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Già ad un primo, esteriore esame del libro di Paolo Ruffilli tre aspetti in particolare hanno destato il mio interesse: la divisione dei racconti per stagioni, lo schema fisso (o forma chiusa) per cui ogni vicenda narrata è suddivisa in otto capitoletti (e questi si estendono in generale per 25/30 righe, come ho scoperto dopo) e, infine, la dedica, in calce ad ogni storia, a uno scrittore famoso.

Un’attenta lettura mi ha prospettato una serie di possibili interpretazioni, ma ancor prima, e più, mi ha fornito spazi di ludica piacevolezza. Sì, ho percorso il libro con interesse e ammirazione, a piccoli passi, rifuggendo da quello che definisco consumismo letterario, oggi così in voga pur se confinato in cerchie ristrette e onnivore, usando alla scrittura di Ruffilli il rispetto che merita e, in un certo senso, corrispondendo se non uniformandomi, da lettore, alla sua dimensione di sobrietà, anzi di essenzialità. Perché il prodotto dell’autore è come un vino di qualità: va centellinato, per ca(r)pirne anche i sentori più reconditi e preziosi.

E, dunque, le stagioni. Non hanno nulla di ornamentale o di casuale ma sono strettamente funzionali alla narrazione, ne sono il contesto naturale, interagiscono con essa e, panicamente, quasi pervadono di sé i personaggi; e quando in questi si apre “un’altra vita” le stagioni mostrano i loro aspetti migliori. Oltre a fornire al narratore occasione e spunti di vera poesia. Va altresì notato che anche la disposizione delle stagioni – estate, autunno, inverno, primavera –, diversa rispetto a quella consueta, cospira ad instaurare una metafora salvifica, un percorso di vita che non si chiude con l’inverno, ma si apre alla ri-nascita (un’altra vita), ai tremori e presagi della primavera.

Se ci si sofferma poi a riflettere sullo schema fisso o forma chiusa, ci si accorge che Ruffilli si è costretto ad una dura lotta, che consiste nell’eliminare non solo ogni superfluità ma addirittura tutto ciò che non sia davvero necessario alla storia, per ridursi all’essenziale grafico, insomma per dire tanto con pochi segni. Rimanere nei numeri e negli spazi accennati in apertura di questa nota obbliga a un impegno gravoso ora di scavo ora di potatura, a una severità di scrittura paragonabile a quella della (buona) poesia, che non può non fare i conti anche con il metro e il ritmo, con la sintesi e la verbalità, elementi -questi- ben noti al poeta Ruffilli. In più, la parcellizzazione di ogni racconto in frammenti narrativi permette al lettore una visione “radiografica” o, se si vuole, in filigrana, ma certamente contigua, della storia, convincendolo – o costringendolo – ad entrarvi, dopo aver stracciato il tenue velo dell’affabulazione, per viverla direttamente, senza più intermediari.

E veniamo alla dedica, in calce a ogni racconto, la quale, oltre a significare la preferenza e l’ammirazione per determinati scrittori, costituisce forse una più o meno ambigua provocazione, in quanto instaura per così dire una sfida o alimenta addirittura un gioco: di indurre il lettore a collegare la vicenda del racconto a quella – biografica o letteraria – dello scrittore a cui il racconto stesso è dedicato; e a chiedersi fin dove possano giungere gli aspetti comuni, e se tali aspetti siano semplicemente atmosfere, richiami memoriali, ammicchi verbali o situazionali.

Resta che si stabilisce un rapporto di interazione autore/lettore sicuramente singolare e fecondo, consolidato da un linguaggio accorto, parco e suggestivo, dove in strutture sintattiche agili, moderne e varie sono disposte in alternanza parti dialogate e parti più specificamente narrative, con un armonico avvicendarsi di discorso diretto, indiretto e indiretto libero. Le soluzioni linguistico-stilistiche mai scontate sono rigorose ed eleganti, spesso inedite per via del linguaggio che “scarta” dall’uso normale e tradisce il poeta che c’è dietro e che si esprime in molti sintagmi per versi, prevalentemente endecasillabi o settenari.

Dei personaggi, pervasi spesso da un’accesa sensualità, colpisce subito il fatto che non hanno nome e, a mano a mano che si avanza nella lettura, si ha l’impressione che siano essenzialmente gli stessi dei racconti precedenti, però con sfumature diverse: insomma sostanza più accidente, ossia l’essere umano (ri)assunto in unità dall’autore da ( e attraverso) singoli individui ; o che, viceversa, si stempera e si scioglie in pluralità. Dunque i personaggi, maschili e femminili, si differenziano, da una storia all’altra, solo nei dettagli, restando ferma e comune la condizione di insoddisfazione, di fallimento e di noia che precede l’ “altra vita” e che proietta questi esseri umani, ormai privi di gioia di vivere, verso l’altro, e cioè in direzione del diverso, dell’inedito, di una vita nuova; e afferrano a volo l’occasione, come ci si aggrappa ad una possibile salvezza, non senza però essersi interrogati sulla giustezza della scelta. Emergono da una non-vita, per disperatamente cingersi del salvagente della speranza.

Lo svolgersi delle vicende, sotto il profilo narrativo, non conosce una vera e propria spannung, sì piuttosto un passaggio, apparentemente neppure tanto traumatico, anche se meditato, ad un’altra condizione, accompagnato da un senso di liberazione. Siamo di fronte alla trasgressione delle regole del mondo borghese, che cerca di tenersi su, seppure in flaccido decadimento; è un ribellarsi, quello dei protagonisti, che tende alla costruzione di un sentimento vero e profondo di se stessi, della vita e di un mondo più autentico e pulito.

E tutto ciò è narrato con tono sereno e pacato, con quella “doviziosa” misura che è nello stile di Paolo Ruffilli. Appare anche sintomatico che il tempo verbale usato per narrare sia l’imperfetto (imperfectus = incompiuto, non finito, incompleto, imperfetto) che, oltre ad essere il tempo del “c’era una volta” e cioè dell’affabulazione, è altresì metafora di ogni storia narrata, imperfetta appunto, perché in fieri e fluida, come la vita. Fa eccezione il racconto “Assente il corpo”, in cui le lettere che lo compongono sono tutte al presente e scritte in corsivo, e narrano, sotto forma di monologo, una storia d’amore incorrisposto, anzi virtuale.

Mi avvio alla conclusione, ma occorre sottolineare almeno pochi altri aspetti di quest’opera, ricca e coinvolgente; e ben meritevole di ulteriori approfondimenti.

Per esempio l’enquête eudemonistica, la ricerca della felicità. La quale è sempre improvvisa ( a volte folgorante) epifania, che spazza via le scorie del passato e apre spiragli luminosi su un futuro di salvezza. Ma anche quando prorompe la felicità dei personaggi, il narratore trattiene le emozioni, sa circoscriverle e guardare le vicende con distaccato interesse, dominando la materia narrativa con saggezza e sagacia di scrittura, creando atmosfere a volte quasi incantate, assente ogni categoria spazio-temporale. Così, scolpiti a sbalzo, vengono incontro al lettore personaggi, sentimenti, paesaggi, accadimenti. E ogni storia (o vita) rampolla da un’altra storia, cronologicamente anteriore, azzardata e infelice, comunque sbagliata: di certo ripudiata per una sorta di “vita nova”, un’ “altra vita” appunto.

Paolo Ruffilli rivela, in questa raccolta, anche un’altra dote, e certamente non secondaria: quella di costruire, soprattutto nelle sequenze riflessive, una psicologia dei personaggi assolutamente verosimile, definita con accurata acribia.

E, per concludere, mi pare di poter tranquillamente affermare che il motivo che domina, completa e unifica l’opera sia l’armonia, segno distintivo di una moderna classicità, morale e verbale.
Recensione
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