Servizi
Contatti

Eventi



La poesia negli Stati Uniti d'America

7 - Attualità di un liberissimo spirito: Ralph Waldo Emerson

Non si è parlato né scritto molto in Italia su questo autore, a parte l’interesse degli addetti ai lavori in campo accademico. Considerato il ‘padre del Trascendentalismo’, sebbene rifiutasse per sé perfino l’etichetta di ‘trascendentalista’, fu in realtà un grande maestro della sua epoca (Boston, 1803 – Concord, 1882); anzi, il maestro per quella giovane nazione americana a cui non fornì alcun sistema filosofico organizzato, ma della quale registrò e sintetizzò le più elevate aspirazioni intellettuali, sociali, politiche e religiose nella propria opera di pensatore e affascinante conferenziere. La poesia autentica affiorò nelle sue pagine alta ma sporadica: spesso era insidiata infatti da ufficialità o retorica. Ci rimangono di lui, del resto, due sole raccolte: le Poesie del 1847 e Giorno di maggio e altre pagine pubblicata vent’anni dopo. La significativa spiritualità dei suoi versi – sempre sorretti da una cultura spaziante dagli antichi testi di varie religioni e dall’antichità classica alle grandi opere dell’idealismo tedesco assimilato attraverso i pensatori inglesi (Goethe, i fratelli Schlegel dunque, ma poi Coleridge e Carlyle) – è frangia emotiva e vibrante commento a quanto di fondante per il pensiero americano si trova nella sua filosofia: in relazione al rinnovamento religioso, che fu l’apporto della corrente trascendentalista nella decisa reazione ai dogmi e alla mentalità del vecchio Puritanesimo, come pure in rapporto alla potente folata di aria fresca di cui investì forme e contenuti di una cultura, di una poesia, ancora molto influenzate da conformismi e perbenismo edulcorato (vedasi il già ricordato successo di Longfellow).

Paradigmatico è del resto il suo percorso esistenziale che testimonia, con evidenza, l’onestà intellettuale dell’uomo. Orfano di padre a otto anni, con sei fratelli, poté comunque frequentare la Harvard University; insegnò poi per tre anni nella scuola privata diretta da un fratello maggiore (1820-1823). Riprese gli studi per dedicarsi al sacerdozio e divenne nel 1829 pastore della Chiesa Unitariana di Boston. L’entusiasmo e la dedizione con cui si votò al proprio ministero dovevano tuttavia decadere di fronte ai suoi dubbi sempre più assillanti sullo stato del clero e sulla vitalità della Chiesa. Fra il 1838 e il 1847 si staccò gradatamente ma definitivamente dalla carriera ecclesiastica. Negli anni 1832-1834 si era recato in Europa, dove spiriti a lui affini quali Coleridge, Carlyle e Wordsworth – da lui incontrati personalmente – lo confermarono nel suo desiderio di cambiamento e nelle linee guida delle sue meditazioni. Dal 1834 prese a risiedere a Concord, Mass., si risposò, dopo essere rimasto vedovo dell’amatissima prima moglie, e la sua casa, da cui si allontanava sovente per tenere quelle brillanti conferenze con cui si guadagnava da vivere, divenne presto punto di incontro per i membri più coinvolti nelle convinzioni e nelle attività culturali della corrente di cui, come detto, veniva considerato il fondatore. Specialmente per il volumetto Natura, uscito nel 1836, in cui preannuncia il naturalismo misticheggiante dei più tardi Saggi (1941 e 1944) nonché per due suoi discorsi: The American Scholar (1837) e, altrettanto famoso, The Divinity School Address del 1838, ossia ‘Lo studioso americano’ inteso nel senso di ‘ricercatore’ della più genuina e indipendente verità; e ‘Il discorso ai futuri pastori’, giacché si trattava dei laureandi della scuola di teologia di Harvard, a Cambridge. Soprattutto nel secondo, Emerson non si peritò di presentare la sua interpretazione libertaria non solo del Cristianesimo, ma di ogni altra teologia, dall’Induismo al Buddismo: nessuna fede rivelata avrebbe mai dovuto irrigidirsi in strutture dogmatiche di credenze e precetti obbligatori, la sola pietra di paragone per la condotta degli uomini di buona volontà restando la propria responsabile coscienza individuale.

Grande prosatore, essenziale e lirico, intende e sa materiare pure la sua poesia di questi princìpi, dei quali si usa dire che traducono la temperie romantica europea in un linguaggio ‘americano’ contraddistinto dall’esigenza morale, dall’attenzione ai segni e ai simboli già appartenute al Puritanesimo, ma ora purificate da ogni rigidità e conformismo. Esigenze morali, come segni e simboli di cui la Provvidenza ci gratifica attraverso l’esperienza quotidiana, attraverso le grandi linee della vita a dirigerci o a ostacolarci, sono pur sempre visibilmente presenti a chi abbia occhi e cuore aperti e ben desti: in tal modo l’esistenza umana si tinge di divino, ne diviene una metafora. Per ‘il profeta di Concord’ la “Natura” (questo anche il titolo di una sua lirica) è infatti

A subtle chain of countless rings
The next unto the farthest brings;
The eye reads omens where it goes,
And speaks all languages the rose;
And, striving to be man, the worm
Mounts through all the spires of form

(Una catena di infiniti anelli | Il prossimo porta al più lontano; | L’occhio legge pronostici guardando, | Tutte le lingue parla la rosa; | E, nello sforzo di farsi uomo, il verme | Sale tutte le spirali della forma.)

L’evoluzionismo non attenua comunque per lui la verità della Creazione alla quale Dio – the Oversoul o Sommo Spirito, come il filosofo lo definiva – è perpetuamente immanente in presenza amorosa e attiva. Il che rende plausibile affermare la basilare ‘divinità’ dell’uomo. Rientrano nella sua fede anche i concetti di flusso e di identità cosmica largamente derivati dalle filosofie orientali; concetti solo apparentemente antitetici: infatti gli artisti, i poeti compiono il miracolo di fondere i due estremi per mezzo dell’immaginazione dato che, per l’appunto, “L’impresa dell’immaginazione è quella di mostrare la convertibilità di ogni cosa in qualunque altra cosa. Fatti che non si erano mai scostati dal solido buon senso d’improvviso si rivelano come misteri Eleusini. I miei stivali, la sedia, la candela sono fate in incognito, meteore e costellazioni” (dal saggio La bellezza). Nello stesso saggio troviamo severe convinzioni riguardo alla natura della bellezza e la sua estetica trascendentale preannuncia la moderna funzionalità dell’arte: “… ogni bellezza deve essere organica; … l’abbellimento esteriore è deformità. E’ la solidità delle ossa che trova il suo compimento in una carnagione di pesca; la salute della costituzione che dà scintillìo e potere all’occhio”. E ancora “La bellezza si fonda sulla necessità”. Da qui la sua convinzione della superiorità dell’arte classica su ogni altra…

D’altronde il messaggio di Emerson non solo in questo può dimostrarci la sua attualità, una sua validità per noi, per molti dei problemi che ci turbano.

Poiché da sempre i grandi spiriti si parlano e sembrano comunicare a volte senza conoscersi attraverso il tempo, non mi stupisce ritrovare, ad esempio, in uno degli scrittori più profetici del secolo appena concluso, Guido Morselli, quasi un diretto riflesso di quella inquietudine di fronte a una Rivelazione istituzionalizzata, sia pure, per l’americano, nella sfera del Protestantesimo. Nel romanzo Roma senza Papa la tecnica vincente di Morselli è in questo caso l’ironia: la previsione, collocata in un futuro di fine millennio – per noi già trascorsa – di tutte quelle mutazioni, quei cedimenti rispetto alla tradizione, quelle divisioni e contraddizioni che tormentano la presente Chiesa romana. Aspetti quasi impensabili prima della stesura (1966) e tardiva pubblicazione postuma del romanzo, nel 1974. Alla critica dà voce nella finzione narrativa un protagonista in veste talare autore di un pregevole Saggio sull’iperdulìa: un prete sposato, secondo la norma ormai corrente, ma un ‘conservatore’ ancora capace di soffrire per gli atteggiamenti permissivi o disinvolti di fronte a comportamenti a cui la modernità dei costumi e la rapida diffusione delle notizie ci hanno ormai abituati. Il Pontefice che compare nelle pagine conclusive forse non sarebbe dispiaciuto a Emerson: abbandonato per sempre il fasto monumentale del Vaticano, con la compagine supernumeraria della corte papale, questo irlandese vestito di bianco ritiratosi in una sobria sede di campagna, trova modo di dichiarare con anglico distacco ai visitatori che ‘Dio non è un prete’ per rincarare poco dopo ‘e nemmeno un monaco’. Oggi non è chi non pensi, rileggendo quelle pagine, a fatti di recente fin troppo chiacchierati. Oggi la maggioranza dei fedeli avverte nei confronti delle varie Chiese occidentali il senso di disagio che spinse Emerson fuori dalla propria. Le autorità ecclesiastiche parlano con tono sconsolato di scristianizzazione dell’Occidente. Leggendo Emerson ci si chiede da che parte sia il torto, se torto esiste; e chi veramente abbia perpetrato un fondamentale travisamento della figura del Cristo, forse fin dagli inizi, allorché la libertà di religione concessa da Costantino fu interpretata da fanatici del nuovo credo come permesso di avversare tutte le altre fedi e di devastarne i luoghi di culto.

Altra situazione che viene alla mente è quella di Hans Kung, l’alto prelato e sensitivo tedesco, moderatamente avversato dalla Chiesa di Roma, ancorché non sospeso a divinis: figura carismatica di molto seguito, il cui revisionismo della dogmatica cattolica ha vari punti di contatto con la filosofia di Emerson. In primis l’invito a umanizzare e attualizzare la figura del Cristo, costretta dall’insegnamento ufficiale entro limiti che ne fanno assai più un mito, come già gli antichi dei o semidei pagani, invece che quella figura di vibrante umanità così prossima a Dio da affermare: “Chi vede me, vede il Padre”. Ma al contempo ci chiamava tutti ‘figli di Dio’ e ci invitava tutti ad attuare miracoli: “la fede muove le montagne”. Più laicamente, è l’invito che il filosofo americano ci rivolge nel saggio “Fiducia in sé” (Self reliance).

In quanto allo stato del clero è preoccupante anche per noi, oggi: salve restando lodevoli eccezioni, sono sacerdoti coloro che svuotano le chiese devitalizzando la fede – e la Chiesa – con ingiustificate prese di posizione partitiche, con la rozzezza delle prediche per ignoranza o per limitatezza di mezzi mentali, o perfino con comportamenti aberranti: la possibilità di scelta delle autorità ecclesiastiche non potrà che restringersi finché durerà la drastica proibizione che esclude uomini per nascita normali, o tali supposti, dai naturali benefici del matrimonio, non proibito fino al Concilio di Trento e tuttora in uso nel rito greco-cattolico.

Rimane, come ancora notava Emerson, ad alimentare la nostra fede nel Sommo Spirito, la contemplazione delle meraviglie della natura e del cosmo: fili d’erba e galassie, anzi la molteplicità delle infinite galassie, degli infiniti universi che la scienza va scoprendo – divenendo essa stessa paradossalmente strumento e promozione di culto – garantiscono per noi il Suo Essere. E ci invitano ad amarlo, a studiare e seguire le leggi da Lui inscritte nell’animo di ciascuna Sua creatura. L’attenzione del ‘profeta di Concord’ per la bellezza e immensità del Creato, anche negli aspetti ovvii, normali, semplici, era tale che proprio nella loro evocazione trovò accenti di autentica poesia. “Nevicata”, che qui portiamo ad esempio, è composizione del 1846, successiva alla stesura dei Saggi e di quattro anni precedente Uomini rappresentativi (1950), opera considerata da Francis Otto Matthiessen degna di illustrare – con i capolavori di N. Hawthorne, H.D. Thoreau, H. Melville, W. Whitman – la temperie culturale di quel periodo felice della riflessione e dell’inventiva letteraria statunitense giustamente nota come TheAmerican Renaissance.

Announced by all the trumpets of the sky,
Arrives the snow, and, driving o’er the fields,
Seems nowhere to alight: the whited air
Hides hills and woods, the river, and the heaven,
And veils the farmhouse at the garden’s end.
The sled and traveller stopped, the courier’s feet
Delayed, all friends shut out, the housemates sit
Around the radiant fireplace, enclosed
In a tumultuous privacy of storm.

Come see the north wind’s masonry.
Out of an unseen quarry evermore
Furnished with tile, the fierce artificer
Curves his white bastions with projected roof
Round every windward stake, or tree, or door.
Speeding, the myriad-handed, his wild work
So fanciful, so savage, nought cares he
For number or proportion. Mockingly,
On coop or kennel he hangs Parian wreaths;

A swan-like form invests the hidden thorn;
Fills up the farmer’s lane from wall to wall,
Maugre the farmer’s sighs; and at the gate
A tapering turret overtops the work.
And when his hours are numbered, and the world
Is all his own, retiring, as he were not,
Leaves, when the sun appears, astonished Art
To mimic in slow structures, stone by stone,
Built in an age, the mad wind’s night-work,
The frolic architecture of the snow.

(Annunciata da tutte le trombe del cielo | la neve arriva e, scorrendo sui campi, | sembra non toccar terra: l’aria sbiancata | nasconde colli e boschi, il fiume, e il cielo, | e la fattoria vela in fondo al giardino. | Fermi slitta e viaggiatore, ritardata la corsa | del corriere, chiusi fuori tutti gli amici, siedono i familiari | attorno al radioso focolare, racchiusi | nel tumulto di una intimità da tempesta. || Venite a vedere le costruzioni del vento del nord. | Da una cava invisibile eternamente | di pietre provvista, il fiero artefice | incurva bianchi bastioni dal tetto sporgente | intorno a ogni piolo, albero o porta sopravvento. | Affrettando, con mille mani, il furioso operare | così fantasioso e selvaggio, nulla gli importa | di proporzione o numero. Beffardo, | stia o canile inghirlanda di Pario; || copre in forma di cigno il nascosto rovo; || riempie il sentiero del colono da muro a muro, || a dispetto dei suoi sospiri; e alla porta una torretta a punta corona il lavoro. | E quando ha ore contate e il mondo | gli appartiene, ritirandosi, come non esistesse, | lascia, quando appare il sole, l’Arte attonita | imitare in lente strutture, costruite in un secolo | pietra su pietra, del vento pazzo l’opera di una notte, | scherzosa architettura della neve).

Il vero portavoce poetico del filosofo doveva comunque essere Walt Whitman nel celeberrimo e formalmente rivoluzionario Foglie d’erba. Ma l’influenza del pensiero emersoniano avrebbe agito su una lunga serie di altri autori: dalla originalissima Emily Dickinson al filosofo pragmatista James Dewey. E anche oltre. Dentro e fuori d’America. E fino a noi.


Materiale
Literary © 1997-2023 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza