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Se fossi un critico, saprei forse spiegare da dove nasca una 'vocazione poetica', la capacità di dire rompendo il gelo del quotidiano. Ma non sono un critico e mi piace della poesia – semplicemente – il modo in cui essa riesce a trasfigurare la realtà'. La amo per quello che sa darmi, quando ci riesce. M'affascina per come sa cogliere un intero non detto con l'aiuto di pochi endecasillabi. Questo è il fascino che ho subito leggendo il testo poetico di Carla Cirillo, poetessa beneventana che ha dato alle stampe Foco all'arma

Confesso di averlo letto d'un fiato, perché non è facile imbattersi in produzioni poetiche valide, ed è un testo che va rimeditato più volte. E' poesia di donna. Io non credo affatto che l'arte sia un 'terzo genere' e che non si debba distinguere, in prosa come in poesia, tra maschile e femminile. Ritengo, anzi, che esista una scrittura 'al maschile' ed una 'al femminile', e che esse ripetano la loro differenza da una precisa diversità di genere.

In Carla la poesia è, come dicevo, poesia di donna, intensa e forte come solo sa dettare una storia di donna. Che c'è, e trapela, ed è vicenda sempre in bilico tra ragione e sentimento.

Quale strada cammina l'uguale
osserva un semaforo
dal rosso dipende il
nostro incontro
(...)
il suo treno è puntuale
ma io non so essere
alla
stazione a aspettare
(...)
ripetuti esperimenti, tentati esperimenti
sotto i nostri occhi
solo il suo passo è reale.

C'è, in Carla, un'intelligenza lucida, attenta, che la porta a dire:

desiderare è
conoscere
io sono non basta (...)

Conoscere è dunque imparare a portare il peso preciso della propria solitudine

Pura, perfetta
intersezione di strade, cura di angoli.
io sono riflessa nello specchio
dei tuoi occhi
tra il gelo dei nervi ed il calore del sangue,
la forma
esatta della mia solitudine.

In questi versi c'è la dichiarazione poetica di Carla (che ha già dato alle stampe dei mirabili racconti, sospesi tra mito e modernità, raccolti ne Le mitomani favolose (Guida Editore). In questi versi c'è pure un'istantanea: il fermo immagine di un momento, che non riesce a ricucire un'antica distanza, germogliata per difesa. La stessa misura che ha portato l'autrice a scegliere di scrivere, per comunicare.

Chiunque scrive calcola ciò che lo divide dall'altro da sè. Sa per certo che esiste una tremenda lontananza persino da se stessi:

l'estraneo mi reca notizie di me
a me
piu' vicino di me
io mi sono
lontana
io sono
sono fuori di me

Chi scrive, però, lancia un ponte e, nello stesso tempo, dispera di poter raggiungere l'amato, in cui si specchia e desidera perdersi, senza mai consentirsi di farlo.Perché l'artista sa – sa sempre – anzi, sente, che la vita è essenzialmente solitudine.

La stessa della dama vestita di bianco, che passò i suoi giorni al chiuso d'una stanza, e che amò la notte più del giorno: Emily Dickinson: "Ti vedo meglio al buio, non mi occorre altra luce", scrisse. "Amore è tentare l'approdo, fallendo il percorso. Amore è sapere già prima che la destinazione non esiste".

Ma:

(lasciamo. lasciamo che. lasciamo che
le cose accadano. dentro.
proprio dentro
di noi. incontenibili. incontrollabilmente).

E dunque la ferita è inevitabile, ed anzi , per chi così chiaramente vede, è ancora più profondo il taglio. La vita può essere nell'altrove dei versi: "in questa zona avviene il solo incontro possibile". Nel gioco degli istanti, nella luce della rivelazione, come Carla scrive, c'è forse un ordine nitido, le porte ruotate sui cardini:

lascio che il
reale mi tocchi, accetto la ferita
il sentimento muto, il vuoto di aria
e parole
la forza dei giorni in calcoli di desiderio, pesante, pesante,
leggera.
cammino irretita
cammino fondata, con la tua freccia affondata
nel cuore.

Recensione
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