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La voce del popolo è voce di Dio e, spesso, nel vernacolo c’è un fondo di saggezza che stupisce. Bene dice allora Maria Ricca, nella presentazione a Come parlano i beneventani – la filosofia di un popolo e il suo dialetto quando sostiene che il dialetto è identità e che si esprime utilizzando la parte destra del cervello, quella più vicina al sentire che alla razionalità. Quasi cento pagine fitte in cui prende forma e senso una ricerca complicata dalla necessità di dar vita ad un testo rigoroso. Una ricerca che evidenzia, con umiltà ed ironia, che i dialetti che circolano nel Sannio sono infiniti e che, dunque, si è dovuta operare una scelta identitaria.

L’idioma beneventano si distingue da quello di altre realtà del territorio per alcune peculiarità innegabili. Un parlato originale, diverso da quello delle zone limitrofe.

“Un beneventano lo riconosci anche in capo al mondo”, sottolinea Bruno Menna nell’introduzione al libro, “basta prestare attenzione al suono delle vocali , alla loro caduta dinanzi alle consonanti (…) al raddoppiamento della d. Siamo quello che parliamo”. E premette: “L’idea di questa pubblicazione è abbastanza datata (…) ma ho sempre pensato che la lingua materna dia l’imprinting al nostro parlare poiché vive d’anarchia”. Probabilmente, il vernacolo caratterizza la scelta delle parole nella scrittura ed in ogni nostro strumento di comunicazione.

Un testo gustoso ed intuitivo che ci ricollega alle radici, che attiva ricordi, nutrendosi del fatalismo dei beneventani, saggi e furbi allo stesso tempo, pudichi ed intrisi “di religiosità spicciola”. Non per niente, ricorda Menna, la nostra è stata città papalina per settecento anni.

Se poi il dialetto sia o meno una lingua vera e propria, con tanto di grammatica e di letteratura; da dove nasca e quali siano le sue radici antropologiche, è materia da delegare agli studiosi di settore.

Il testo si divide in tre segmenti: Categorie, Minime e massime e Abbecedario beneventano. Attraverso espressioni che tutti noi conosciamo, aforismi e termini che condensano metafora e realtà, il libro ci fa trovare al centro di una storia che è, innegabilmente, solo nostra. E si può proporre ai ragazzi perché sappiano bene ed imparino ad approfondire il senso di abitudini lessicali dure a morire.

Grazie alle sue considerazioni leggere, ironiche e realistiche, il libro ci porta in giro per Benevento con mano sicura, costringendoci a ricordare, a considerare, a ripensare concetti.

Devo ammettere che, date le mie origini irpine, molti termini non li conoscevo e che molti mi hanno assai divertita. “Meglio chest, che na malatia”, “Dopo spusat’, escen e’mbasciat’”, sono descrizioni di momenti, di situazioni; sono perle di saggezza antica.

A Pescasseroli gli uomini usano un dialetto diverso da quello delle donne: lasciate spesso sole, queste ultime, nei secoli, hanno dato vita ad un linguaggio segreto e criptico che le ha tutelate dal mondo maschile, sovente ingannatore.

Il dialetto è storia e spiega la storia allo stesso tempo.

Nel campionario di Come parlano i beneventani, c’è il cacaglio, o zuopp, chi tene a capa a pazzià, c’è u ‘mbrusator, u sanzan’: una varia umanità ricca di furbetti di mestiere, di poveri cristi, di imbroglioni e di faccendieri. Di raggiratori e di collerici, frettolosi, svagati e squattrinati. Altro che archetipi junghiani!

Con divertimento ed attenzione veniamo guidati attraverso segni, termini, parole, apparenze, amicizie, fatalismo, massime che aiutano a vivere.

In copertina ed in ultima di copertina, due belle foto: una di Mario La Monaca e l’altra di Cosimo Colavolpe. Entrambe sembrano spiegare l’anima beneventana fondata sullo scambio, sull’accettazione misurata delle cose, sulla saggezza che viene dal vivere e che è “identità pura e semplice, impossibile da rinnegare”.

Recensione
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