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Margherita Guidacci, la poesia nella vita

Grazie Annamaria per aver scritto questo libro.

Tu hai la straordinaria dote di scoprire e ampliare le nostre conoscenze di quegli autori (poeti, critici e scrittori) che soltanto dopo la morte emergono con tutta la loro straordinaria voce, come Agostino Venanzio Reali, Cristina Campo, Margherita Guidacci. Ti conoscevamo soprattutto per i tuoi studi su Agostino Venanzio Reali, la cui tesi di laurea con il prof. Ezio Raimondi, aveva avuto il merito di essere pubblicata, uno studio che apriva la strada alla diffusione e all’approfondimento di questo poeta e artista portandolo all’attenzione della critica. Ti abbiamo seguita lungo il percorso dei tuoi studi su Cristina Campo, Emily Dickinson, Thomas S. Eliot. Ora un nuovo lavoro viene ad illuminarci e a farci capire quanto la poesia possa segnare ogni tappa della nostra vita e ci presenti una strada nuova e affascinante con il tuo ultimo lavoro.

E’ un bel libro che ci conduce, attraverso le parole di Margherita Guidacci, a capire quale sia il senso del fare poesia, come esplicita il titolo del libro. E mentre leggevo, ecco aprirsi e fare chiarezza i tanti versi che avevo letto nell’unica opera completa esistente della sua poesia, a cura di Maura Del Serra, edito da Le Lettere nel 1999 e ristampato nel 2003 (ma la Guidacci meriterebbe una edizione migliore e aggiornata).

Un famoso critico Cesare Garboli, alla domanda “perché scrivi”, rispondeva in maniera quasi disarmante: “scrivo per capire”. Ecco la formula che rivela il fine di ogni scrittura: si scrive per capire. Un libro, in particolare un libro che rappresenta un viaggio di conoscenza, deve solo rispondere alla sua funzione: quella di far capire.

Oggi, tra le tante cose, quando si parla di poesia, sfugge ai poeti l’espressione – ne parla anche Montale – che compito del poeta non è quello di farsi capire, concetto che viene ripreso anche da Davide Rondoni nel suo recente libro su L’infinito di Leopardi, e in questo modo si finisce con il giustificare qualsiasi cosa (una poesia può essere difficile, ma non può essere “illeggibile”, ci suggerisce Giuliano Ladolfi). E se è vero che la poesia va letta e ascoltata e che qualsiasi parafrasi finisce con il distruggere la poesia stessa, è altrettanto vero che la sua lettura non deve essere soltanto una ricezione di suoni, perché le parole, l’affermazione è di Giancarlo Pontiggia, sono un insieme di suono e senso.

Quando lessi le poesie di Margherita Guidacci, mi ero lasciato trasportare dalla musicalità del verso e dal suo significato, per cui i suoi versi (spesso endecasillabi) trovavano la loro giusta dimensione in un significato che era anche una scala di valori, restavo colpito dall’uso sapiente delle metafore, da un patrimonio culturale che traspariva in ogni poesia (i poeti che più amava Leopardi, Dickinson, Eliot, Rilke, Montale, ma soprattutto le Sacre Scritture con una particolare predilezione per i sapienziali e i Profeti - «la Bibbia è stata per me una delle letture fondamentali»), comprendevo che la poesia rappresentava per Margherita Guidacci una parte importante, direi essenziale, della sua vita, rappresentava, come essa stessa scrive «una forma di conoscenza». Dirà in una intervista: «Quando mi volto indietro a considerare la mia esperienza poetica, mi pare che sia caratterizzata da tre costanti. La prima è un impulso di conoscenza. La poesia è sempre stata per me uno strumento conoscitivo. La seconda costante è la volontà di comunicazione. Fin dagli esordi ero pronta a scrivere nel deserto e per il deserto. Ma se le mie poesie fossero capitate nelle mani di qualche lettore, non doveva essere per colpa mia che questi non potesse riceverle. Conseguenza delle due prime costanti è la terza: un linguaggio estremamente semplice e concreto, da cui ho tenuto lontano non solo ogni mistificazione volontaria, ma anche ogni possibile ambiguità».

Conoscenza, comunicazione, linguaggio: dono e vita.

Nel segno della poesia nasce anche quell’incontro tutto spirituale, per questo ancora più bello (Eppure ci fu dato / leggere almeno il frontespizio dei cieli) nell’inverno tra il 1944 e 1945 con Francisco Canepa, un soldato cileno di origine italiana, che regalerà a Margherita Guidacci un libro di Emily Dickinson con un grande mazzo di gigli. Nel nome della poesia fu quell’incontro, perché quel soldato, che portava nello zaino un libro della Dickinson, andava cercando qualcuno che potesse tradurgli in italiano i testi della poetessa cilena Gabriela Mistral, da lui conosciuta personalmente e insignita del premio Nobel nel 1945. Un soldato che scomparve dalla sua vita, tanto che lo ritenne morto, per poi rivederlo casualmente in treno dopo quasi quarant’anni.

Da questo incontro, dopo il suo Nadir, la parte più terribile e tragica della sua vita, inizia, come afferma la stessa Margherita Guidacci, la terza fase («proprio nell’invecchiare, quando avrei dovuto semmai incupirmi di più, mi sono invece schiarita. La vita è piena di imprevisti»): Inno alla gioia e Il buio e lo splendore, ultimo libro pubblicato in vita. La terza fase - «Avevo conosciuto prima lo sfiorire che il fiorire, avevo veduto prima come si muore che come si vive» - inizia con questo fatto insolito e straordinario che illuminerà di luce nuova non solo il futuro, i giorni a venire, ma anche il passato che rivisita sotto questo segno premonitore: a 61 anni, l’incontro casuale in treno con Francisco Canepa.

Il tuo libro va oltre e ci dice che la sua poesia è anche una preghiera, una parabola che si lega strettamente alla vita nelle sue cadute e ricadute, nei suoi slanci e nelle sue passioni («la vita è piena di imprevisti») e ci dice che in fondo la poesia, come la vita, rappresenta un viaggio verso la morte.

Sotto questo segno era nata la prima opera, La sabbia e l’angelo, nell’immediato dopoguerra, un libro «che cercava soprattutto una comunione con i morti».

A questo libro si fa risalire, lo dice la stessa Margherita Guidacci, il suo primo periodo. Il secondo nasce tragicamente dieci anni dopo con Neurosuite, un libro scritto nel ‘68/’69 e pubblicato nel ’70, che rappresenta, a detta della stessa Guidacci «il mio Nadir», la parte più bassa e drammatica, quasi tragica, che, oltre a Neurosuite, registra Il vuoto e le forme, «uno dei canti più funerei ed esposti allo scandalo dei contenuti che siano risuonati nel nostro tempo prudente», scrive Pierluigi Baldacci che ne cura l’introduzione.

Margherita Guidacci ha toccato il fondo, ma proprio da questo fondo la lenta risalita e infine la luce grandiosa e lo splendore, attraverso una poesia che non è soltanto proiezione individuale del proprio sentire, ma una poesia in cui si rispecchia il mito, l’umanità intera. Ecco che allora la scrittura acquista il senso, un impegno civile che si fa testimonianza, ma anche coscienza, consapevolezza e patrimonio culturale attestato dall’analisi delle “fonti”: Emily Dickinson, Jonne Donne, Thomas Eliot, Gabriela Mistral, Rainer Maria Rilke, la Bibbia.

Colgo nella lettura di questo libro un andamento circolare che è tipico di ogni tua analisi: una premessa di carattere generale che sintetizza tutta l’opera in uno sguardo d’insieme (sono i primi due capitoli) per passare poi ad una analisi approfondita con il terzo capitolo, dove si esaminano La letteratura sapienziale biblica e le “fonti”, poi un quarto profondo lungo capitolo Intelligenza d’amore. E’ un po’ come un anello concentrico, un viaggio che la Guidacci fa proprio e si esplica nell’ultimo suo libro postumo, una specie di testamento spirituale, una sintesi etica-filosofica: Anelli del tempo. E poteva finire qui il tuo lavoro, ma ecco l’ultimo capitolo, il capitolo quinto, Poesia e mito, che getta una ulteriore nuova luce sulla sua opera.

La lettura di questo libro, come lo è stato per Agostino Venanzio Reali la tua tesi di laurea, apre nuovi orizzonti e chiunque voglia avvicinarsi alla poesia di Margherita Guidacci avrà come riferimento e come punto di partenza il tuo lavoro, una guida che ci accompagna nella lettura, perché la poesia, in questo caso specifico, è anche vita, è la poesia nella vita.
Recensione
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