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Viaje a Italia di Benito Pérez Galdós

Joaquín Sorolla, Ritratto dell'autore (1894),
Casa-Museo Pérez Galdós, Cabildo de Gran Canaria.

Viaggio in Italia di Benito Pérez Galdós
in:  Odeporica e dintorni,
Cento studi per Emanuele Kanceff,
a cura di Pino Menzio e Chiara Kanceff,
Presentazione di Piero Cazzola,
Biblioteca del viaggio in Italia, C.I.R.V.I.,
Moncalieri, 2011, tomo III, pp. 961-89.

Nato a Las Palmas de Gran Canaria nel 1843, da padre canario e madre di origine basca, quest’ultima di carattere chiuso e severo[1], Benito Pérez Galdós è considerato uno dei maggiori romanzieri spagnoli, anzi oggi la critica lo considera quasi unanimemente il più grande dopo Miguel de Cervantes[2], da cui imparò molto, nonché “il massimo esponente del realismo spagnolo del sec. XIX”[3]. Viaggiò molto in quasi tutta l’Europa, comprese Spagna e Italia. Due volte, nel 1907 e nel 1910, fu eletto deputato repubblicano (nel 1910 fu il più votato per Madrid) e notevole fu la sua attività nel gruppo repubblicano-socialista. Nel 1862 si trasferì a Madrid per seguire corsi di diritto, ma non concluse mai tali studi, cui si sentiva estraneo. Il trasferimento a Madrid fu voluto anche dalla madre, che desiderava allontanare il figlio dalla cugina cubana Sisita, di cui pare fosse innamorato. Iniziò allora a collaborare a vari giornali, tra cui la rivista “Las Canarias”, che aveva fondato con alcuni amici. Autore assai prolifico, scrisse un gran numero di romanzi, ispirandosi spesso a grandi narratori stranieri dell’epoca, quali Balzac, scoperto durante un viaggio a Parigi, Stendhal, Hugo, George Sand, Dickens, Goethe, Tolstoj e anche ad autori spagnoli meno noti all’estero, come i costumbristas Mesonero Romanos e Larra, per quanto entrambi, specie il secondo, fossero personalità di rilievo in epoca romantica. Alla vasta opera narrativa affiancò, a partire dal 1905, varie opere teatrali, tra cui Electra, La loca de la casa (La matta della casa) El abuelo (Il nonno) – quest’ultima considerata la migliore del suo repertorio teatrale – spesso tratte dai suoi romanzi – come Doña Perfecta ed ambientate nella stessa Madrid, ove trascorse quasi tutta la sua vita. Le sue opere, specie i romanzi, sono popolati da un gran numero di personaggi, osservati e descritti minuziosamente: rappresentano una galleria pressoché completa di tipi ispirati dal popolo e dalla classe media. Il suo primo romanzo importante, La fontana de oro, uscì nel 1870, seguito dalla prima serie degli Episodios nacionales (1871-72) e quindi dalla seconda, terza, quarta e quinta, quest’ultima chiude l’intero ciclo negli anni 1907-12. Gli Episodi nazionali, in 46 volumi, costituiscono “una storia romanzata della vita spagnola nel sec. XIX, volta a offrire un’immagine dei grandi episodi storici”[4]. Tra i romanzi più noti vanno ricordati Doña Perfecta, La familia de León Roch, El amigo Manso, Tormento, Fortunata y Jacinta, quest’ultimo ritenuto generalmente il migliore dell’autore, Realidad, Angel Guerra, Tristana (da cui il regista spagnolo Luis Buñuel trasse un film di successo), Marianela e Misericordia, ultimo grande romanzo di Galdós. Nel 1887, per i suoi indiscutibili meriti letterari, fu chiamato a far parte dell’Accademia di Spagna, ove pronunciò un significativo discorso d’ingresso, La sociedad contemporánea como materia novelable. Pur non avendo mietuto sempre successi in campo teatrale, oggi si considera fondamentale la sua opera drammatica, soprattutto per gli elementi innovativi che introdusse nel dialogo e nelle situazioni. Più volte, senza fortuna, fu proposto per il premio Nobel, che non riuscì mai ad ottenere. Malato e cieco, Galdós si spense nel 1920 a settantasette anni, ormai quasi dimenticato. Negli anni successivi vi è stato tuttavia un grande risveglio di interesse per la sua opera da parte di critici autorevoli, quali Walton, Casalduero, Berkowitz, Madariaga, Gullón e vari altri.

Il testo di cui mi avvalgo per l’analisi del Viaje a Italia è reperibile nelle Obras completas di Galdós[5]. Sotto il titolo si legge, in stampatello, “LAS CIUDADES”; più sotto, sempre in stampatello, la scritta “LA NACION ITALIANA: ROMA”, seguita sotto dall’ordinale I, che sta ad indicare la prima delle due parti riservate alla capitale e quindi dalla data “Santander, octubre 30 de 1888”. Questa va messa in relazione ad una lettera, la prima di una serie di quattro, tutte prive di destinatario e le successive anche di data. A p. 1616, nella colonna di destra, si fa riferimento a “queste lettere”; a p.1622, nella colonna di destra, quasi alla fine delle pagine dedicate a Roma, a proposito di “alcune osservazioni e giudizi sulla pittura italiana”[6] che Galdós vorrebbe riportare, si legge questa considerazione: “ma mi manca lo spazio necessario in questa lettera, ne tratterò in una delle successive”. A p. 1637, colonna di destra, torna il riferimento ad una “lettera”, nella quale l’autore afferma di non voler copiare la descrizione dello scrittore spagnolo Leandro Fernández de Moratín (1760-1828)[7] a proposito di certe feste religiose di Bologna “…per non rendere troppo lunga questa lettera”. Infine a p. 1646, colonna di destra, quasi alla fine della relazione del viaggio, ricorre nuovamente lo stesso termine: “La lunghezza di questa lettera – scrive l’autore – non mi consente di diffondermi come vorrei…” (si riferisce alla descrizione delle “interessantissime opere” presenti nel Museo napoletano). Successivamente ho fatto delle ricerche a Las Palmas di Gran Canaria – ove, come si è detto, nacque Galdós – che mi hanno consentito di chiarire alcuni aspetti dell’intera questione. A Las Palmas sorge la Casa-Museo dello scrittore, nella cui Biblioteca ho potuto consultare, grazie all’aiuto prezioso del Bibliotecario[8], vari libri e documenti. Ho appreso così, con certezza, che il breve viaggio in Italia con l’amico José Alcalá Galiano, console di Spagna a Newcastle[9], ebbe effettivamente luogo nel 1888[10], e precisamente nell’autunno di quell’anno, come è confermato da un passo delle Memorias di Galdós, citato da Vito Cardone, ove, per sommi capi, si accenna anche all’itinerario. Scrive, dunque, l’autore: “Andai a Santander[11], e di là, per lettera, tramammo, Pepe Galiano ed io, una scappata autunnale. Dove andiamo? In Italia. Io mi diressi a Liverpool. Galiano ed io ci riunimmo a London; passammo il Canale della Manica e, a Paris, prendemmo biglietti di andata e ritorno per l’Italia, con entrata per il Moncenisio e ritorno per Ventimiglia”[12]. Il volume citato Prosa crítica mi ha fornito ulteriori, utili notizie: in primo luogo che le lettere menzionate erano state inviate da Galdós alla rivista “La Prensa” di Buenos Aires, la quale pubblicò a puntate Viaje a Italia. Mi ha permesso, inoltre, di venire a conoscenza delle date di tutte le missive, nonché delle date di pubblicazione nella rivista in questione[13]. Vediamo ora il passo che ci informa puntualmente di quanto si è detto: “Nelle decadi del 1880 e 1890, che coincidono con le collaborazioni di Galdós a “La Prensa”, l’autore…realizza vari viaggi in Europa. Di questi riferì nella menzionata rivista bonaerense e, a partire da buona parte di questi articoli di viaggio, Alberto Ghiraldo compose il volume IX delle Obras inéditas, come bene spiega nel suo prologo del 1928 (Viajes y fantasías, Madrid, Renacimiento, 1928). Della spedizione in Italia – continua di seguito l’autore della nota – abbiamo selezionato tre città, Roma, Venezia e Firenze (lasciando fuori dall’edizione le impressioni su Verona, Padova, Napoli e Pompei[14] ). Ghiraldo intitola “La nación italiana: Roma” la prima parte del Viaje a Italia. Las ciudades, la cui origine si trova nelle lettere inviate da Santander il 30 Ottobre e il 4 Novembre 1888 (Ghiraldo data solo la prima delle lettere e indica, con la divisione in capitoli,…la successione delle due puntate), pubblicate queste ne “La Prensa” il 30 Novembre e l’otto Dicembre 1888, rispettivamente”[15].

Nelle già menzionate pagine introduttive a Le città italiane, Cardone sottolinea che Galdós fu viaggiatore frettoloso – ma, aggiungo, non per questo disattento – (“Sì, furono viaggi rapidi, quelli di Galdós; spesso fulminei, improvvisi ed improvvisati”[16]); più avanti mette in rilievo, in rapporto al Viaje a Italia, che il racconto del viaggio fu redatto “in capitoli relativi alle diverse città” e, particolare importante, “non come diario e nemmeno nell’ordine in cui (lo scrittore) le ha visitate”[17]. Il particolare del non rispettato ordine in cui le visitò si rileva non solo in base alla logica, tenendo presente che arrivò in Italia attraverso il Moncenisio, come Galdós stesso racconta, ma soprattutto considerando quanto egli riferisce nelle sue Memorias, ove, menzionando l’itinerario, allude, nell’ordine, a Torino, “la città rettilinea”, a Milano, con l’invito, rivolto al lettore, a contemplare “la Cena dell’immenso Leonardo” e quindi a Verona, Venezia, Padova, Bologna, Firenze e finalmente Roma, ove “tale era…l’impazienza” di visitare la città, che i due compagni di viaggio si mossero subito, “senza toglierci – come annota Galdós – la polvere del viaggio”[18]. Poi le ultime tappe del viaggio a Napoli e a Pompei, da dove attraverso Assisi, Siena, Pisa, Genova e Ventimiglia[19], Galdós, già posseduto dall’“ansia di tornare a Madrid”, vi fece ritorno rapidamente, secondo le sue consuetudini, mentre l’amico Alcalá Galiano tornò a Newcastle[20].

Delle trentatré pagine di cui consta la cronaca del viaggio – redatte su due colonne, in carattere minuto – quasi nove, poco meno di un terzo, sono dedicate a Roma. Ecco l’esordio, alquanto insolito in scritti del genere e non privo di qualche tono retorico: “Circa quindici giorni fa mi trovavo a Roma, presenziando ai preparativi delle feste con cui la capitale intangibile e sacra della moderna Italia ha celebrato la visita dell’imperatore di Germania, Guglielmo II. Sebbene non abbia visto l’ingresso dell’imperatore a Roma, posso testimoniare il sincero entusiasmo con il quale gli italiani si disponevano a ricevere l’alleato di Umberto…Quelli che dirigono la politica italiana hanno avuto l’abilità di rendere popolare la Triplice Alleanza. Il partito antitedesco o non esiste o è ridotto a esigue proporzioni”. (p.1614). Fin dall’avvio si vede chiaramente il taglio, di tipo storico-politico, che lo scrittore intende dare al suo lavoro in questa parte iniziale, che è anche assai elogiativa del nostro Paese e delle sue istituzioni. A proposito delle feste in onore dell’Imperatore di Germania, Galdós osserva che “Chi non conosce Roma non può farsi un’idea del magnifico scenario che quella città offre per ogni tipo di festa” e che “Nessuna capitale d’Europa ha tanti e tanto bei monumenti” (ivi).Inoltre a suo parere “Il senso dell’unità” sarebbe “così vivo in Italia, da assorbire interamente la vita politica del Paese”. Anzi “Tutto” sarebbe subordinato “all’unità, conquistata da poco e il timore di perderla” farebbe tacere “le passioni” e toglierebbe “al potere pubblico molti fastidi” (ivi). Galdós illustra quindi, con cognizione di causa, la situazione dell’Italia in epoca risorgimentale, allude a Cavour, fautore dell’unità, alle truppe francesi che difendevano la Roma papale e anche a poeti italiani, da Dante a Leopardi, che sempre rivendicarono l’unità del Paese. Sul poeta di Recanati, che doveva conoscere bene, fa un’osservazione appropriata: “Leopardi piange e non profetizza; non vede la redenzione; sembra credere che la miseria e l’abiezione di un Paese debbano essere senza fine” (p. 1615). Poco più avanti tesse uno dei vari elogi che indirizza all’Italia e al suo popolo: “Causa meraviglia vedere come si sia formata, in così breve tempo, questa nazione forte e ricca” (ivi). Alludendo nuovamente all’unità politica afferma che “da questo bene immenso deriva la stabilità delle istituzioni e l’efficienza dei diversi organismi dello Stato”; aggiunge poi che “l’Italia ha saputo creare un’adeguata amministrazione e prospere finanze. Con questi mezzi e la grande risorsa del patriottismo…ha creato un potente esercito e una marina che possono essere paragonati ai più formidabili del mondo” (ivi). Lo scrittore quindi si sofferma a considerare le condizioni della rete ferroviaria, che “è oggi così completa, da consentire di visitare comodamente tutta l’Italia in breve tempo…E’ necessario solamente che il servizio sia migliorato per poterlo paragonare a quello della Francia” (ivi). Tuttavia “l’affluenza dei viaggiatori in tutte le stagioni dell’anno richiede maggior rapidità e comodità, per cui urge l’attuazione del doppio binario, reclamato anche per ragioni di ordine politico e militare” (ivi). Comunque “anche non considerando le esigenze di una guerra, il movimento ordinario dei viaggiatori richiede una completa riforma delle ferrovie italiane” (ivi), affermazione che contrasta con quanto lo scrittore ha asserito poco più su. Ora, lasciando da parte le contraddizioni, che testimoniano una certa fretta nella stesura del lavoro e nella successiva rilettura, si noti che lo sguardo dello scrittore è rivolto a molteplici aspetti del Paese che sta visitando, come sempre dovrebbe fare un viaggiatore attento. Frequenti sono i passaggi da un argomento ad un altro, spesso assai lontani tra loro. Ad esempio, subito dopo aver parlato delle ferrovie, Galdós affronta il tema dei rapporti tra italiani e spagnoli: “Noi spagnoli ci troviamo in Italia come a casa nostra” (ivi). I due popoli hanno in comune “la razza…, la lingua, i costumi. La somiglianza tra le due lingue è tale che uno spagnolo si fa comprendere più facilmente in Italia che in Portogallo…Nel contempo troviamo così grande somiglianza tra le città del mezzogiorno d’Italia e le nostre che in certi momenti l’illusione è completa…la gente è identica anche nel vestire e ancor di più nella vivacità dell’immaginazione e nella rapidità…del linguaggio. Percorrendo le strade di Napoli, vi sono momenti in cui uno crede di trovarsi a Cadice, a Málaga o a Valenza…Oltre a ciò, vi sono mille altre cose che accrescono la somiglianza…” (pp. 1615-16). Qui lo scrittore si affida, in realtà, a luoghi comuni, talvolta discutibili: ad esempio non è affatto vero che le due lingue siano assai simili, come ben sa chi conosce entrambe a fondo. Morfologia e sintassi sono spesso assai diverse, nel lessico vi sono indubbiamente frequenti somiglianze o addirittura identità sul piano della grafia, cui spesso però non corrisponde identità di significati.

Galdós passa poi a considerare l’aspetto del nostro Paese che più lo interessa e che meglio conosce, ossia quello artistico – non si dimentichi che era bachiller en artes, ossia “diplomato in belle arti”[21] – per cui il suo giudizio si fa ora più affidabile e sicuro, sfuggendo all’insidia, sempre in agguato, dei luoghi comuni. “La principale attrazione dell’Italia – scrive – consiste nelle ricchezze artistiche che custodisce…Ciò che più stupisce in Italia è che l’arte vi trovi il suo terreno naturale. La si vede e la si respira in ogni luogo, da Genova a Napoli ed anche se non esistessero, a Firenze e a Roma, i meravigliosi musei degli Uffizi, Pitti, il Campidoglio e il Vaticano, non sarebbe meno interessante la visita dell’Italia. Ovunque vi sono musei…” (p.1616). Il paragone proposto tra Firenze e Roma è a favore della capitale toscana: “nelle strade di Firenze, nelle sue chiese e palazzi” si avverte “il modo vivo in cui sentivano la bellezza gli antichi abitanti della città dell’Arno. Roma non procura in grado così alto le emozioni di un ambiente artistico completo. E’città dove il grandioso abbonda più del bello e dove lo splendore papale, pur offrendo tante magnificenze, non riesce ad uguagliare la semplicità ingenua e la grazia ineffabile dell’arte fiorentina. La città dei Medici, senza avere l’opulenza della capitale del cattolicesimo, è il faro di tutta la cultura artistica e scientifica del Rinascimento. Tutto in essa rivela ancora il superbo ruolo che ebbe nei secoli passati e i nomi di Dante Alighieri, Donatello, Michelangelo, Galileo e Machiavelli sono sufficienti ad illustrarne la fama. E’Firenze città che, nel suo ristretto territorio, racchiude memorie e nomi più grandi di quelli delle più orgogliose capitali ed ha un’impronta di signorilità, un non so che di aristocratico che la distingue da tutte le città del mondo e dalle sue sorelle italiane” (ivi). Poco prima della conclusione di questa parte, separata da un asterisco da quanto segue, lo scrittore avverte opportunamente il bisogno di dichiarare il proposito che persegue in questa sua cronaca di viaggio: non quello di “descrivere le città della penisola”, cosa che tanti viaggiatori hanno già fatto, ma di “presentare alcuni punti di vista, risultato dell’osservazione personale, così che queste lettere conterranno considerazioni artistiche e storiche intrecciate con i nuovi aspetti che offre l’Italia moderna trasformata dall’unità” (ivi). Questo lodevole proposito, cui l’autore ha tenuto fede nel corso dell’intera cronaca, mi ha indotto spesso a dare ampio spazio alle sue osservazioni, riportando alla lettera passi originali, ovviamente in traduzione.

Nella parte del testo compresa tra il menzionato asterisco e l’inizio del secondo capitolo, lo scrittore ritorna al tema politico, per il quale provava molto interesse e che gli era particolarmente congeniale (si ricordi che due volte fu eletto deputato per il partito repubblicano). Qui si occupa essenzialmente delle relazioni tra l’Italia e il Papato, specie dopo che l’esercito italiano, entrato in Roma, aveva messo fine al potere temporale dei Papi. Secondo Galdós “L’idea di riconciliare i due poteri, per generosa che possa essere, non trova facilmente proseliti” (p.1617), per cui “Non si vede… uscita dal conflitto ed ogni giorno che passa vanno scomparendo, a Roma, le tracce della dominazione papale” (pp. 1617-18). Gli italiani, sotto questo aspetto, si avvalgono di un argomento che non ammette replica: “Dacché il capo della Chiesa, dicono, ha perduto la sovranità temporale, il suo potere spirituale, lungi dall’essere diminuito, si è accresciuto considerevolmente. Nel governo della Chiesa nulla rivela che il Sommo Pontefice sia privo di libertà…Al contrario, l’amministrazione civile e il regime politico…rappresentano un ostacolo per il potere morale esercitato dal successore di San Pietro” (p.1618). Appare superfluo qui continuare a citare Galdós, uomo di sentimenti profondamente laici e spesso critico severo del comportamento della Chiesa, specie quando si intromette negli affari dello Stato: il suo punto di vista sulla questione appare chiarissimo ed è oggi largamente condiviso. Egli però affermava queste idee, con assoluta chiarezza e fermezza, nel 1888, in tempi dunque lontani e assai diversi dai nostri, vivendo, tra l’altro, nella cattolicissima Spagna. Questo va messo in rilievo, insieme alla lungimiranza dello scrittore, che gli consente, precorrendo i tempi, di dare giudizi equanimi su questioni spinose, allora assai dibattute.

Il secondo capitolo è quasi interamente dedicato all’illustrazione dei tesori d’arte dei Musei vaticani. Galdós qui rende omaggio a Michelangelo e commenta alcune delle sue opere maggiori. Ecco, in sintesi, quanto scrive sulla cappella Sistina: “E’ una delle opere più stupefacenti prodotte dall’ingegno dell’uomo, una vera creazione nel senso più concreto della parola. In nessuna delle opere di Michelangelo si vede, come qui, il potere del suo grande ingegno, nel quale sembrano unirsi miracolosamente il paganesimo e la fede cristiana. E’ la più bella pagina teologica che sia stata composta in onore del dogma... Le tre arti in cui Michelangelo fu maestro appaiono lì in ammirevole armonia, tanto da sembrare una sola. Architettura, scultura e pittura formano un complesso estetico di così grande bellezza che la vista, affascinata, non può allontanarsi dalla composizione. Le sibille e i profeti, facendo da cornice alle rappresentazioni della Genesi...ci presentano i temi biblici con più energia della stessa Bibbia” (p.1619). “Il Giudizio finale – continua lo scrittore – ci mostra una concezione strana del terribile dogma. Lì Michelangelo si é allontanato… arditamente dalla tradizione e da quanto avevano fatto i suoi predecessori. Che differenza tra questo dipinto e quelli dello stesso argomento che decorano il campo santo di Pisa! In questi la stessa ingenuità dà loro un senso drammatico e umano che li rende più comprensibili. Nel Giudizio della cappella Sistina, la composizione è più astratta e la scienza del disegno…più in armonia con il concetto teologico dell’argomento che si rappresenta. Il nudo prodigato dall’artista con devozione pagana gli conferisce maggior grandezza. Tuttavia, pur essendo questo affresco assai bello e vigoroso, non affascina quanto il soffitto, con la sua elegantissima distribuzione architettonica…Dopo aver contemplato questo capolavoro, tutti gli altri dipinti che il Vaticano accoglie, senza eccettuare le celebri stanze di Raffaello, impallidiscono…La pittura di Michelangelo è unica. Le sue idee sono grandi e semplici…e le rappresenta per mezzo di tipi che senza dubbio appartengono a una razza umana superiore alla nostra” (ivi). Particolarmente significativi e illuminanti appaiono questi giudizi, formulati più di cent’anni fa, sulla grande pittura di Michelangelo, ma altrettanto penetranti sono quelli sulle sculture che si conservano a Roma e a Firenze. “Il David – scrive Galdós – è pieno di imperfezioni, ma ha tanta vita che quelle appena si avvertono e il Mosè, veramente mostruoso per le sproporzioni e l’anatomia, è di tutte le statue del Rinascimento quella che produce l’impressione più profonda…Mi pareva che la severità espressa in quel marmo, con tratti così energici, appartenesse alla vita reale e che da quelle labbra fredde stessero per prorompere parole d’ira…Nella Pietà, che adorna una delle cappelle di San Pietro, Michelangelo si mostra più umano, più accessibile…ha espresso il patetico tema nel modo più sorprendente, senza incorrere, come altre volte, in esagerazioni anatomiche. Quello è un Cristo e non un Ercole, né un gladiatore vinto e la Vergine, per quanto troppo giovane, ha la soave pietà e il dolore rassegnato con cui il cristianesimo la rappresenta” (p.1620). Lo scrittore conclude sottolineando che “l’eredità artistica di Michelangelo è tale che i secoli che seguirono hanno avuto poco da inventare. Gli succede ciò che è successo a Beethoven. Entrambi hanno lasciato un capitale immenso di idee alle generazioni successive” (ivi).

Da autentico spagnolo, cui sta a cuore, talvolta in modo eccessivo, il buon nome del suo Paese e dei suoi compatrioti più famosi, Galdós chiude questa parte riservata a Roma, tentando di riabilitare la memoria di Lucrezia Borgia (“Era una bella donna, degna, in realtà, di una reputazione migliore di quella che ha, forse ingiustamente”, p. 1622) e dell’indifendibile padre suo, Alessandro VI, affermando, per bocca d’un non meglio precisato esperto di archivi vaticani, che non solo andrebbe assolto “dall’infinità di crimini che gli si attribuiscono”, ma che sarebbe stato “uno dei papi più eminenti e che con più vigore e talento” avrebbe governato la Chiesa (ivi).

Senza rispettare, come sappiamo, l’ordine in cui visitò le menzionate città italiane, Galdós passa ora a parlare di Verona, giustificando la cosa con il fatto che “la città di Giulietta è rimasta più impressa nella mia memoria…di altre, dotate di monumenti e opere artistiche di maggior pregio…Tuttavia…Verona è una delle città più interessanti d’Italia e una delle più visitate da viaggiatori d’ogni Paese” (ivi). Ritiene che la città debba il suo fascino “all’imperitura memoria dei celebri amanti Romeo e Giulietta” (ivi). Nella descrizione dell’ambiente urbano, osserva che “la cosa più caratteristica è forse la forma dei balconi, che sono enormi, di inusitata sporgenza sulla strada, sostenuti da eleganti mensole di pietra” (p.1623). La casa dei Capuleti, tra i più antichi della città, ha – annota Galdós – “un cortile non molto grande e molte stanze, strette e buie, alle quali conduce una scala ripidissima; non vi sono tracce di giardino…la casa in cui viveva Giulietta Capuleti è oggi una locanda delle più ignobili…Solo le pietre e i resti di nobile architettura che adornano il cortile e la facciata sono degni di ammirazione; il resto è tutto profanazione e sporcizia” (ivi). Accenna quindi alla piazza delle Erbe, già sede del Foro della Repubblica; nei pressi, accanto alla piccola chiesa di Santa Maria della Scala, sorgono le celebri tombe scaligere, “forse il più bell’esempio di arte ogivale in Italia” (p.1624). Non lontano si trova la Piazza della Signoria, che Galdós definisce “una delle più belle piazze d’Italia” (p.1623). Rapidamente menziona Sant’Anastasia e la Cattedrale, ma molto più bello, osserva lo scrittore, è “San Zeno, antica basilica a tre navate, del secolo XII”, di cui non gli sfuggono né il coro, giudicato uno dei più belli d’Italia, né “un Mantegna prodigioso, ottimamente conservato” (p.1624). Lo scrupolosissimo viaggiatore, che non si lascia condizionare dalla fretta, capta dunque ogni cosa importante e su tutto riferisce minuziosamente.

Subito dopo, ci imbattiamo in un breve passo, compreso tra un asterisco e l’inizio della seconda parte. E’ un passo degno di rilievo perché qui, per la prima volta, Galdós, abbandonati gli argomenti che più gli stanno a cuore, ci parla della piena dell’Adige, ossia di un fatto che appartiene – finalmente! – alla realtà viva che lo circonda, dopo averla ignorata, quasi del tutto, nelle pagine precedenti. Ci narra del fiume che, durante il suo soggiorno, rotti gli argini, aveva invaso alcune strade della città. Nella parte più antica dell’abitato l’acqua era arrivata vicinissimo alle arche scaligere, rendendo certe strade assai simili a calli veneziane. Poi ci descrive gli argini stessi, “accidentati e piuttosto malinconici” e il paesaggio “scuro e severo, con molti cipressi, alcuni di grandi dimensioni” (ivi). Ci dice anche che in lontananza si vedono ormai le grandi pianure che sfociano nell’Adriatico e che annunciano le spiagge basse delle lagune. E’ questo un Galdós inconsueto, visto che di solito non si concede divagazioni di questo tipo. Poco più sotto, all’inizio della seconda parte, quasi temendo di perder tempo in cose meno degne di menzione, lo scrittore torna ai suoi temi prediletti.

Rivolge subito l’invito ai lettori a non allontanarsi da Verona, dato che “ci manca la cosa più interessante che la città racchiude: la tomba di Giulietta” (ivi). Secondo lui è apocrifa, ma nessuno lascia la città “senza aver visitato quel santuario dell’amor giovanile” (p.1625). La custode accompagna i pellegrini al sepolcro, un antico sarcofago, simile ad una vasca da bagno: contiene solo biglietti da visita lasciati dai viaggiatori. Ogni tanto, quando tracimano, vengono raccolti e quelli che sembrano di persone conosciute vengono affissi alle pareti. Nella devozione a Giulietta, nessuno uguaglia le inglesi, giovani e belle. Entrano lì in autentico raccoglimento, sembra addirittura che preghino tra i denti (ivi).

Galdós passa quindi a parlare dell’arena, “bel monumento… che desta grande ammirazione” (p. 1626). Poteva accogliere circa un quarto degli 85.000 spettatori che conteneva il Colosseo. Ciò malgrado è più grande, osserva lo scrittore, della maggiore “delle nostre plazas de toros” (ivi): il pensiero corre, ancora una volta, alla Spagna lontana, specie quando si tratta di stabilire un paragone. Poco più sotto lo scrittore menziona il Sanmicheli, ingegnere militare, “che introdusse nell’architettura civile lo stile delle fortezze, che tanta maestà e robustezza conferisce ai palazzi del secolo XV” (ivi). Questa parte si chiude con un ultimo ricordo di Giulietta e del grande poeta che ne immortalò il nome.

Il nuovo capitolo della parte dedicata a Venezia si apre con l’omaggio che Galdós, appassionato viaggiatore, rende alle guide Baedeker, “quei libri assai apprezzati che vediamo tra le mani di ogni pellegrino…modelli di imparzialità, di metodo e di serietà…Possiedono l’arte squisita di classificare le cose, distinguendo chiaramente quelle principali dalle secondarie” (ivi), per cui consentono al viaggiatore di utilizzare bene il tempo di cui dispone. Eccellono in tutto quanto concerne le informazioni di carattere pratico. Elogia anche la scelta tipografica – che consente di riunire, in breve spazio, materie assai varie – nonché i segni usati per abbreviare e facilitare la comprensione del testo. Insomma lo scrittore apprezza talmente tali guide da proclamarle “insostituibili…e il miglior compagno…del viaggiatore nelle città europee” (p. 1627). Accenna quindi al celebre impresario di viaggi inglese Cook, che organizzava tours in tutta Europa ed anche in Oriente. Viaggi collettivi, molto economici, con la formula avveniristica del “tutto compreso” nel prezzo del biglietto. Galdós però mette in luce anche gli inconvenienti di questo tipo di viaggi: i partecipanti sono obbligati ad assoggettarsi ad un programma che non può variare, agli ordini del cicerone che li guida di qua e di là, in grande fretta, nella più molesta vita in comune.

“Andiamo ora con un saltino nella grande Venezia” (ivi): così s’apre questa seconda parte. “Venezia – prosegue lo scrittore – è il sogno dorato degli amanti e dei fidanzati, specie quando diventano sposi…li seduce soprattutto passeggiare, nella dolcezza serena e silenziosa della gondola, per canali e lagune. E se c’è luna, meglio e più poetico scivolare sulle acque, all’ombra dei palazzi o contemplando i riflessi dell’astro sulle tremule acque del Canal Grande…La quiete delle stanze a Venezia, specie nella parte meno vicina a piazza San Marco, è cosa di cui non si può aver idea se non apprezzandola lì stesso. L’assenza assoluta di veicoli riduce i rumori della città a quelli umani e allo schiocco del remo delle gondole nei canali” (p. 1628). Venezia, annota Galdós, è anche residenza di pittori di tutto il mondo. Gli artisti collocano i loro cavalletti dappertutto e lavorano all’aria aperta. Le condizioni fisiche della cosiddetta Regina dell’Adriatico la rendono molto pittoresca: le masse d’acqua che la circondano, riflettendone l’architettura, danno vita a condizioni ottimali per la pittura, anche per la purezza e diafanità dell’aria. Il marmo bianco degli edifici, inoltre, pur diventando scuro con il passar del tempo, conserva uno splendore particolare, come se lo strofinassero tutti i giorni. Venezia, dunque, per tutte queste ragioni “…è miniera inesauribile di quadri piacevoli, di facile collocazione nei mercati d’arte” (ivi). Qui Galdós, che non trascura mai di menzionare la Spagna e i suoi compatrioti quando gli si offre l’occasione, accenna al “grande paesaggista spagnolo Martín Rico” creatore di “un nuovo genere veneziano” (pp. 1628-29).

Venezia, osserva lo scrittore, “…non è tutta acqua, come generalmente si crede: vi sono anche calli, talvolta strette e labirintiche…collegate da ponti. Dicono che si possa percorrere tutta la città senza imbarcarsi. Ne dubito” (p. 1629), commenta perentoriamente. Mette in rilievo, quindi, l’estrema bellezza del Canal Grande, “la sala più bella di quel museo di magnifici quadri che partecipano di aspetti terrestri e marini”, ma anche i canali minori “hanno una grazia pittoresca, un mistero e una poesia incomparabili…Quando di notte si percorrono i canali laterali, che mettono in comunicazione il Canal Grande con le lagune, l’anima si sente intimidita e timorosa” (ivi). Lo sguardo di Galdós si sposta ora su Piazza San Marco e sui palazzi che vi sorgono, “unici al mondo. Nulla esiste, in nessuna parte…che possa paragonarsi a simile collezione di bellezze architettoniche. San Marco, il palazzo ducale, la Libreria vecchia, le Procuratie, il campanile con la sua loggetta, la torre dell’orologio e infine…le colonne di San Marco e San Giorgio offrono un complesso che, negli appassionati di architettura, produce un autentico effetto di ebbrezza” (ivi). Galdós è al culmine dell’ammirazione e dell’entusiasmo, è lui ad essere posseduto “da un autentico effetto di ebbrezza”. Il suo entusiasmo per le bellezze contemplate non conosce confini e si trasmette al lettore: scrive che “San Marco abbaglia per il suo aspetto orientale, la sua decorazione policroma, le sue cupole, lo sfarzo bizantino dei suoi mosaici su fondo oro. Il palazzo ducale, adattamento meraviglioso dell’arte gotica al genio veneziano, ostenta la doppia arcata ogivale, in cui il marmo, lavorato come un gioiello, sembra competere con l’avorio.” (ivi). La sua attenzione poi è attratta dalla “Libreria vecchia, creazione immortale del Sansovino” che “rivela gli splendori del Rinascimento nella sua maggior purezza” e dalle Procuratie vecchie che “appartengono ad epoca anteriore e rivelano maggior sobrietà, ma anche fantasia meno ricca” (ivi). Segue questa riflessione di Galdós sulle piazze veneziane: “Fortunatamente l’arte moderna ha saputo rispettare queste piazze incomparabili, o meglio, gli edifici che le formano, badando a non mettervi mano” (ivi). Le proclama “cosa sacra e intangibile” (ivi). Affiora, ancora una volta, la grande ammirazione e il rispetto che lo scrittore ha per la cultura e l’arte veneziana. Nel paragrafo successivo allude al leone di San Marco che, collocato su una delle colonne in porfido prossime alla riva, vigilerebbe e proteggerebbe “quelle meraviglie d’arte, espressione del genio artistico e della cultura della Repubblica veneziana” (pp.1629-30).

Questa parte si conclude con un cenno all’originalissimo campanile, “dal corpo arabo e dalla testa “plateresca”: lo scrittore fa nuovamente riferimento ad aspetti stilistici peculiari della sua terra, nonché alle celebri colombe, principale grazia ed allegria di una città, che “sussiste grazie alla vita immortale dell’arte” (p. 1630).

Partendo dal presupposto che chi va a Firenze senza conoscere, sia pure superficialmente, l’opera eccelsa di Dante non godrà della principale attrattiva che quella nobile città offre, essendo piena di memorie del grande poeta, Galdós si accinge, in questa prima parte dedicata alla capitale toscana, a illustrarne alcuni aspetti della vita e dell’opera. Inizia ricordando che a Firenze si conserva la casa in cui nacque il poeta, che morì a Ravenna, ove è sepolto. Tuttavia a Santa Croce gli è stato eretto un imponente monumento sepolcrale e nella piazza attigua una statua. Lo scrittore poi parla diffusamente della Divina Commedia, che definisce “opera meravigliosa” (p. 1631) ed elogia la lingua di Dante, che il poeta perfezionò, precorrendo i tempi. A giudizio di Galdós si differenzierebbe “appena da quella di Leopardi” (ivi). Accenna a Beatrice e alle principali vicende della sua vita e infine ricorda il suo ideale politico, ossia la “creazione di un grande Impero Romano di diritto divino che riunisse…i piccoli stati, i quali, in quegli anni infelici, si divoravano in lotte sanguinose” (ivi).

L’aver trattato, nella parte precedente, della vita di Dante – argomento che poco o nulla ha a che vedere stricto sensu con una cronaca di viaggio, per quanto sui generis possa essere – induce lo scrittore, per sua confessione, “a parlare di un altro fiorentino illustre, Niccolò Machiavelli, sepolto a Santa Croce” (p. 1632). In realtà l’impressione che se ne ricava è che il letterato Galdós non voglia farsi scappare l’occasione di parlare di un altro letterato, per di più considerato “uno dei più alti ingegni che ha prodotto l’Italia” (ivi). Per quanto le dottrine politiche del Machiavelli fossero severamente criticate perché giudicate immorali, sta di fatto che egli “diresse gli affari pubblici per dieci anni, guidando con notevole abilità le relazioni diplomatiche della Repubblica” (ivi): questo a Galdos, uomo politico, interessa mettere in rilievo. “L’arte della politica – riprende subito dopo – è nelle sue mani uno strumento fornito dai fatti e nel quale non possono entrare elementi teorici…La realtà – ribadisce – si impone sempre alle formule teoriche nel governo dei popoli” (ivi). Dopo questa lezione di realismo politico, lo scrittore sottolinea che Machiavelli fu anche “ardente patriota”, che “L’amore per la patria palpita in tutte le sue opere” e che quando cadde in disgrazia e fu imprigionato, la “sua stoica integrità denotò la grandezza della sua anima” (ivi). Ecco l’esemplare ritratto morale di un uomo politico che lo scrittore opportunamente ha voluto tratteggiare per i suoi lettori.

Dopo aver ricordato che a Santa Croce è sepolto anche Galileo, lo scrittore prorompe, probabilmente sulle orme del Foscolo, in un grande elogio: “Fortunata terra quella che ha visto uomini così straordinari nell’arte, nella politica, nella scienza, Michelangelo, Dante, Galileo, Machiavelli. Bastano questi nomi a dar lustro all’intera Europa e Firenze ha la gloria di chiamarli suoi figli” (p. 1633). Di Galileo ricorda rapidamente la vita, l’insegnamento universitario a Pisa e a Padova, le numerose scoperte di cui fu autore e la vergognosa abiura cui fu costretto. Menziona infine altri uomini illustri sepolti a Santa Croce, tra i quali Alfieri, l’Aretino, l’architetto Alberti e il compositore Cherubini (ivi).

Galdós dà avvio a quest’ultima parte riservata a Firenze, illustrando le facciate di Santa Croce e del Duomo, le quali “mostrano il modo singolare in cui i toscani adottarono l’architettura ogivale, adattandola al loro genio e alla loro tradizione artistica. Quest’arte ibrida, che ha per padre lo spiritualismo e per madre la musa pagana” (ivi) rappresenterebbe l’aspetto più caratteristico del nostro Paese in fatto di edifici religiosi. “Queste chiese ostentano esternamente marmi bianchi e neri, accostati con delicatezza femminile, dando vita ad un gotico voluttuoso e decorativo, che non ci dà l’impressione di mistero e misticismo delle chiese del Nord” (p. 1634). Questa “lettura” dei marmi bianchi e neri, che ornano l’esterno delle chiese toscane, sembra nuova ed originale e in grado di cogliere felicemente il tocco di grazia e leggerezza che spesso l’arte italiana sa conferire alle sue creazioni migliori.

Prima di lasciare Firenze, suggerisce Galdós, è opportuno salire a San Miniato al Monte. “Il cimitero prossimo alla chiesa è interessantissimo” e la stessa chiesa, che accoglie le tombe delle “famiglie aristocratiche della città, merita una visita” (ivi). La loro architettura, restaurata con molta intelligenza, “offre forse più elementi degli interni del Duomo e Santa Croce per lo studio dello stile toscano medievale” (ivi). Volgendo lo sguardo al panorama che si gode da San Miniato, lo scrittore lo definisce “immenso”, “uno dei più belli d’Italia”. E’soffuso di “dolcissima malinconia, che induce alla meditazione…E’il paesaggio triste e minuzioso che serve da sfondo ai quadri dei pittori fiorentini del secolo XV” (ivi). Infine la descrizione di Fiesole, immersa nel verde, “un tempo residenza dell’ispirato e trasognato Fra Angelico ed oggi sede del “Papa nero”, ossia del generale dei gesuiti” (ivi).

Lasciata Venezia, non si può ignorare Padova, “città famosa nelle scienze e nelle arti, e ancor di più a causa di Sant’Antonio, il più popolare dei santi del cielo, almeno presso i popoli latini” (ivi). Così Galdós introduce il discorso sulla città veneta. Ne indica la collocazione prossima all’Adriatico, “in territorio pantanoso, solcato da canali” (ivi). Non possiede monumenti grandiosi, come Venezia e Firenze, però sì monumenti antichi di valore. Menziona la Basilica di Sant’Antonio – il Santo per antonomasia – “principale attrattiva della città, luogo di pellegrinaggi tra i più frequentati che esistano in Italia” (ivi). Definisce “non molto interessante” la storia di Padova, ma riconosce che, nel campo delle scienze, l’Italia le deve il posto che vi occupa. “La sua Università, fondata nel secolo XIII, è una delle più antiche e fiorenti del mondo e si è sempre distinta, più che per gli studi teologici e letterari, per quelli delle scienze esatte” (ivi). A Padova anche “le arti brillarono di singolare splendore e costituirono uno dei centri di studio più importanti della penisola” (ivi). Nomina Donatello, Giotto e Fra Filippo Lippi, che lavorarono a lungo nella città veneta e inoltre lo Squarcione, che vi nacque e il Mantegna, che fu suo allievo. Lo scrittore definisce quest’ultimo “il grande artista precursore dei veneziani, pittore di straordinarie qualità” (ivi). Così ancora scrive di lui: “La vita, l’espressione, l’accento patetico dei quadri di Mantegna non sono stati superati da nessun artista e, sotto questo profilo, sarà sempre il maestro dei maestri” (p. 1635).

Riprendendo a parlare di Sant’Antonio in questa seconda parte, Galdós afferma che “In Spagna è ancor più popolare che in qualsiasi altro luogo, specie in Andalusia”… e che “Murillo, da solo, dipinse più Sant’Antoni di tutti gli altri pittori messi insieme, essendo uno dei suoi temi preferiti” (ivi). A Lisbona, ove era nato, aveva sentito predicare San Francesco, lo aveva seguito in Italia e ne aveva abbracciato l’Ordine. Visse predicando e facendo molti, famosi miracoli. Lo scrittore precisa che l’immagine di Sant’Antonio, trasmessaci da Murillo, “non va affatto d’accordo con l’autentico ritratto del Santo che si conserva nel coro della basilica di Padova” (ivi). Tuttavia osserva che “se il ritratto di Padova ha fama di essere autentico, quelli di Murillo sono artisticamente più belli” (ivi). La vena nazionalista di Galdós fa di nuovo capolino.

La cappella del Santo, nella basilica, “è di una magnificenza asiatica…Il sepolcro è oggetto di grande venerazione…Le offerte sono continue e il culto del discepolo prediletto di San Francesco è dei più redditizi che esistano al mondo” (pp. 1635-36). Dopo aver fatto cenno al lucrativo commercio di medaglie e rosari che si svolge fuori dalle porte della basilica, lo scrittore commenta così: “Questo commercio praticato… da venditori avidi che assalgono il forestiero non predispone certo alla fede” (p. 1636).

Nella panoramica che segue di alcuni celebri monumenti della città, si menziona il monumento equestre del Gattamelata del Donatello, uno dei più belli al mondo; il Salone, vasta costruzione medievale di grande eleganza; la chiesa degli Eremitani, “ove si conservano i migliori affreschi del Mantegna[22]” (ivi); la Madonna dell’Arena, che custodisce i celebri affreschi di Giotto, monumento inestimabile per la storia dell’arte” (ivi). In rapporto al capolavoro di Giotto, Galdós dimostra di apprezzare soprattutto “il vigore della concezione e il profondo sentimento religioso che il pittore seppe infondere alla sua opera” (ivi). Del Mantegna elogia particolarmente la scienza del disegno e l’abilità della composizione.

“La capitale dell’Emilia è una delle città più grandi, belle e fiorenti d’Italia ed ha una storia agitata e drammatica” (ivi). Così Galdós apre questo nuovo capitolo. “Per secoli – continua – appartenne allo Stato Pontificio, il che ha avuto conseguenze importanti sul suo modo attuale di essere…Deve la sua fama alla famosissima Università, faro del Medioevo. Lì si studiò, prima che altrove, il Diritto romano. Nel secolo XII frequentavano le sue aule cinque mila studenti. Lì si insegnavano Medicina e Filosofia e lì iniziarono gli studi sperimentali sul corpo umano… Nel 1789 Galvani fece lì i primi esperimenti sull’elettricità” (ivi).

Descrivendo la città, lo scrittore segnala “gli ampi portici che le danno un aspetto caratteristico… tutta la città è antica, ma anche magnifica ed opulenta” (p. 1637). Il già citato scrittore spagnolo Moratín, che vi abitò, ricorda d’aver visto processioni e “interminabili feste religiose” (p.1637). Si menziona quindi la chiesa di San Petronio, dalle proporzioni colossali e quella di San Domenico, senza trascurare naturalmente di ricordare che in quest’ultima “esiste il suntuoso sepolcro del nostro compatriota, il fondatore dell’Ordine dei Predicatori” (ivi). Tuttavia ciò che più ha colpito Galdós è stata “la configurazione arcaica delle strade e dell’abitato” (ivi). Accenna infine al Palazzo Municipale e a quello del Podestà, alla fontana del Nettuno e alle due torri, inclinate e vicine, degli Asinelli e di Garisenda: “viste da lontano” suggeriscono allo scrittore la bella immagine di “due immense spade che stanno per incrociarsi” (ivi).

“Per gli spagnoli – prosegue Galdós nella seconda parte – la cosa più interessante, nell’antica città universitaria, è il collegio di San Clemente, fondato nel secolo XIV dal celebre cardinale Gil de Albornoz, uno degli spagnoli più eminenti nella storia d’Italia. Il Collegio di Spagna conserva il carattere dell’epoca forse più di qualsiasi altro edificio bolognese…questa famosa fondazione… è sopravvissuta con gli stessi fini cui lo aveva destinata l’Albornoz. Il suo bel cortile è un gioiello architettonico ed ostenta alcuni affreschi di Annibale Carracci” (ivi).

Di fronte alla grande personalità del cardinale, il nazionalista Galdós sente il bisogno di fornircene un ritratto che illustri le sue qualità. Nato in Spagna, da una famiglia illustre, probabilmente imparentata con i re di León e Aragona, arrivò giovanissimo alle più alte cariche ecclesiastiche. Inimicatosi il re Pietro il Crudele, dovette fuggire ad Avignon, presso la corte papale, ove intraprese la restaurazione del potere pontificio in Italia, nelle vesti di diplomatico e di guerriero, organizzando un poderoso esercito che comandò di persona. Essendo nunzio pontificio e generale di Innocenzo VI, governò con prudenza ed energia gli stati del Papa e quindi annunciò a Urbano V che poteva tornare a Roma e regnarvi pacificamente. Uomo di gran talento e di carattere ferreo, fu al centro di un aneddoto del tempo. Avendogli Urbano V chiesto conto delle spese militari, portò alla presenza del Papa un carro carico di chiavi e chiavistelli, dicendogli: “Il denaro di cui mi chiedete conto l’ho speso per rendervi padrone delle città e fortezze, le cui chiavi qui vedete” (p. 1638). Morì a Viterbo e le sue spoglie furono portate in Spagna. Il suo sepolcro è uno dei più bei monumenti che si possano ammirare nella cattedrale di Toledo.

In questa terza parte lo scrittore, con la consueta competenza, illustra la pittura di scuola bolognese, che il Museo di Bologna permette di apprezzare in tutto il suo splendore. E’ una scuola di maniera, osserva Galdós, il che non significa che gli artisti che la costituiscono siano privi di qualità. Non brillando per inventiva, trattarono gli stessi argomenti dei predecessori, mantenendo la buona qualità del disegno. Il quadro del Domenichino, La comunione di San Girolamo, che si trova nelle gallerie del Vaticano, può indubbiamente “reggere il confronto con le migliori opere di Raffaello” (ivi). Guido Reni, il Domenichino e i Carracci tennero un comportamento eclettico, ispirandosi alla scuola umbra e ai pittori naturalisti della scuola di Caravaggio. Nonostante l’elemento drammatico che introdussero, le loro opere appaiono spesso fredde e l’espressione enfatica. Questa scuola prevalse in tutto il secolo XVII, trasmettendo i principi eclettici alle accademie, che nel secolo XVIII favorirono la freddezza e l’insulsaggine. Poco stimata quando risorse la buona critica nel secolo attuale, ha recuperato il posto che le spetta. Ha prodotto opere notevoli, non indegne della nostra ammirazione, quali Cristo Crocifisso di Guido Reni, quadro imponente dall’espressione drammatica e grandiosa, la Strage degli Innocenti e la Deposizione, entrambi dello stesso autore. In tutti vi sono parti eseguite magistralmente. Guercino, i due Carracci e il Domenichino hanno, in questa galleria, alcune delle loro tele migliori, che si distinguono in genere per la grandiosità della composizione, la magnificenza del drappeggio, l’eccellente raggruppamento delle figure. Questa evoluzione della pittura testimonia che il dominio della tecnica uccide l’ispirazione. Dunque è opportuno qui richiamare l’opinione di un pittore e critico moderno, che afferma: “Quando noti che la tua mano destra ha acquisito troppa abilità, dipingi con la sinistra” (ivi).

Si è già avuto modo di fare riferimento al nazionalismo di Galdós, che egli manifesta ogniqualvolta la narrazione gliene offre l’estro. L’occasione è particolarmente invitante nella prima parte di questo capitolo riservato a Napoli che, come è risaputo, fu a lungo sotto la dominazione spagnola. Ecco il significativo esordio: “Napoli rivela in tutti i suoi monumenti, strade, piazze e fontane le tracce della dominazione spagnola. Tutti gli edifici notevoli esistenti in quella grande e ridente città sono opera dei viceré spagnoli. Le amministrazioni comunali, guidate da un amor proprio inspiegabile, hanno cercato di cancellare i segni della nostra dominazione, con il puerile espediente di cambiare i nomi delle strade e di coprire le iscrizioni dei monumenti. Il popolo continua a chiamare Toledo la principale via della città, sebbene ufficialmente si chiami Roma. Molte epigrafi di edifici, già cancellate, sono state ripristinate e i consiglieri comunali capiscono ormai che, non potendo cambiare la Storia, a nulla serve occultare le sue pagine più eloquenti…” (pp. 1638-39). Segue un elenco di fortezze e monumenti, tutti da attribuire agli spagnoli (il Palazzo Reale, già residenza dei viceré; il museo costruito da Osuna; le fortezze di San Telmo e dell’Uovo), assieme alle fontane pubbliche e alla maggior parte delle chiese; persino “la pittura, che eccelle in quella feconda terra e le imprime il suo carattere, è quella del nostro Ribera, noto in Italia con il soprannome di Spagnoletto” (p.1639). Ora è bene chiarire che nessuno vuole, né si potrebbe, negare la forte presenza della cultura spagnola a Napoli, ma forse sarebbe stato meglio illustrarla con minor iattanza. Lo scrittore riprende poi temi in parte già trattati: Napoli assomiglierebbe talmente alle città spagnole che “se non ci fosse la lingua a differenziarle, quella terra e il Mezzogiorno della nostra Penisola sembrerebbero lo stesso Paese” (ivi). Inoltre i napoletani, come gli andalusi, sarebbero “i grandi filosofi dell’epoca…vivono senza preoccupazioni…pensando poco al domani” (ivi). Sarebbero “allegri, affabili, ospitali, comunicativi, chiacchieroni…e soddisfatti di essere nati in quella terra ridente, al centro del più bel panorama che esista al mondo” (ivi). Insomma di nuovo vari luoghi comuni spesso inconsistenti. Alla fine Galdós scopre un aspetto in cui i napoletani sarebbero diversi dagli andalusi, ma che non fa loro onore, cioè l’essere fortemente superstiziosi: “In questo non c’è chi li superi. Niente abbiamo qui che possa paragonarsi alle infinite fole che turbano lo spirito di coloro che non esito a chiamare, se non fratelli, cugini o parenti assai prossimi” (ivi).

Accantonati i luoghi comuni, in questa seconda parte Galdós si accinge a descrivere la città, trattando problemi reali e cogliendo talvolta l’indole vera degli abitanti. “La città – scrive – è immensa, disordinata, ribelle ad un’urbanizzazione corretta, a causa dei difetti tradizionali della gente e dell’accidentalità del terreno. Si estende sulle rive del magnifico golfo, inerpicandosi al centro delle alture di San Martino, avvicinandosi a ovest alle colline di Posillipo ed espandendosi ad est su tutta la falda del Vesuvio…Le falde del Vesuvio, le parti alte di Posillipo e di Capodimonte sono di una incredibile fertilità. La parte centrale dell’abitato è ammassata; le vie strette, tortuose e non molto pulite; la vista della città sul mare è bellissima, indescrivibile…” (pp. 1639-40). Esalta l’azzurro del golfo per la sua trasparenza e bellezza, nonché le isole di Ischia, Procida e Capri dai profili elegantissimi. “In nessun luogo – afferma – ci sono isole più belle, che non siano le (spagnole) Cíes, all’ingresso del porto di Vigo. Ma – riconosce – le Cíes.. sono aride e spopolate…Non offrono al viaggiatore le bellezze naturali e archeologiche di Ischia e Capri” (ivi).

I moltissimi scrittori che si sono occupati di Napoli e dei napoletani – prosegue lo scrittore nella terza parte – spesso hanno travisato la realtà. Ad esempio il tipo del “lazzarone”, frequentemente descritto, non esiste quasi più, esistono sì i fannulloni, ma non rappresentano un tipo che caratterizzi le masse popolari. Dacché si è costituita l’Unità d’Italia è iniziata a Napoli la rigenerazione dei costumi; sono state create varie industrie, tra cui i cantieri navali, che danno lavoro a molti. La celebre località di Santa Lucia, abitata da marinai e luogo d’incontro di gente equivoca, ha perso questa caratteristica. Ora Santa Lucia è luogo di transito tra la città antica e il magnifico quartiere di Chiaia. In parecchie zone, prima malfamate, sono sorti lussuosi alberghi. Tuttavia Santa Lucia è ancora pittoresca e le famiglie, installate gran parte del giorno e della notte davanti alle case, formano ancora gruppi originali e talvolta danno vita a scene assai mordaci. Non cambia invece il gran numero di persone che offrono, in ogni momento, i loro servigi. In nessun’altra città il viaggiatore è assalito da gente tanto molesta, che vende di tutto. Alcuni sono dotati di notevole eloquenza, altri si impongono per la loro incredibile insistenza. Molti si offrono in qualità di ciceroni. I vetturini sono, senza dubbio, i più loquaci del mondo. Insomma Napoli è il luogo dove si sente più gridare nelle strade e dove la classe media vive più a contatto con il popolo. Modeste sono le necessità della gente per la bontà del clima e la fertilità della terra.

“Pur essendo assai belli i dintorni della capitale della Campania (Galdós scrive “della Calabria”, p.1641), non godrebbero di tanta fama se non avessero il Vesuvio come coronamento di un paesaggio ammirevole. Il Vesuvio è l’anima… di quel bel tratto di terra…” (ivi). Inizia così, nella quarta parte, uno dei passi più belli dell’opera, dedicato interamente alla descrizione del vulcano, che coinvolge l’olfatto, l’udito, la vista, con immagini di grande efficacia. Di notte, lo splendore del cratere spaventa chi non è abituato a vederlo; di giorno la colonna di gas che emette forma il più bel pennacchio che si possa immaginare. Senza pericolo si può salire alla cima, grazie ai mezzi di trasporto a disposizione. Alle falde del vulcano giacciono le rovine delle città che ha distrutto: Ercolano, Pompei, Portici, Torre del Greco. I versanti sono solcati da rivoli di lava delle eruzioni più recenti. E’incredibile come si sviluppino vita e vegetazione tra tante ceneri. Sino a 1800 metri si sale in vettura, lungo una strada ben tracciata, tra ville e vigneti. Si vedono solchi di lava indurita e strane forme. Magnifico e vasto il panorama. Il golfo, le isole lontane, i capi Miseno e Campanella e le colline verdi, che si perdono in direzione di Caserta, offrono uno spettacolo indescrivibile. Alla fine della strada si trova la stazione della funicolare. Mancano ancora 400 metri, ma si percorrono in meno di un quarto d’ora in una cabina che, trainata da un grosso cavo, sale lungo un piano di paurosa inclinazione. Giunti alla stazione superiore, mancano ancora 200 metri, che bisogna percorrere a piedi, attraverso sentieri ben tracciati nell’instabile sabbia. A quell’altitudine sparisce ogni traccia di vita animale e vegetale. “Il suolo è scoria già fredda delle sostanze bruciate che getta il vulcano. Camminiamo su materiali che, sino a non molto tempo fa, erano fuoco, masse semiliquide a temperature altissime. Improvvisamente ci troviamo nel cratere vecchio, cavità disuguale con buche e protuberanze, dalle cui fessure escono sbuffi di vapore. Il suolo è caldo, solcato da strane venature e macchie di zolfo di un giallo puro e limpido…Qui si fermano coloro che non hanno il coraggio di avvicinarsi al nuovo cratere, che si vede a circa cento passi e che emette, con un soffio ardente, enormi masse di vapore…Il terribile calore e il pericolo del luogo esigono che il passaggio del cratere duri poco più d’un battito d’occhi…, ma le impressioni di questo momento restano scolpite nella memoria. Le guide accompagnano la gente rapidamente, calpestando sassi neri e gialli, che bruciano le suole e brucerebbero i piedi di colui che si fermasse lì. Nelle orecchie resta il rumore secco, indimenticabile, del materiale che ancora non si è raffreddato. A una distanza che non si può ben valutare…si vede la spaventosa cavità da dove esce l’alito incandescente del vulcano, con cadenza isocrona, che assomiglia al respiro d’un gigante. Tra il vapore bianco e denso escono, espulsi con forza formidabile, pezzi di lava in fiamme, rossa come il ferro nella fucina, che vediamo cadere e frantumarsi non lontano da noi. Tutto il suolo è formato da quel materiale, che raffreddandosi si tinge d’un azzurro metallico. Allo stesso tempo, il vapore nauseante dello zolfo ci brucia, impedendoci di respirare. Alla fine, questa visione sublime e paurosa ha termine perché ne fuggiamo, desiderosi di tornare alla vita normale” (p. 1642).

“Succede con Pompei – osserva Galdós, dando avvio all’ultimo capitolo, assai suggestivo, del Viaggio in Italia – ciò che succede con certi luoghi di Venezia e Roma, cioè che tutti li hanno visti prima di recarcisi. Vero è che disegno, pittura e fotografia non danno mai l’idea esatta…di ciò che rappresentano, ma ne anticipano…l’idea o l’impressione vera. Io posso dire che, quando vidi Pompei, mi sembrò di vederla per la seconda volta o per lo meno che non fosse del tutto nuova per me. Questo rispetto alla parte architettonica della città dissepolta; in quanto allo spirito che rinserra e alle ombre che vi abitano…la visita a Pompei fu per me fonte di emozioni del tutto sconosciute” (pp. 1642-43). A questa premessa fa seguito una sintetica storia di Pompei, dal 63 d.C., quando fu distrutta da un terremoto[23] che fece molte vittime, alla ricostruzione e all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., quando la città fu sepolta interamente da lava e ceneri. Nello stesso giorno – annota Galdós – furono distrutti Ercolano e Stabia e morì Plinio il Vecchio, che da Castellammare studiava l’eruzione. Plinio il Giovane, che era a Capo Miseno, corse grave pericolo; in seguito descrisse lo spaventoso fenomeno in una lettera a Tacito. Altri storici e scrittori romani parlarono del disastro; sino in Egitto e in Asia Minore giunsero tracce dell’eruzione. Più tardi l’imperatore Tito cercò di disseppellire Pompei, ma il progetto fu abbandonato per le troppe difficoltà. Nel Medioevo sparisce il nome della città dalla geografia del pianeta. A Carlo III, re di Napoli e poi di Spagna, spetta il merito di aver iniziato la tumulazione delle vittime del Vesuvio. Il tempo aveva deposto uno strato di terra sulle ceneri della città. I contadini, arando quella terra, ricavavano spesso magnifici bronzi, nonché mani e teste di statue di marmo. Si intrapresero allora lavori regolari di scavo e la città morta andò ricomparendo. Non vi è altro esempio al mondo di città che si possa ammirare nella sua configurazione primitiva. La morte e la sepoltura la preservarono dalle modifiche che il tempo vi avrebbe apportato. E’ una vera resurrezione dell’antico, custodito intatto dalla madre terra. E’ come un libro vecchio che torna nelle nostre mani dopo secoli di oblio.

“Pompei ci ha mostrato tutti i segreti della vita romana con maggior esattezza della letteratura” (p. 1643): così ha inizio la seconda parte di quest’ultimo capitolo. Grazie ad essa conosciamo mille particolari dell’industria e delle arti, delle quali non parlano i libri…Ci mostra inoltre come vivevano quelli che furono i nostri maestri nel diritto, nelle lettere e nell’architettura…” (ivi). A volte, entrando a Pompei, “ci sembra di trovarci per caso in quelle vie e piazze, ci sembra che gli abitanti se ne siano andati a passeggio e che ritorneranno prima che noi si faccia un giro della città. Questa appare completa, in alcune parti nuova poiché la catastrofe avvenne quando ancora non era terminato il restauro dei guasti prodotti dal terremoto del 63... L’architettura dei principali edifici non è monumentale e non si può paragonare a quella dei palazzi, templi, terme e basiliche di Roma…” (p.1644). Era, senza dubbio, una città modesta, notevole per la sua bella posizione e probabilmente aveva un fiorente commercio. Rendevano ameni i suoi dintorni ville assai belle e la fertile campagna che esiste tuttora. Possedeva vari templi, tra i quali quello di Iside, la cui pianta permette di studiare le peculiarità di quello strano rito. Aveva inoltre teatro e circo, terme, numerosi negozi e mura che la circondavano tutta nei suoi 2.600 metri di periplo e otto porte. La parte riportata alla luce è poco più di un terzo della superficie totale. Per quanto sia un sepolcro vuoto, Pompei non è lugubre. “A me – osserva Galdós – è sembrata una città relativamente allegra in mezzo al silenzio misterioso che vi regna. Vi sono luoghi che non sembrano rovine, ma piuttosto edifici in costruzione…E’perfetto lo stato di conservazione dei pavimenti, il che contribuisce all’impressione che la città viva…si vede segnato il passaggio degli abitanti, le tracce delle ruote dei carri, segni di vita che il tempo non ha cancellato (p. 1644). Nelle vie dell’Abbondanza e della Fortuna vi erano negozi con ampi portoni. In molti si trovano ancora i bicchieri che contenevano i liquidi in vendita. Nelle altre vie, le case non hanno altra apertura all’infuori della porta. Finestre e balconi sono rarissimi a Pompei. La pianta interna è uguale in tutte le case, quelle ricche si distinguono per l’ampiezza delle stanze e la decorazione. I vasti peristili interni davano luce ed aria sufficienti alle stanze. I pavimenti sono in genere di mosaico, magnificamente costruiti. La cosa più notevole di questi edifici è la decorazione. In rapporto a Pompei conosciamo la pittura antica bene quasi come quella del Rinascimento. Questi tesori sarebbero sicuramente andati perduti senza l’eruzione. Ciò che gli uomini avrebbero distrutto, lo ha conservato un fenomeno fisico, provvidenziale per la storia dell’arte. Grazie a ciò sappiamo che gli antichi non emergevano solo nella scultura. Essendo Pompei una modesta città di provincia, non si deve credere che le pitture delle case, restaurate in fretta, fossero tra le cose migliori dell’epoca. Si ignora quale fosse la tecnica che usavano gli artisti; certo è che la loro pittura ha la luminosità della pittura a olio, ma dalle analisi emerge che è tempera. Siccome tutti i migliori affreschi sono stati trasferiti al Museo di Napoli, le pareti delle case di Pompei sono quasi tutte graffiate. Nelle case l’aspetto è più triste che nelle strade, però dentro e fuori tutto è inondato di luce. “Come risuonano i passi del viaggiatore in quella solenne solitudine è cosa difficile da descrivere. Tra le case più notevoli, si visitano quella del Citaredo, del Poeta tragico… di Sallustio, di Diomede, delle Terme e altre… di cui si intuisce la destinazione, per cui sono chiuse per le signore. La casa di Diomede, collocata fuori dalle porte della città, nella Via delle Tombe, è tra le più celebri a causa delle spaventose tracce della strage che vi reperirono. In un sotterraneo di detta casa sono stati rinvenuti diciotto cadaveri di donne e bambini, che vi cercarono rifugio contro la pioggia di cenere… I corpi, le cui forme sono rimaste impresse nella cenere che li ha avvolti per diciassette secoli, sono stati trovati in atteggiamento di dolore e disperazione, la testa velata, le braccia in torsioni violente. Alla porta del giardino si è trovato il cadavere di quello che si crede il padrone di casa, la chiave in mano e accanto a lui uno schiavo, che portava il denaro e gli oggetti di valore. Il piccolo museo all’ingresso della città, dalla parte del mare, accoglie impronte in gesso di questi cadaveri, ottenute attraverso un procedimento che consiste nell’utilizzare le forme di cenere. Si vedono lì alcune donne della casa di Diomede, un soldato che pare fosse di guardia alla porta di Ercolano, un cane, cavalli e molti oggetti” (p.1646).

La terza parte, con cui si chiude il Viaggio in Italia, è interamente dedicata al Museo di Napoli, vasto edificio nel quale sono custodite le collezioni di dipinti e statue antiche, fatto costruire dal viceré duca di Osuna. Nel 1790, Fernando I lo destinò alla sede del Museo Borbonico, riunendovi le diverse collezioni, antiche e moderne, del regno di Napoli, la collezione Farnese, quasi tutta costituita da opere reperite a Roma e i numerosissimi oggetti preziosi rinvenuti a Pompei, Ercolano e Stabia. La specialità di questo grande Museo è la pittura antica, che lo rende unico al mondo. Gran parte del pianterreno accoglie gli affreschi delle città sepolte, alcuni in perfetto stato di conservazione. Le scene mitologiche sono di incomparabile bellezza; le figure isolate, elegantissime. Possedevano quei pittori, oltre alla perfetta arte del disegno, un senso del colore che è, senza dubbio, ciò che li caratterizza. La lunghezza di questa lettera – afferma Galdós – non mi permette di dilungarmi, come vorrei, per dare un’idea delle interessantissime opere che accoglie il Museo Napoletano, uno dei più ricchi al mondo” (ivi). Non potendo prestare a così tante meraviglie altro che un’attenzione fugace, lo scrittore menziona rapidamente il famoso gruppo del Toro Farnese, della scuola di Rodi, cui appartiene anche il Laocoonte del Vaticano, opera stupenda dell’antichità; l’Ercole Farnese, atletico, muscoloso, statua della quale si sono fatte infinite riproduzioni; il gruppo di Armodio e Aristogitone; la Venere di Capua, l’Agrippina, la Flora Farnese, trovata a Roma, alle terme di Caracalla, il busto di Omero, l’incomparabile mosaico della Battaglia di Alessandro, esemplare unico al mondo; i busti di imperatori e, nelle sale dei bronzi, l’incantevole Fauno e il Narciso, che decoravano case private di Pompei. Le collezioni di oggetti lussuosi o comuni, gioielli, utensili da cucina, da pesca, da bagno, rinvenuti nella città riportata alla luce; le cose commestibili, bicchieri, stoffe e altri reperti, che permettono di ricostruire la vita dei pompeiani, sono tanti e occupano tanto spazio che, per esaminarli attentamente, sarebbe necessario ripetere, per molti giorni, la visita al Museo.

Così, in modo un po’ brusco – forse incalzava l’urgenza della pubblicazione ne La Prensa – lo scrittore mette fine alla sua lunga cronaca del viaggio in Italia, indubbiamente fuori dagli schemi consueti di lavori del genere, ove ci fornisce, sotto vari aspetti, un interessante spaccato del nostro Paese nell’ultima parte del secolo XIX. Data l’importanza del testo, si è cercato di farlo conoscere il più a fondo possibile, attraverso brani tradotti fedelmente, nonché vari riassunti, talvolta estesi, in modo che il lettore ne abbia un’idea abbastanza precisa. Naturalmente, essendo Galdós un grande scrittore, i brani originali potranno costituire una piacevole lettura e inoltre consentire al lettore di giudicare de visu quello che egli realmente narra o afferma e il metodo cui si ispira nella stesura della cronaca. Infine, visto che l’autore dimostra di conoscere bene la realtà italiana del tempo, specie quella di natura storico-politica e di essere un autentico esperto d’arte, ne deriva che i documenti che si offrono in lettura sono, oltre che interessanti, attendibili, pur con piccole sviste di modesto rilievo –talvolta segnalate in testo o in nota – che nulla tolgono alla serietà dell’opera.

Note


[1]. In piu luoghi della sua vasta biografia dedicata all’autore (Vida de Galdós, Crítica, Grijalbo Mondadori, Barcelona, 1995), Pedro Ortiz-Armengol, riferendosi alla madre dello scrittore, María de los Dolores Galdós, allude al suo carattere difficile, che ebbe indubbie conseguenze sul figlio Benito. Valga per tutti un unico esempio, tra i molti che si potrebbero fare: a p. 68 si accenna “al rigore e all’inflessibilità che si attribuiscono a “mamma Dolores” .
 

[2]. A. Del Río, Historia de la literatura española, Holt, Rinehart and Winston, New York, 1963, t. II, p.197.
 
[3]. Enciclopedia della letteratura Garzanti, Garzanti, Milano, 1997, p. 794.
 
[4]. Ivi.

[5]. Aguilar, Madrid, 1961, t. VI, pp.1614-47 (le citazioni saranno tratte da questo testo e d’ora in avanti indicate con la sola pagina). Parte del Viaje a Italia, limitata alle città di Roma, Venezia e Firenze (pp. 758-805) è stata pubblicata anche nel volume B. Pérez Galdós, Prosa crítica (Introducción y edición de J. C. Mainer, notas de J. C. Ara Torralba, Espasa, Biblioteca de Literatura Universal, Madrid, 2004), contenente vari scritti dell’autore. I due testi che ho esaminato però (quello pubblicato da Aguilar e quello pubblicato da Espasa) non sempre coincidono. Non coincidono, ad esempio, nelle parti iniziali relative a Florencia (p. 1630/ Aguilar e p. 790/ Espasa). Il secondo, dunque, ha subito modifiche. Del testo in questione esiste anche una traduzione italiana, non completa, a cura di V. Cardone (Alfredo Guida Editore, Napoli, 1993), intitolata Le città italiane.
 

[6]. La traduzione di questo passo e di tutti quelli successivi è dell’ autore di questo articolo.

[7]. Sullo scrittore in questione è appena uscito l’articolo di P. Dettamanti, Leandro Fernández de Moratín: un viaggiatore spagnolo a Como e nella Svizzera italiana alla fine del Settecento, nel “Bollettino del C.I.R.V.I”., gennaio-giugno 2009, n° 59, pp. 25-48.

[8]. Mi riferisco al signor Miguel Angel Vega Martín che qui, ancora una volta, voglio ringraziare per la sua cortese e utilissima collaborazione.
 

[9] . P. Ortiz-Armengol, op. cit., p. 366.

[10]. Vedasi l’opuscolo Benito Pérez Galdós – Cronología (1843-1920), Cabildo de Gran Canaria, Cultura, Las Palmas de Gran Canaria, 2006, p. 34.

[11]. Non meravigli il fatto che il viaggio abbia avuto inizio da Santander e che la prima lettera, come si è visto, rechi nella data il nome della stessa città. In realtà Galdós ebbe frequenti rapporti con essa in quanto vi abitava un suo fratello e inoltre spesso vi passava le vacanze estive. In seguito vi acquisterà una casa. Non si dimentichi infine che Santander si affaccia sul mar Cantabrico, il che evidentemente facilitava i viaggi di cui era tanto appassionato lo scrittore.
 

[12]. V. Cardone, Introduzione all’op. cit., p. 17.

[13]. Anche in anni anteriori Galdós aveva collaborato con la rivista argentina, ad esempio nel 1885, quando andò in viaggio in Portogallo. Allora scrisse due cronache per “La Prensa”: una datata Lisbona, 28 maggio e l’altra Vigo, 4 giugno (vedasi P. Ortiz-Armengol, op. cit., p. 399).
 

[14]. Fuori dall’edizione è rimasta anche Bologna, cui Galdós fece pure visita e alla quale dedicò un breve ritratto alle pp. 1636-38.

[15]. Si veda la nota 2 nel cit. volume Prosa crítica, pp. 931-32. La parte relativa a Venecia si trova invece nella lettera spedita il 20 Dicembre 1888 e pubblicata ne “La Prensa” il 18 Gennaio 1889, mentre il testo della lettera immediatamente successiva, quella del 27 Dicembre 1888, fu pubblicata nella stessa rivista il 3 Febbraio 1889. Infine la parte relativa a Florencia è contenuta in una lettera del febbraio 1889 e pubblicata ne “La Prensa” il 7 marzo dello stesso anno (anche quest’ultime notizie sono state succintamente ricavate dalla su citata nota 2, alla p. 932).
 

[16]. V. Cardone, op. cit., p. 9.
 
[17]. Ivi, p. 17.
 
[18]. Ivi, p. 19.
 
[19]. Per questa parte ho attinto liberamente dalla cit. Introduzione di V. Cardone, pp 17-22
 
[20]. P. Ortiz Armengol, op. cit., p. 431.
 
[21]. P. Ortiz Armengol, op. cit., p. 124.

[22]. Come è noto sono stati quasi completamente distrutti durante la seconda guerra mondiale. Si tratta del più grave danno al patrimonio artistico subito dal nostro Paese in quel conflitto.

[23]. Varie fonti indicano, in rapporto all’avvenimento, il 62 d.C. Si veda, ad esempio, la Treccani tre volumi, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2007, III vol., p. 198, alla voce “Pompei”.

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