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E’ libro molto denso, stratificato e nello stesso tempo fluido e unitario. Dei molti aspetti che si possono rilevare e analizzare, vorrei soffermarmi sulla scaturigine della poesia e la tecnica compositiva.

Allora vidi il mare (p. 71) può essere letta come fotogramma della scoperta della poesia e nascita della poetessa: nell’infanzia favolosa la scoperta del mare, con il suo tesoro di miti e con il senso di vertigine nella bambina, diventa l’inizio di un viaggio nel mondo dei sogni della fantasia del mito perenne, che ben giustifica la necessaria espressione poetica, come unica possibile.”Nacque un amore profondo, perenne | per l’amico, il fratello, il padre, il mostro | incattivito di furia e marosi, | il dio dei miti d’Odisseo, d’Enea, | di Giàsone e dei nobili Argonauti, | la culla della nostra civiltà.”

Molti i momenti che chiedono di diventare poesia: l’amica-nemica solitudine, il ritrovarsi monade, il tempo che fugge, il ricordo: ed ecco la raccolta attuale, che procede da Aegritudines (il male di vivere, ma aegrotare è propriamente essere ammalato) attraverso Luce in Calabria, e altre sezioni fino agli Amores collocati a vitale conclusione.

La poesia è presenza pervasiva dell’esistenza e quello della poetessa è un viaggio in compagnia di eccezionali viaggiatori, sotto la buona guida di eccezionali numi: le citazioni poste in epigrafe a sezioni e testi sono di Saffo, Ibico, Tognide, Mimnermo, Pascoli, Kavafis, Carducci, D’Annunzio, Selìm Tietto, Rilke, Peter Russell. E la stessa scrittura è una trama in cui si intrecciano fili preziosi variegati, provenienti da periodi e contesti molteplici, tutti vitali, universali. L’intertestualità è connaturata all’opera e all’autrice: pare del tutto naturale la presenza di queste voci nel dettato nuovo e personale. Talvolta c’è emulazione o riscrittura, quasi in un vitale dialogo a distanza: il X Agosto di Pascoli diventa Notte di San Lorenzo (p. 35), con un’affermazione pessimistica ancora più decisa; alle Bucoliche di Virgilio rimanda Sub tegmine tiliae (p. 151).

La presenza della cultura classica nei luoghi, nei temi, nelle figure è accompagnata da affetto e commozione; è anch’essa pene perenne, patrimonio dell’umanità, davvero aere perennius.

Parole queste d’ombraluce per esprimere anche i sentimenti, come l’amore e il dolore, per cantare l’infanzia e i suoi luoghi (Piacenza p. 67).

E quando il dolore è più ampio, perché si tratta delle tragedie della storia, le parole diventano quella della tradizione tragica: Baghdàd, Nassiriya, i bambini di Beslan, il maremoto nell’Oceano Indiano, la shoah, le foibe.

Particolarmente toccante è la sezione dedicata alla madre, un monologo che mira ad essere finalmente  un dialogo aperto e profondo, un raffinato epicedio classico composto da otto testi, tutti inizianti anaforicamente con Ora.

Necessità della poesia, intertestualità e labor limae, accurato lavoro sulle tematiche, sulle immagini e sulle parole. Il linguaggio è colto, curato, sapiente, emozionato. Si può dire che con queste Parole d’ombraluce siamo di fronte a una voce davvero originale, insieme alessandrina ed emozionata.

Recensione
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