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Il volumetto di liriche qui presentato, a firma di Alessandro Cabianca ed edito dalla Idc Press in versione bilingue italiano-rumeno, si presenta ben connotato e racchiuso nella metafora del titolo. Ci viene in mente la favola americana anonima de La rana e lo scorpione, poi ripresa in tempi più recenti da Max Pezzali in una canzone, favola in cui la rana, dopo un’iniziale ritrosia, accetta di portare sulla schiena lo scorpione, incapace di nuotare, onde portarlo al di là del ruscello, forte della logica che esso non l’avrebbe colpita col suo aculeo avvelenato, pena la morte di entrambi.
Non sappiamo se l’interpretazione che ci suggerisce di associare lo scorpione all’ homo genericus sia quella giusta, sappiamo però che l’autore dissemina i suoi versi, talvolta volutamente prosastici, talvolta un tantino troppo retoricheggianti, con tutta una serie di osservazioni sui limiti dell’animo umano, le sue debolezze ciniche e crudeli, il suo comunque essere in balìa d’altro che lo sovrasta, mentre egli crede di esserne il dominatore. Ne scorgiamo l’animalità, in senso dispregiativo per l’animale, ne: “Il capro maschio è meno inquieto, | ora che la femmina ha domato;” oppure in “La violenza è più selvaggia quanto è più civile, | più definitiva. Ora è feroce anche il vile.”, che ci suggerisce quanto l’essere umano sembri mascherare le sue pulsioni con un maquillage di comportamenti cosiddetti civili, a dire quasi, che il male prospera nell’ombra, tra le maglie dell’ipocrisia che conviene. La sensazione che si ha è che il Cabianca percepisca fortemente questa sorta di autoinganno quasi generalizzato, in una sorta di indifferenza cosmica che annienta e inquieta: “(…) quel cielo sghembo li accoglie quasi indifferente; | s’inizia un’altra botte, piena del nuovo vino.”, oppure “Il tempo scorre uguale, stralunato, | la luna sul selciato | stampa un’ombra strana.”, ci sembrano suggerire scenari castanediani, geometrie deformate da abusi di pejote e datura. Nel suo poetare “a quadri”, come in una sceneggiatura in cui si danno coordinate ambientali e sensoriali, coesistono scene bucoliche e accostamenti con i principi e Principi della guerra (svariati i riferimenti a personaggi storici esemplificativi della volontà di dominio dell’uomo: Napoleone, Cesare, Alessandro, additati come criminali senza pari, Dario, il Re dei Re persiano, viene invece citato quale contraltare alla tendenza alla mitizzazione della storia, talvolta addirittura al revisionismo, e il riferimento alla sua fuga durante la battaglia di Isso, diviene ariete scagliato sul ponte levatoio issato da un certo tipo di pedagogismo non proprio illibato… Di qui la guerra come atto deprecabile fluisce sui campi minati di conflitti recenti: “(…) fiori rossi di memoria insanguinata | i campi di Srebreniza e di Vukovar”, “(…) come per le bambine: anche su un campo di mine | hanno voglia di giochi.” a testimoniare come la storia non scalfisca l’animo-scorpione dell’uomo, nonostante sia sotto gli occhi di tutti, che l’esistenza consista, come diceva Schopenahuer, in “una via circolare”. Significativo, proprio a questo proposito, uno dei momenti più riusciti dell’opera: “(…) i cavalieri dopo ogni battaglia | fino ad un tavolo di osteria | oppure ad un bordello, | serbando tutto il rancore | (non li spaventa ombra, né fuoco, né la notte); | anche questi hanno in pugno il mondo | e sono poco meno di una desinenza.” Non c’è salvezza in questo tratteggio schietto, soltanto figure letterarie che vivono indipendenti e consapevoli, i citati Dino Campana, Ezra Pound, Aldo Palazzeschi, Alda Merini di cui in Testimoni del tempo, si dice che fosse: “esagerata nel soffrire e nel godere”, ma che, come quest’ultima, non mentono come gli “altri poeti”, quelli che mentono “sapendo di mentire” e creano “mondi sublimi sulla carta” (in Lune). L’autore pare associarsi a loro, in una sorta di alienazione ipervisiva, certamente condivisibile ed abbastanza efficace, anche se pur lievemente intessuta di tramature concettualmente lise: “Tocca le carte dove sono impresse | le fatiche dell’uomo, | indaga il bianco fra le parole, | esamina l’interpunzione, prima ancora di perderti dentro il senso: | è così che si è poeti, nel peso | che si dà ai vuoti, alle partenze.” Si elevano, qua e là, sprazzi di luce poetica più nitida e convincente, che colpiscono la percezione immaginifica, con semplicità ed energia: “Il tuo corpo accendeva come accendono | i papaveri il colore del frumento;” e soprattutto: “E’ l’ora che la brina decide del suo vivere | indeciso e si trasforma in goccia d’acqua viva | e cade sopra un’erba o un prato, accendendo | colori | o, più a lungo, la vita;”. Questo mondo lirico, delineato come miscela ossimorica di continuità conflittuale ed inerzia feroce, in cui anche la nostalgia del passato non sfugge alle venature avvelenate dell’animo umano (“C’erano le fontane, gli abbeveratoi; | si andava a caccia di lucciole e di farfalle, | crudeli quanto basta e un po’ felici;”) per poi sfociare nell’apoteosi della constatazione di un peggioramento ormai incancrenito, quasi geneticamente salvato nel database della vita: “Ora nessuno si domanda | come sarà il futuro dei bambini | senza un cucciolo di gatto da torturare.”, mostra come anche la storia soccomba al suo ruolo educativo: “(…) ma dei Ciclopi, che senza affanno eressero le | mura, | masso a masso, nemmeno una parvenza, il nulla, | solo tracce della violenza che fu o dello splendore (…)”. Ed in attesa di una fine che pare una chimera: “A crepapelle ride l’Oceano Mare, | urla la sua vittoria | e sui vivi e sui morti ricomincia il canto.”, si attende il momento in cui “(…) perfino gli stupidi avranno improvvisa | un’illuminazione: | lasceranno fare all’acqua, al sole, al vento e ad | ogni altro uomo.”. Un’opera onesta che trasmette un certo malessere di fondo e anela con discrezione ad un ritorno alla verità delle cose, un’opera eretta su buone intenzioni e messaggi che mettono in moto la coscienza e la razionalità riflessiva, un’opera che proprio in questi messaggi, piuttosto che nello sfarzo espressivo, trova le sue ragioni. |
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