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Trasparenze in vista di forma

Caro Giampietro, noto con piacere che la collaborazione Zagaroli \ Rasi prosegue proficuamente e che tu pure hai deciso di supportarle tramite la pubblicazione nella collana di “libellule” (immaginando i volumetti come femminee plaquettes…) che curi insieme alle Chelsea Editions.

Ti faccio i miei complimenti, ottima scelta.

Ricordo La nostra Jera con piacere, una lettura piacevole ingemmata di fruttificazioni preziose.

Anche Trasparenze in vista di forma (che bel titolo simbolista, nel suo divenire annunciatore) prosegue nel sodalizio tra afflati verbali e immaginazioni fotografiche, in una trasfigurazione della realtà che prorompe dal connubio giocoso tra suggeritore e attore sulla scena, in un’inversione di ruoli e attenzione che cerca nelle immagini conferme visive al verso, o nei versi l’interpretazione di uno scatto rubato o a lungo studiato.

Anche in questa circostanza mi sono imbattuto in versi nerboruti e scudiscianti, di cuoio e metallo odorosi, pregni di una dolorosissima consapevolezza che lacera la carta velina dell’illusione senza alcuna compassione per la propria anima, come in quel “Sangue fra griglie la rabbia | è acqua senz’ordini | raggiunge la cima di alberi stelo | tracima il sovrano rifiuto | Una veste stracciata in cerca di mammelle | è l’incubo | di chi intuisce il cosmo spento degli umani”.

Quei “cascami d’uomini” che “disperdono passi”, poi “perdono, carezze abbracci” e “a volte sopravvivono in una giornata di sole”, sono espressioni forti che prudono di verità nuda e cruda.

Una verità corrosiva che si tuffa poi, forse in preda alle ustioni, nella conferma dell’istante gelato dallo scatto intitolato Red Carpet, che pare, con quell’inquadratura a volo d’uccello sur place, ricordare un’esperienza fuori dal corpo (out of body experience, per chi è appassionato), di chi vede, per una volta, osservando con gli occhi di Dio, e ne rimane sconvolto.

Splendida l’opera fotografica Vita Senza, in questo caso ruba l’attenzione al testo, che pur si ricerca quasi con disperazione conoscitiva, per carpirne il dettaglio segreto, che emerge con una sincerità degna di Kill Bill atto primo, a ricordarci con quel “sono la morte senza vermi”, che la caducità è un soffio temporale, il tempo un’illusione di spazio e di pensiero, la morte un punto di coscienza a volte fuori sincrono rispetto allo sfinito pulsare di un muscolo cardiaco.

Penso che il volumetto celi in sé un grande e potente quesito rivolto all’inconoscibile sovrastante le umane sventure (ma, occorre precisare, le sventure del Creato tutto), quesito che trova il suo simbolo migliore in quel taglio magistrale operato dall’obbiettivo in Dialogo con l’uomo, in cui, se non prendiamo un abbaglio, un Gesù uomo crocifisso, annichilito e ridotto a infinitesimo proprio dall’inquadratura, interroga il Padre con lo sguardo e di Lui ne incontra il volto incorniciato da una capigliatura arruffata, che nettamente scorgiamo tra le nuvole che riempiono il campo (non so se per fortunata intenzione dell’autrice, a cui nell’eventualità andrebbe un gigantesco plauso, o per scherzo ottico-immaginifico dello scrivente).

Una domanda che resta nella mente, a dispetto di una lettura fugace (data l’esigua mole di pagine che si vorrebbe fossero di più), proprio per dare corpo a quei principi di poesia curativa che stanno alla base della Poetry Therapy importata in Italia e sostenuta dalla poetessa Antonella Zagaroli.

Una domanda che non si può liquidare e risuona come un rintocco costante in un vento sibillino, in quel “Paesaggio d’ombre illuminate” in cui “l’occhio cerca un nome | anche nella polvere | anche in un angolo appartato”, perché, forse, la maggior parte di noi, non può farne a meno.

Ti ringrazio del prezioso dono e ti invio un caro saluto.

Recensione
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