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Rodografie

Se la rosa è, come lo è, bellezza ideale, ovunque essa radichi in terra ed esista essere vivente in grado d’intenderla, al medesimo incanto lievemente sospinti ci si pregia nell’abbandono, leggendo le Rodografie di Lucia Gaddo Zanovello, un autentico trattato sulla bellezza dell’esistere, declinato tra velluti e spine interiori.

Ardentemente si desidera liquefarsi nella lettura, silvano elemento osservativo disperso tra gli Humuschianti afrori sprigionati dalla poetessa ai quattro venti, senza, per una volta almeno, il peso di dover razionalizzare, nell’esegesi pur sempre goffa al di lei cospetto, la somma beatitudine che se ne trae lungo il cammino.

Ci si pensa furtivo Tamias sibiricus, agile volatore rameale, scoiattolare invisibile tra luccicori lessicali e ninnoli di saggezza, piccoli ed immensi come i giocattoli preferiti d’infanzia che s’incidono nelle tenere palpebre di un sempre che fu, con l’unico scopo di esplorare, nel mondo del possibile, se può esistere confine alla meraviglia che erudisce l’occhio, la mente, il cuore.

Si tenta, rimpiccioliti in quest’incantesimo, di descrivere un quadro colmo di particolari tutti salienti, nell’impossibilità tonale di rappresentarlo senza ruzzolare nel grigiore di una sintesi crudele e spartana, magari volgarmente saccente, come se, con un codice binario, s’intendesse rappresentare l’estro creativo di una lingua esadecimale.

Occorre soccorrersi in frantumi citazionistici, sperando di derivare una soluzione emergente, quasi spontanea, evidente di per sé, perché la ratio annichilita rifiuta il compito del dire, le cerebrali fauci verbali dell’emisfero sinistro si disinnescano come in rara meditazione, per fiorire nell’illuminazione dell’emisfero destro sopito, nel tentativo di cogliere «la gioia canora del bosco dal prato | per scale radici e spaccate silenti silíci», cercando d’intendere se davvero «trame e viluppi di denti bugiardi di ortiche | mordono i pallidi passi, | nel buio da eclisse», motivati a stanare «il torpido umore del colle» che «si svela | ed esala dall’alveo suo molle | effluvi di ambrosie cedrine | mischiate a fragranze mentine».

Si desidera, per mano carezzevole dell’autrice, spegnere la propria ansia di sopravvivenza nell’essere istante in movimento, senza scopo se non di compimento di un puntinista disegno complessivo, che prescinda dal suo singolo elemento costitutivo.

Ci si ritrova a credere, pertanto con stupore, a quel coraggioso «Non chi si ferma è perduto, | smarrisce chi va | pei sentieri astuti della conoscenza a navigare. | A restare pecora di prato sotto il cielo | breve di quest’oggi | slarga il passo | si sradica lo zoccolo | di andare sul ciglio dell’abisso | verso il mare», in uno stato di estasi mistica che ricorda le danze rotatorie dei dervisci sufi, abbandonati con la mano sinistra rivolta verso il suolo e la destra verso il cielo, a creare un ponte tra terreno e divino, mentre in lontananza risuonano le ammalianti note di un nay (flauto verticale tipico della cultura islamica) adagiate su ritmiche di küdum (piccoli timpani in cuoio ricoperti di pelle di capra) e halile (piatti in rame) che rapiscono sguardi a spiriti ancestrali.

Lucia Gaddo Zanovello non è mai banale né retorica, dosa sapientemente e con umiltà l’ingrediente lessicale di pregio per sublimare il ricamo lirico senza stucchevole autocompiacimento, eleva lo spirito attraverso forme e figure che sono per sempre, come il celebre diamante, in un equilibrio che non può non derivare da una bellezza interiore che nulla concede all’infingimento di certi, molti, poeti contemporanei.

Parlano davvero i suoi versi, con un registro arboreo fastoso di veli lirici, come foglie di seta che danzano al vento dimenandosi da solide fronde di consapevolezza stilistica ed evolutiva, propaggini narrative che sanno come sollevare significati importanti, talvolta da parole semplici in pregiati accostamenti adagiate: «parlano i fiori accesi delle luci | ininterrotte delle stelle nella notte | e lune alpine in forme chiare di saluto».

Via via che la lettura procede, appare lei, attraverso liriche colme di sentimento ed estetica inscindibilmente fusi, in una duplice veste: l’una fiabesca, l’altra, sapiente nel disincanto, che risolve l’enigma della vita sradicando dalla roccia l’amore, come Excalibur esistenziale che fende l’oscurità con barbagli di luce che annichiliscono il vuoto cosmico.

Nel primo abito ella è «una bambola bimba rosata | ritta, assurta, issata, | posata ai piedi di una fermata», la distinguiamo nitidamente «Nel sole, tra il cercine a falda, | l’ovale biscuit ardiva occhioni sgranati | ridenti, all’ebbrezza di andare, raggianti», colma della meraviglia di esistere su un orizzonte di continua sorpresa, come sulla cresta di un’onda che conduce regali a chi la cavalca lieve, onda di stupore in cui «La bambola bimba si stava nell’ora, un mattino per via | sul podio gradino | assoluta, in beltà | partiva col mezzo e chissà | con mamma correva in città | a versare fortune d’incanto tra i vivi | sollievi, speranze, stupori | in doni d’incontro improvvisi».

Quand’ella indossa quest’abito ruzzola giocosa ed impertinente tra le parole più timide e preziose, quelle aggrottate entro falde freatiche cullate da seni stalagmitici o abbeverantesi in polle d’acqua invisibili quanto prodighe di cristalli sonori, parole come strali che s’inseguono, canidi giocosi su spiagge celestiali di nuvole sabbiose, ove «Autunnano alle porte brevi paradisi», «Incespica l’ombra dei passi» e «Bianchi ricami di nubi gonfiano il tramonto, | accesi di sorrisi | e il cuore, pago, smette di pregare | supplicando questo tempo di restare».

Così ci si attarda nel gioco dell’invenzione e del suono, a dire talvolta con le note, prim’ancora che con i lemmi, con quel «Sacro diaspro cresce aspro, nibbio di pece in nebbia di pace», o quello splendido «Sol se | debita equanimità | re mi fa | do si la | conferma | che congerie informe | insipiente | d’echi spenti | le note della scala | in caduta inavvedute | convulse abbagliate babeli | aliene rovinano scomposte | sotto un cielo di sfacelo. | Strabocchevoli suoni | barbari toni | solcano il respiro della pace», che si fa gocciante divertimento musicale, evasione che scatena birbantelli spiriti infanti, che si fanno adulti nella riflessione che deborda oltre l’immediato.

L’autrice appare una sacerdotessa della foresta intenta a volteggiare in aeree danze silvane, eterea silfide (si dice vivano nel vento) sbarazzina dalle ali di saggezza giocosa (ma senza gli ingannevoli sotterfugi come da mitologici e millenari retaggi), la sua sorprendente padronanza di una botanica rivista in chiave spiritualistica, la rendono un passaggio evolutivo oltre i pascoliani lirici afflati.

I suoi versi son dialoghi con gli spiriti del bosco che abitano le cose vive, così come anche quelle in apparenza immobili (ma non inanimate), versi come preghiere: «Cúnaci, falce bianca, e cima tutte le spine degli assilli | caduti nella culla incauta e fonda degli amanti», preghiere come formule magiche: «Dagli uberi tuberi scuote il germe della vita | e sale, in luce al cielo | volgendo le beate narici | dei colori in corolla. | Nascite lievi e rinascite insperate, | aliene idee di zuccheri e bellezze», a ridestare sentimenti rituali, potenze sopite nell’altrove presente e cavo.

La natura vegetale, nella sua declinazione viva e sofferente, diviene stoffa modellata da lingue sartoriali, che conducono alla foggia del secondo abito poetico di Lucia Gaddo Zanovello, un vestito malinconico in cui occhieggiano pences fatte d’ombre di un grigio multitonale e «s’apre la fragola del cuore», esponendo il muscolo del soffio vitale nudo e pulsante, nei suoi fragili ed impavidi palpiti, sul tavolo operatorio in cui ella opera acuta dissezione dell’anima: «Il vento cuce marzo di mimose | sul disgelo. | Ammalavano di neve | i margini sontuosi delle foglie | sempreverdi dell’acanto, | ora atterrano snervate | con sonno gonfio di dolore», «Spiegherà la vigna in pianto | al cielo i racemi della messe | per le potate braccia, | piegate ali | strette al rigo di cattura».

Il mondo animale (in particolare minuscoli volatili, ma anche grilli e perfino vermi), teneramente concepito ed inteso, costituisce per la poetessa in questi abiti abbigliata, una culla affettiva, baluardo eretto a difesa delle proprie filosofiche paure, o forse qualcosa di più di un baluardo, che di per sé avrebbe connotazione preventiva, mentre qui, invece, sa addivenire a ragionata fortezza che riscalda l’anima, flebile flammula: «Da qui non s’ode la curva del mondo | scivolare nel tempo con l’urgenza delle ore, | affonda nel verde inumidito dalla pioggia | il pigolo richiamo dello scricciolo | che pulsa attesa filiforme | sulle zampe esigue | avvinte al ramo», « La colma fiamma del suo collo | s’allungò vigile e stesa | dal ciglio sbrecciato del vaso | verso l’apice dell’attesa | e piú nulla poté | ogni resistenza alla bellezza», « Non era che qualche grammo di pettirosso | proteso al limite del suo essere», sono versi che commuovono.

Splendide sono poi le liriche dedicate ad anime feline che si conosce invadano (ed abbiano invaso) placidamente la casa della nostra, da cui stralciamo alcuni passi: «E Minnie conobbe la neve | nel lago breve | della sua vita lieve. Tutto il fuoco le occorse | delle nude zampe di lepre | a far levare ad arco i balzi | al suo molle ventre bianco di perla. | Ora è nei boschi il sangue alato | e s’invola veloce staccando guizzi | all’immobilità del peso di una voglia | che non sa attendere. Quanti palpiti dolci | esitanti nel gelo saranno facile | preda nel tempo dell’agguato».

Stupisce, per maturità evolutiva o sfinimento lacrimale, che la poetessa colga la profondità del dolore e l’immane senso d’ingiustizia che pervade l’esistenza, nella sofferenza in senso lato e nella privazione dalle gioie dei propri cari e, ciò malgrado, non erompa mai in comode rabbie reattive, convogliando l’energia verso più proficue questioni, domande come candelotti di dinamite fissati sulla pagina con il loro sibillino punto interrogativo (o coda felina incendiata?) a far da miccia accesa, che pericolosamente rischiara amari dubbi, come nella lirica “Coccolosa Picia”, dedicata ad una gatta scomparsa in circostanze ignote: «Quanti risvegli amari conta questa vita | e a volte il cuore cosí pesa sordo, | irrimediabile di pagine chiuse | che par d’essere | nell’infelicità carcerati | senza un apparente perché. | Perché se n’è andata l’inquieta da me, | nulla mancava, tutto aveva qui. | Dove tornava l’ingrata, dolce, dolcissima | mia piuma, perché. | Torna a dirmi | perché andavi via da me. | O tu innocente con me sei stata preda di nequizia? | Intrepido, soffice e soave alito flessuoso | dovrò trovarti un giorno nell’infinito amore | che per infinito amore ci conclude».

Ovunque appaiono versi che lottano con altri versi, come in un’ampia distesa in cui orde tolkeniane sconfinate si affrontino con opposte ansie edificatorie o distruttive, conflitti in cui l’esercito del dubbio produca epici giganti forgiati nel diaspro di un: «sospiro chiaro | d’ultimo respiro amaro | al pianto di questa Terra | rapace mendace feroce | d’acredine in radice | che risolva in solitario l’intricato rebus | d’onnisapiente inestricata fabula faina», giganti che talvolta paiono prevalere, come quando «Torna il gelo nella stanza dei relitti, | non albeggia da mesi dietro i muri | del passato e ciò che giunge è lieve | gioco d’ombra, è segno che non risolve | di un avvío. Ío, suono che suona solo, | come deve, come sa; | da sempre sa che è solo suono, | che piú non chiama. | Resta diviso seme, nel perduto vento | degli inganni», ma che, nel complesso, alimentano un confronto in perenne stallo, da cui emergono flutti di sangue e di luce, proiettili d’anime in frantumi, scagliati lontano dal clangore delle spade e dalla furia delle grida che pervadono l’orizzonte.

D’un tratto la battaglia cessa, gli eserciti riposano mentre i reparti di salmeria allestiscono accoglienti campi di ricovero per ferite assiepate intorno a caldi fuochi, è il tempo delle riflessioni: «Sulla pelle oscura di questo fango posa | il bacio dell’anima mia | e conto ad uno ad uno l’amento d’oro del noce | e del nocciolo, | m’avverte che il frutto benigno | ha la dolcezza di un appeso dolore. | Non lacrima piú chi ha speso tutto il cuore».

L’autrice ci conduce per mano nel suo sacro giardino interiore, lei stessa si purifica attraverso i suoi versi, così emotivamente carichi, da cui ne stilla un elisir medicamentoso che dona inesauribile vigore: «Pigiare le dune di un letto di spine a un castagno | cercando fra gli amari ricci | e capire che il dolere è un frutto bruno e lucente | che nutre soltanto chi si lascia ferire», ci porta a comprendere come lei abbia un segreto, del quale generosamente ci mette a parte: «Cibo prende l’anima | dal ricordo astuto di mia madre | che eterna il suo dire nelle cose | chiare che ha lasciate scritte | nel quaderno appunti delle sue certezze. | Che il fiore della bellezza sta nel gesto | indichiarato di un amore. | Nel breve soccorso di un saluto. | Nella linea netta | di un percorso inderogato. Anche se | spina preme di rinuncia. Un leone | ebbi per madre, e padre», «E mi resta accanto la persona alata | che spia il mio gioco».

«La tenera pittura degli amanti | veste di speranza il senso delle albe», così ci insegna Lucia Gaddo Zanovello, riportando la nostra mente ad un’altra sua opera dal titolo Amare serve.

Siamo di fronte ad un fragore e una fragranza poetica, rari.

Un profumo dalle 63 essenze costitutive, segrete, improbabili lievi carezze di praline al cioccolato in maschera, amalgamate a pungoli di puntine da disegno infisse in un costato d’ipersensibilità acutamente spirituale, infuse in guizzi rapiti in un delfinario siderale che ha dimora oltre la nube di Oort.

Una poesia nulla di meno che entusiasmante, per la capacità di spaziare in maniera emozionante tra metaforici temi astrali in opposizione.

Siamo di fronte ad una poetessa maiuscola, e per mezzi stilistici e creativi, e per contenuti ed esiti lirici, che ruba l’anima alla Natura attraverso una metempsicosi totale con l’oggetto della narrazione, e per questo la sua opera è destinata al dono che perdura.

Recensione
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