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Ruggero Jacobbi è stato, come dice Mario Lunetta: “un autore multànime, malato di inquietudini cosmopolite, del tutto a suo agio scrivendo poesie e drammi molto trasversali in italiano, in francese, portoghese”.

Poeta, traduttore, narratore, saggista e registra teatrale, radiofonico e televisivo, direttore della scuola del Piccolo Teatro di Milano e poi dell’Accademia Nazionale D’arte Drammatica.

Partendo dai suoi “vent’anni all’ombra dell’ermetismo fiorentino, e più ancora dentro l’eco del flauto di Alfonso Gatto”, il nostro ha sempre manifestato una consapevolezza di mezzi e strumenti culturali ottimamente forgiati (in questo va contestualizzata l’affermazione, un po’ pretenziosa invero, che cita il volume dei suoi scritti come più di quelli di “Gatto, di Carducci, di D’Annunzio. Ho scritto, diciamo, quanto Neruda o Govoni o Giovanni Prati”, forse confondendo per un momento la quantità con la qualità, seppur quest’ultima sia indubbiamente presente lungo tutta la sua opera).

Uomo poliedrico, ermetico a tratti, di un ermetismo non intenzionale né ricercato quanto piuttosto nascente da una complessità culturale, multidisciplinare, linguistica e multietnica (“genovese d’infanzia, pugliese di remota origine, romano di studi e di residenza, brasiliano per lunga elezione (dai ventisei ai quarant’anni)”, così si legge dalla coda biobiliografica di “novecento letto & erario”, ha sempre cercato nella sua opera di riconciliare la visione del mondo in un corpus unico e solido, concependo sì, una “poesia dell’ansia”, nel tentativo di “ricomporre la fisionomia dell’autore nomade”, dissociato e disperso con pezzi d’anima fratturati e scomposti lungo luoghi e tempi rappresentativi della sua movimentata esistenza, sempre rinnegando il “libro composto di liriche isolate”, ma concependolo invece come “un romanzo in progress su una sua vicenda, dove ogni pagina genera o illumina un’altra”.

Riprendendo il concetto espresso da Luca Succhiarelli, giovane e competente prefatore dell’opera, “L’intera attività di Jacobbi può dirsi ierofanica” (termine che ricorre, invero, in maniera ossessiva e ripetitiva nel saggio introduttivo), “in virtù di questo ininterrotto “commercio” (Quasi presenza) tra sacro e profano (mai ben definiti), fra misticismo e realismo, poesia e teatro, tra reale e onirico, presenza e assenza”, possiamo soltanto evidenziare come probabilmente ciò derivi dalla sua spaccatura psicologica ed emotiva, vera e propria frattura dissociativa, derivante dall’aver vissuto a livello emozionale, almeno due esistenze nell’arco di una vita, esistenze lontane migliaia di chilometri tra loro, che gli hanno sempre impedito di assorbire eventi significativi, anche luttuosi, addomesticandoli con la propria presenza (di fatto, spesso asincrona rispetto all’evento).

In effetti il “Quaderno brasiliano” è intriso di rimpianti velati dall’arte del nascondimento: “Mi manca il sentimento | delle cose familiari, dei possessi, | dei retaggi, degli affetti: ho solo il cosmo”, è certo frase provocatoria, la cui dimensione cosmica pare essere distrazione dimensionale che non sopperisce, anzi amplifica, il senso di vuoto.

Anche “l’addio dei vaporetti | in faccia a Villa d’Este… | Che cosa me ne faccio | degli improvvisi ricordi | se qui il negro lucente e spalancato attende | una mancia di vergogna?”, definisce la dimensione dissociativa tra questi mondi: quello del ricordo e quello dell’allora presente.

La frattura è voragine incolmabile quando i termini di confronto sono “La vita perduta in dosi di whisky | e lo schiocco dei dadi | sul tavolo di vetro”, quando tutto ciò che conta si fa “attesa | della donna che nell’occhio aquilino | serba il ricordo delle Baleari | come un’aiuola ottenebrata | dall’amore (a dall’amore dell’amore) | e la propria veemenza | come un dono regale”, quando, di contro e contemporaneamente, si divarica lo strappo in quei “Cablogrammi notturni, a basso prezzo, | chiedono notizie di me. | M’invoca mio padre | nell’area polverosa dei tigli di Via Calabria, fra gl’insetti della prima estate, | m’invoca mia madre, la lontananza | rimane sorda, sono qui, un cadavere”.

Non bastano le esperienza positive a sradicare i legami familiari lontani: “com’è dura | la permanenza delle idee generali | nella vita sgangherata che m’appartiene! | E il gesto di un’Arianna | non basta, non allontana lo sfacelo”.

Queste “quasi mattine declinabili all’infinito” rappresentano un’anima ben precisa di Jacobbi, quella del “Fango” e della “Tenebra”, quella oltre la quale “Poi tornare allo spazio delle ombre familiari | sarà possibile”.

Indagando sfumature e fragranze diverse, forse affascinati da ritmi e odori caribbean style, ritroviamo che moltissime sono poi le immagini di San Paolo del Brasile e dei territori circostanti, che raccontano di una sensibilità acuta e sentimentale, avvezza alla metafora trasfigurante ove “il ragazzo in tuta | è un angelo di stucco”, in cui corrono mandrie di “Cavalli affascinati | dall’odore della pianura: | un tepore arriva tardi col fieno | e ai confini della fazenda | una fisarmonica italiana | rameggia d’accordi la pergola”, dove si racconta di una terra in cui vivono “Prigionieri che mandano | biglietti masticati, sassi sporchi d’inchiostro | a ragazze,a studenti ignari della morte”.

Immagine di una terra dai forti contrasti, dai toni caldi e forti ove coesistono luoghi “della mia miseria, dove il lavander traspare azzurrino | nell’acido bagno”, mentre, ”(Più lontano, oltre il tunnel della misericordia, | Cadillacs costeggiano l’oceano)”, “le farfalle del Corcovado hanno un ventre mostruoso, |si buttano sui riflettori stridendo, tornano a volo | cieche”, “il Cristo gessoso, enorme | è indaffarato a benedire la città di piccoli lumi, | il mare nero di rimorsi”, dove “Aglaia, il tuo slancio di ragazza, da solo, | può raggiungere queste verità, | non c’è bisogno dell’ombra europea | per decifrare le debolezze degli uomini”, dove “Si comprano anche i corpi nella sera incauta, | qui, di Copacabana”.

Luoghi di danze frenetiche, dove “il balletto e l’orchestra sudano nella polvere. | Indecifrati i segni della vita fissano sulle rive | dei viadotti sfigurati lo sbandare della folla | e le brame al neon, le brame che non si frenano, | paiono insulti ma inducono i derelitti all’amore”, luoghi di dissoluzione ove “al taglio d’alba che fra poco | s’insinuerà, livido o calmo, | pago tutto di me, | suicida senza idea del potere, vittima sciocca | delle fanfaluche del secolo”, rivelano l’attitudine vigile del poeta a cogliere complessi sommovimenti e correnti sociali, fenomeni ideologici anche (come in La dialettica di Engels o, meglio ancora, nella lirica Nel segno, in cui “circola una perlustrazione di vigilanti in divisa | che il duce sorveglia personalmente ed ama con tutta la carne,” ove “Dietro i reticolati cresce il pesco familiare, | così roseo così uguale alla morte | che l’ultimo prigioniero entrerà nel forno cantando”).

Ancora luoghi-non luoghi in questo “Quaderno brasiliano”: luoghi esemplificativi, emblematici di mondi paralleli e civiltà contemporanee che si ignorano nella coesistenza, in cui “il lustrascarpe | ti gira attorno, coronato di mosche,” mentre “la vita rimane in lista di attesa” e sullo sfondo campeggia il motto della coscienza del poeta: “taci onestamente, completamente, per sempre”, luoghi dai quali il poeta vorrebbe affrancarsi a livello filosofico, inneggiando ad una scelta esistenziale precisa: “Sceglieremo il minore | fra i mali terrestri, il male d’amore”, eppure ciò sembra non essere sufficiente a placare il dolore perché “una parola in lingua morta | basta a volte per chiudere | la gola, per bloccare ogni sentiero”.

Una doppia identità quella di Ruggero Jacobbi, mai interiormente risolta, nonostante egli stesso provi ad assorbire ed integrarsi con le usanze locali: “Anch’io mi farò battezzare | col sangue del gallo sgozzato. | Rapato a zero, girerò | nella piazza della fecondità”, identità affondata sotto il peso di quel suo “travestimento da pirata”, quel “gioco di straniero a tutto”, su cui egli stesso si interroga domandandosi: “che può valere?”.

Una doppia vita vissuta spesso nel domandarsi, in maniera non sempre esplicita, come avrebbe vissuto il proprio se stesso dall’altra parte (l’Italia): “Non sei partito. Non ti vedi | più. Non sei partito. valigie come | sassi”, una vita spesa comunque a cercare di comprendere il suo tempo, significativo il componimento Lo spirito del secolo, ove le assonanze monovocali rammentano il testo della canzone Nun te reggae più, di Rino Gaetano.

Dissociazione nostalgica che riemerge costante anche negli scritti successivi al suo rientro in Italia, così in Elegia, ricorda un amico morente: “E si mise a morire, a Porto Alegre, | come un bambino. Si mise a morire nel Parco | della Redenzione”, sono versi beffardi, tragici, mentre “Anni rotolarono su me, su noi. A Milano | mi dissero «è morto» ma io non lo potevo piangere | perché da troppo tempo sapevo del suo stingersi | del suo dissolvimento | della nostra agonia”.

Le domande esistenziali corrono ne Il temporale, ove emerge un tentativo di riordinare la comprensione delle cose: “quale mano spinge i garofani | al balcone, sul vuoto?”, “Un tempo batte ai vetri | sordi, come una cosa”, “Tutto il mondo esplode | visibilmente”, l’uomo professionalmente solido e realizzato (o così rappresentato), in realtà pare ubriacarsi di abnegazione, si sente uno scaricatore: “Spingevo il mio carretto di fantasmi, col volto fisso, con gli occhi stretti. | All’angolo delle vie d’aria e d’acqua | esitava il verde”, quasi che nulla di ulteriormente preoccupante potesse crescere in quei luoghi interiori, già così angustiati.

Un poeta davvero inquieto, a dispetto del suo placido e certo destreggiarsi su fili di lessico e trame vocali, un poeta ancora da scoprire per valorizzare appieno, un poeta conscio che “nella macchina continua | degli eventi la piccola mente vuole insinuare una ragione”, mentre “il nemico del vento cerca un soprappiù di ricordi | e cammina fra le case calde di famiglie”, a dire che certe distanze non potranno mai essere risolte.
Recensione
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