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Ahi, quella caparbietà austriaca !

Invece di incanalare fiumi, la guerra imperialistica devia la fiumana umana nel letto delle trincee, invece di utilizzare aeroplani per spargere sementi, li usa per seminare le bombe incendiare sopra le città.
W. Benjamin , L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica

L'estate del 2014 è prossima, a breve quindi l'Europa – e non solo – si volgerà a riflettere sul terribile evento che cent'anni fa sconvolse per un lunghissimo orribile lustro il mondo, provocando milioni di morti, sconvolgendo sistemi, lasciando ovunque rovine. Non sempre experientia docet – e ciò vale soprattutto per la guerra – , pertanto anche da quella conflagrazione bellica così rovinosa non venne l'insegnamento della pace, anzi si lasciò il seme dell'odio negli stessi Trattati che avrebbero dovuto pacificare.

Così, dopo un ventennio tra mutamenti negli Stati ed esperienze dittatoriali, si ripeté l'errore non ponendo tempestivamente freno alle follie del “Mein Kampf” di un artista frustrato che volle realtà le sue immaginazioni, e trovò seguito. I disastri sarebbero stati maggiori . Sempre in auge la guerra, da Voltaire giustamente definita "la più stupida delle attività umane" se distrugge quanto si è con molto impegno e fatica costruito.

Nel nostro tempo L'Europa sembra aver imparato, tacciono infatti bombe e micidiali ordigni, ma cova altro, la lotta oscura dei poteri finanziari, e vincenti sono sempre gli Stati più forti, soccombenti i deboli dalle politiche miopi che lasciano anche spazio alla corruzione. Una guerra diversa, oggi, in un’Europa che conta sempre meno nello scenario mondiale dove altri sono gli attori di prestigio, e la colonizzazione non si mostra come nel ventesimo secolo, è più subdola.

Ma torniamo al primo conflitto mondiale, alla cosiddetta Grande Guerra di memoria anche filmografica, così presente in scrittori e poeti di nazionalità diverse. Tornerà quest’anno l'eco in Convegni nelle varie Istituzioni di Cultura, con interventi di quanti fanno parte della intelligencija – e non solo –, fino alle inevitabili rievocazioni plateali che fioriranno dappertutto, dalla retorica più o meno accettabile. Si sarebbe potuta la Grande Guerra evitare? Forse solo dilazionare, troppo forti erano le tensioni fra gli Stati volti al dominio, ad alleanze per il dominio, e anche con un credo basato su concetti irrazionali, assurdi, come il prestigio della nazione e la superiorità della razza. Era quest’ultimo concetto già presente nel 1883 con lord Cromer che aveva in Egitto dato l’avvio a un sistema di arbitri passati per civilizzazione. Sarebbe stato di esempio. I dittatori sono cinici, ma le democrazie non possono fare a meno di essere ipocrite.

Quella guerra doveva scoppiare – lo affermano diverse scuole di pensiero – e toccò all’impero austro-ungarico, alla sua caparbietà nel voler punire l’irredentismo serbo, innescare una miccia che mai avrebbe immaginato potesse divenire di proporzioni così grandiose e devastanti. Fu il suo suicidio: il momento della distruzione finisce spesso con l’essere autodistruzione. L’Austria-Ungheria, ossessionata dal terrore dell’irredentismo, divenne violenta per terrore, si comportò come un qualsiasi soggetto umano che, mentre persegue ostinatamente uno scopo determinato, provoca conseguenze di gran lunga lontane dallo stesso scopo, molto più devastanti. Facciamo nostro il pensiero di uno degli ultimi ministri austro-ungarici, il conte Czernin, fautore della pace: “In quale forma la distruzione della monarchia austro-ungarica sarebbe avvenuta, se la guerra si fosse impedita, non si può dire. Meno orribile che attraverso questa guerra, senza dubbio. Con probabilità, anche più lenta, e forse senza trascinare insieme tutto il mondo nel precipizio. Noi dovevamo morire. L’orologio della storia dell’Austria-Ungheria era scarico. Solo potevamo sceglierci il genere di morte, e scegliemmo il più orribile”.

Una volta in atto, la “caparbietà” austriaca non poté più essere arrestata, e portò alla luce quel che da tempo covava negli Stati, coinvolse anche quelli oltre il continente europeo, poiché la forza del capitalismo plasmava a suo pro le decisioni politiche. Piansero poi tutti, perché, come disse Chamberlain (Discorso 3 luglio 1938 a Kettering) , in guerra “ non ci sono vincitori, tutti sono perdenti”. Perdenti – noi aggiungiamo – soprattutto coloro che, per ordini superiori spesso non condivisi, sono costretti ad andare contro chi non considerano nemico, sono costretti a dare, a ricevere morte. Perdenti anche i civili non più sicuri nella loro terra. Difficile riformare i reggitori degli Stati, riformare oggi l’uomo planetario, ma noi non perdiamo la speranza, preferiamo riandare all’auspicio del Premio Nobel 1909 per la Pace Ernesto Teodoro Moneta, auspicio che abbiamo posto anche a conclusione del nostro saggio “Quale Patria?”:

“Forse non è lontano il giorno in cui tutti i popoli, dimenticando gli antichi rancori, si riuniranno sotto la bandiera della fratellanza universale e cessando ogni disputa coltiveranno tra di loro relazioni assolutamente pacifiche, quali il commercio e le attività industriali, stringendo solidi legami. Noi aspettiamo quel giorno”. Aspettiamo anche noi, aspettiamo programmazioni finanziarie che non stritolino i deboli e la fine di ogni fondamentalismo perché ogni soggetto possa attuare se stesso in piena libertà.

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