assegnargli o meno, ma che egli sembra auspicare, per la sua opera più che per se stesso, quando dice: “la storia s’incendierà nei miei vestiti | e cresceranno le unghie azzurre nel mio libro”.

Recensione
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