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…«penso ciò che penso, fuori norma. Al bando l'ovvio»…«un poeta decente è quasi niente. L'indecenza è una prassi ad Alessandria…», così Maria Grazia Lenisa si presenta tra i veli de L'Ombelico d'oro, continuando a fomentare critiche e dibattiti che, dai tempi di Erotica (1979), accompagnano la sua florida carriera letteraria.

La presente opera poetica porta un titolo-metafora-pretesto, l'ombelico-telecomando-quasi macchina del tempo, attraverso cui la Lenisa, come già in Saffo chimera, si estrania, qui nel mito alessandrino dei tolemaici lumi, luogo reale-ideale in cui pare a tratti lasciarsi a noi intravedere come Hipantia, figlia del matematico Teone, ultimo custode della Biblioteca di Alessandria d'Egitto, donna indomita seguace del libero pensiero, bruciata da un'orda di fanatici prima della terribile sciagura dell'incendio del “Bruchium”, lo scrigno del sapere del Mondo Antico.

Fedele allo spirito onnivoro di Tolomeo I Soter (Salvatore), la Lenisa si estrania, dicevo, per meglio catalogare e poi colpire e destrutturare ogni aspetto morale, etico o filosofico che le capiti a tiro: dalla satira politica ai miti dell'amore ai tabù del sesso in commistione con i religiosi afflati per finire con la critica alla contaminazione della nostra lingua madre ovunque è nella sua natura provocare, turbare, sovvertire le certezze culturali, creare scompiglio.

Addentrarsi nel delta del Nilo del di lei dire e del di lei detto è smarrirsi in una foresta di mangrovie-parole, a tratti sembra i suoi versi indossino le note dei Capricci di Paganini per ferirci con squarci d'archetto di violino.

Il suo linguaggio è puro comburente dialettico. La sua impudenza rimbaudiana, però, a tratti può offendere una buona parte di lettori: parlare di «Cristo, castrato come fosse a un coro di voci bianche» (che ricorda il «Cristo arrapato in croce» de l'Agguato Immortale ) o versi come «Si sporca, recitato, il canto di Dante: “Vergine Madre…”, sacro incesto» o come la lirica “I sotterranei di Alessandria” francamente trovano nella critica un'oscillazione di opinioni che spazia tra “l'Osanna nell'alto dei cieli”, il tollerabile, il blasfemo, o l'indifferente nel suo scopo, dipende dai fondamenti assunti come paradigma nella costruzione di un teorema di giudizio.

Per questo da sempre la poesia lenisiana può dirsi, mutuando l'espressione dal gergo della geometria, non euclidea. Del resto ciò che a tutti piace o è verità universale o banale nulla e, nel mezzo, vive e prospera il concetto di Bello transeunte.

Ma “La ragazza di Arthur” è oltremodo stupefacente nel cogliere elevatissimi sprazzi poetici. Innumerevoli sarebbero gli esempi, guastati talvolta volutamente nell'estetica con l'introduzione di versi crudi e spaesanti nell'esplicita violenza dei termini, come a esorcizzare i miti degli ideali per mezzo dei miti dell'iconografia letteraria classica in qualche modo imbrattati da contaminazioni decadenti e soprattutto per minimalizzare gli ideali d'amore («Amore, il male etimologico soave che mai non duole»), relegandoli alla folle inutilità sostenuta da Lucrezio e da Erasmo da Rotterdam.

Ma non è nel giubilo del sesso sfrenato e nel mito di Eros, come vorrebbero in molti, che la Lenisa sfoggia la sua luna ariostesca in terra e in vita; anche da questo concetto, evocato ne La Ragazza di Arthur, la poetessa prendeva le distanze: «non lascia segno il sasso dentro il mare (così fa cerchio il sesso e poi scompare)».

È attraverso quel suo poetare, simile per certi aspetti caotici del logos lirico (mai casuali) all'afasia linguistica di Amelia Rosselli descritta da Erminia Passannanti, quel suo «racconto senza narrazione» per dirla con le parole di Alessandro Raffi, quei suoi titoli a stralcio di un discorso senza contorni, attraverso quel suo dire arbitrario e irriverente, ironico e spregiudicato, ma anche sapientemente colto e raffinato (occorrerebbero parafrasi e note per cogliere appieno i metasignificati nascosti tra allegorie e citazioni), è attraverso tutto questo che la Lenisa ha senza dubbio centrato, conquistato e colto i favori del pubblico e della più parte della critica contemporanea.

Oltre il Realismo Lirico al quale volevano assoggettarla, refrattaria alle Avanguardie da lei definite «un fenomeno borghese», la Lenisa sgretola le concrezioni della prigione dorata di Psiche: suonano come il trapano del dentista alcuni suoi versi, instillano dubbi in un turbinio di tormenti emozionali.

Dell'ironia lenisiana molto è già stato detto; pur essendo nella presente opera pregnante l'accento iconoclasta, ella sa tuttavia toccare vertici di assoluto e lindo divertimento intellettuale in liriche come “Giochi Apollinei”, in cui ci offre una Lenisa-elefante «…da “ Mille e una notte” che porti le Muse in festa per tutta Alessandria». Nonostante il discorso steganografico lenisiano si componga di fragili quanto meravigliosi e instabili equilibri, livelli su livelli come piani di un castello di carte alto quanto un grattacielo, si colgono di lei frammenti significativi, anche tragici, disseminati nel puzzle scenicamente burlesco dei suoi versi.

La poetica di Maria Grazia Lenisa, inoltre, ripropone aspetti del pensiero femminista, in parte accostabile alla spregiudicatezza di Anne Sexton in Quando l'uomo entra nella donna, riaffermando in una scala di valori la supremazia della donna, e anche del suo uni-verso di-verso di desiderio, sull'uomo e poi, lei rettifica, della Parola sulla donna e infine ancora sull'uomo. Tutto ciò forse, si potrebbe ipotizzare dalle parole di Rossano Onano, a causa di esperienze traumatiche attinenti la sfera sessuale probabilmente vissute.

Certo è che suoi sono i versi sull'innocenza che «è solamente un mito» oppure di quell'«Io in cerca di Bellezza» che «si deluse così tanto che tenni le distanze dalla vita» o ancora «Se fui crudele, è solo per la vita un po' crudele che vissi, non altro» o infine «Sono difesa da un uomo che è morto», quest'ultimo verso riferito a Rimbaud, scudo esistenziale della poetessa?

In conclusione la Lenisa e la sua opera, sia essa questa seppur valida L'ombelico d'oro (ma comunque distante dalle irraggiungibili vette del suo capolavoro “La Ragazza di Arthur”) o un'altra, si trovano posizionate su un crocevia filosofico che sta alla base di tutte quante le annose diatribe sull'estetica della poesia: se il poeta sia umanità a nudo con tutti i suoi risvolti anche volgari o se la poesia sia la sublimazione di essa attraverso il linguaggio, setaccio al fiume per le pagliuzze dorate dello Spirito che vuole elevarsi.

Certo è che M.G. Lenisa del Rimbaud della Lettera del Veggente incarna lo stereotipo del Poeta che «si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato disordine di tutti i sensi. Tutte le forme d'amore, di sofferenza, di pazzia; egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza». Questo è forse al contempo il suo pregio e limite più grande: dissolvere il “velo di maya”, la Grande Illusione, mettendo a nudo Una stagione all'Inferno di un'umanità che non migliora, lasciandoci implumi senza risposte (lei per prima incapace di salvarsi, in quanto nichilisticamente convinta dell'inutilità di proporre un'etica salvifica) al gelo dei nostri dubbi.

Non è facile avere accesso al suo mondo: talvolta l'effetto percettivo è quello di trovarsi di fronte alla Madonna di Munch, ai tagli di Lucio Fontana o alle tele di sacco bruciate di Alberto Burri.

I Viaggiatori del Verbo, coloro che attraverso le chiavi-parole vivono passaggi su mondi alieni ideali, proveranno di certo un fondo di malinconia di fronte all'ironico canto, disilluso per quanto provocatorio ed erotico, della poetessa friulana. Senz'altro però, in senso rimbaudiano, Maria Grazia Lenisa è sommo poeta, «ladro di fuoco».

Recensione
L'ombelico d'oro
poesia 
Autori
Maria Grazia Lenisa
Edizione:
Bastogi Editrice Italiana
Foggia 2003

Presentazione di Giorgio Bárberi Squarotti. Appunti prossemici di Rossano Onano - pp. 120
prezzo: € 8,00

Recensione a cura di
Pubblicata su:
Il Convivio nr.22/2005
 

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