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Postfazione a
Canto silenzioso
di Felice Di Giacomo

la Scheda del libro

Giannino Balbis

Anche in Canto Silenzioso (Edizioni del Leone) i versi di Felice Di Giacomo sanno parlare direttamente al cuore – anzi, al cuore in esclusiva vogliono parlare – perché dal cuore direttamente provengono, con intuizioni e intonazioni, scorci d’anima, di mondo e di natura, che, al primo incontro, diresti vicini alle più candide voci del fanciullo pascoliano. Certo il poeta di San Mauro – in specie quello delle Myricae più antiche – sembra un punto di riferimento fondamentale per Di Giacomo (si leggano, ad esempio, L’ora dei morti, tutta intessuta di echi pascoliani, o Il viaggio, con esplicito omaggio al mite sorriso del Pascoli), come lo è per diverse linee di cantori del vissuto quotidiano che si diramano dai crepuscolari alla Moretti ai vari Penna, Bertolucci, Erba e a molta poesia dialettale novecentesca, e fra le quali forse –pur con tratti ed accenti del tutto propri – può trovar posto anche Di Giacomo.

A differenza di Pascoli, tuttavia, non ci sono in Di Giacomo le complicazioni di continui rimandi all’oltre, né una carica straniante alla Erba, né una semplicità solo apparente alla Penna (maggiore forse è la consonanza con la tenera elegia di Brtolucci): la tensione dei suoi versi è tutta visibile, tutta volta alla verità immediata, alla più trasparente sincerità, senza eccessivo peso di cifrature simboliche. Il discorso poetico, pur affidandosi spesso alle immagini (cariche di partecipazione, oscillanti tra stupefazione ed emozione, aderenza all’occasione e trasognamento), si snoda in riscontri diretti, in collane di resoconti immediati, i brevi reportages dell’anima, in suggestivo equilibrio tra cronaca e lirica, nota di diario e canto di poesia.

Argomento esclusivo, dunque, è il viaggio esistenziale del poeta (richiamato già nei titoli di vari testi: Viaggio, Volo, Gitano ecc.). Viaggio a pieno titolo: giù, verso i porti sepolti, i fondali misteriosi della vita, e poi su, a scrutare i possibili porti reali, e ancora avanti e indietro in infinite rotte, in caccia d’ogni valenza di legame fra gli individui e d’ogni barbaglio di luce sugli interrogativi primi dell’essere al mondo: il dolore, l’amore, la bellezza, la morte. Nessun gioco d’allegoria, come detto: sempre lo spoglio spazio, invece, del vivere quotidiano, ma increspato di sentimento, di quell’adesione cordiale e garbata al tempo, alle creature, alle cose di cui solo è capace un animo profondamente mite come quello di Felice Di Giacomo, cui sono estranee la ribellione come l’euforia trasgressiva, la cupa depressione come l’illusione sfrenata. I suoi toni non oltrepassano la malinconia o il rammarico, da un lato, la gioia pacata e pensosa, dall’altro. Nella felicità come nel dispiacere non manca mai il senso dell’accoglienza e dell’accettazione, ora declinate in religiosa riconoscenza (Ringraziamento), ora venate di pietosa rassegnazione (quella che il poeta definisce la pacata sofferenza che cresce nell’arcipelago della vita. Si gustino i bellissimi versi di Respiro d’autunno:

“Sanno d’autunno i miei pensieri | in questa aria stanca; | in primavera i pensieri vanno in terra | ma in autunno si osserva il cielo | nel silenzio canterino della notte. | Sanno di autunno i miei pensieri | in questo abbraccio di lacrime | che piovono dal cielo chiaro; | in autunno viviamo il nostro crepuscolo | riposati in conchiglie di rugiade.”

Non sfuggirà al lettore la dominanza incontrastata delle tinte pastello, sia nella resa degli esterni sia, ancor di più, nella rappresentazione degli interni del cuore e della mente: Abbandono, Il silenzio, Ombre, Quiete, Ascoltando il silenzio, Riparo, Dolce pensiero, Parvenze di gioia, Notturno ecc. Nessun male di vivere, insomma, o almeno nessun compiacimento, nessuna esibizione delle ferite, anche profonde, che l’esistenza inevitabilmente procura, per quella sorta di necessità che, a seconda dei momenti, può essere addebitata al mistero di un disegno provvidenziale (Messaggio, Messaggio sognante), all’invincibilità di un arcaico Fato (Idea notturna), all’indifferenza di un voler matrigno di stampo leopardiano (Smarrimento). Ci sono tutte le sfumature della saggezza e della mitezza, preziose conquiste di chi ha capito e accettato di non poter conoscere e capire fino in fondo, di non poter attingere che ad una piccolissima parte – e fragile, illusoria, provvisoria – dell’incolmabile bisogno di vita e d’amore. Quando, per una sorta di bilancio finale, il poeta instaura un dialogo con il proprio cuore (A te, cuore), non lo fa con gli accenti tragici e perentori del Leopardi di A se stesso, ma con delicatezza, compassione, comprensione estreme:

“Non osare lacrimare, cuore, | tu conosci la lama dell’amore | e come ti penetra il dolore, | parla solo con me. | Se un giorno percorrerai | la landa desolata dell’anima | capirai il linguaggio delle onde perdute | il breve mare torbido dei sogni. | Sei stanco e non riposerai; | il cane ferito a morte | cerca un nascondiglio | ma non lo trova. | Solo e inerte davanti a un mistero | tu non sai perché l’erba cresce | se il mondo esiste o no: | ma devi esserci | pur sussultando nel poco sonno | nel vano torpore del mondo.”

Per la sua piena e trasparente verità, la poesia di Di Giacomo pare uscita dalla bottega d’un artigiano (un sarto, forse, o un calzolaio, un cestaio…) d’una volta, quando il lavoro realmente e tangibilmente legava le vite ai giorni e alle stagioni, le esperienze passate ai frutti presenti e futuri. Non c’è un solo verso che conceda qualcosa alla ricerca tecnica pura, nessuno che pecchi, neppure in maniera veniale, di narcisismo. Tutti i versi sono autentici “liberi” nel senso più completo del termine: liberi da regole metriche, da norme formali, da condizionamenti di modelli, da vincoli di appartenenza di qualsiasi genere. Soltanto dettati dalla verità del cuore, soltanto preoccupati di tradurre in parole piene i grumi profondi e magmatici del cuore.

Se è vero, come è vero, che, dopo tanta cosiddetta postmodernità, è di nuovo attuale il bisogno di valori e verità, la poesia di Di Giacomo ne è un esempio luminoso. Pur in forma sommessa, con l’understatement che la caratterizza (appropriatissimo, in proposito, il titolo Canto silenzioso, da estendere idealmente a tutta la raccolta), ci offre infatti un’importante lezione di vita. Per quanto Di Giacomo si chieda Chissà se vi è un rifugio | nei versi di noi poeti, è evidente nella sua poesia la traccia di un messaggio morale, di una proposta di argine etico all’indifferenza, alla truce insipienza, alla folle violenza del dio d’oro e d’argento che oggi domina il mondo. L’uomo di Di Giacomo sembra assomigliare all’uomo-ginestra di Leopardi, umile ed eroico nell’accettare la propria impotenza, pronto a guardare in faccia la realtà e a confederarsi con tutti senza selezione alcuna (si legga, fra gli altri testi, Legame). Ma è dotato di una superiore mitezza, che richiama invece l’antropologia francescana. C’è un che di familiare, fraterno, filiale, amicale che attraversa tutta la poesia di Di Giacomo (Cuore di madre, Ai miei figli, Ad-Ma-Do, Dedica ecc.), conferendole un senso di coralità rassicurante e protettiva, pronta ad abbracciare tutto e tutti, senza confini (Mendicante solitario, Ragazzo quindicenne, Il ritorno di Biase Nicol,.Il vecchio e Quasimodo, Laura di Genova Principe, Ora serale, La dolce clochard, I poveri, Fanciulla nemolese, Per Elisa Claps). Non si tratta tuttavia – né in Francesco né in Felice – di ingenuo e sognante ottimismo (benché il motivo del sogno sia frequentissimo nel secondo, che arriva a definirsi dottore di sogni): si tratta di una infinita sorgente di forza interiore, capace di scalfire goccia a goccia il granito del destino e della storia, le false barriere del reale, in una risoluta rivendicazione dell’uomo tutto intero, capace di condividere con i propri simili e con tutte le creature del mondo il sublime, amaro-dolcissimo dramma dell’esistere.

Giannino Balbis

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