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Anna Marinelli ci sembra naturalmente portata ad una scrittura lirica, di cui nota rilevante è la spontaneità, con essa esprime il suo mondo interiore fermo ai valori consacrati da tradizioni millenarie su cui s’è poggiata la umanità, è andata avanti la nostra cultura occidentale prima che tempeste di nullismo, di relativismo e pensiero debole lasciassero il vuoto dello spirito, riempiendo la vita umana di materialità, di animalità, prima che l’ “avere” avesse completo predominio sull’ “essere”, come opportunamente rilevava Fromm. Ma cos’è una esistenza chiusa in sé? Non vale, come sostiene Heidegger, la “capacità dell’uomo di andare oltre se stesso”? E non è questo il principio cristiano di aprirsi all’ “altro”, al prossimo?

La poesia della Marinelli è canto di pareti domestiche, di gioie e dolori sentiti all’unisono con quelle, di sacri vincoli familiari; è nostos della campagna come approdo sicuro dopo lo scempio perpetrato dalla industrializzazione ad un ineguagliabile patrimonio naturale. Nel nostro tempo di disgregazione, di scientifismo e tecnologia superavanzata – ma può la scienza risolvere i problemi fondamentali dell’uomo, quelli esistenziali, come giustamente meditava anche Wittgenstein nella sua ultima riflessione? –, la Poetessa ci porta a riflettere su un progresso che ha prodotto benessere solo apparente.

Del resto la meditazione di tutte le età di crisi, e la nostra età segnala crisi profonde, non può non ripensare a quell’ “aurea mediocritas” di tibulliana memoria come porto indubbiamente più sicuro, al ritorno a ritmi di vita più “umani”. Bisogna rallentare per cogliere la vita, il suo fluire nei sentimenti che maggiormente dovrebbero caratterizzarci poiché sono il segno della nostra umanità.

I temi presenti nelle opere della Marinelli scaturiscono dal suo sentire che si sfrangia in rivoli affettivi, ed avvolgono la vita dandole senso. In primis il sentimento della casa come sede di affetti ed eventi in simbiosi col soggetto lirico. Titolo quanto mai appropriato "Animismo domestico" alla raccolta del 1991.

La parola della Marinelli carica di potere animistico la casa, dà immagini alle cose, vita affettiva a ciò che è muto. Pochi versi ad enucleare il suo particolare animismo. La casa è brivido, vagito, dà segni di abbandono e solitudine: Quando la casa è sola, ha brividi | che sconquassano i pilastri; | le piccole anime delle cose | emettono vagiti di bambini abbandonati (p.19). Si fanno tenerezza le pareti alla nascita di un bimbo: Le pareti (nurse di tufo e d’intonaco) | cantano, in risposta nenie antiche | chinandosi attorno ad un narciso | sbocciato nella conca di una fontana (p.21). Vive la casa con paura il dolore della perdita: E’ sempre rumoroso, il dolore, | quando bussa. | Suona forte il battaglio di ottone | e impaurisce le vetrate; | dietro di lui, che entra da padrone, | si chiudono ad una ad una | le altre porte, come se una mano | invisibile facesse scattare tutti i chiavistelli. (p.30).

Casa e soggetto lirico battono all’unisono gli eventi: …e si allentò, di mia madre, | la stretta della mano, | …Le sue fibre suonarono, allora, | la tastiera infinita del dolore, || Nelle sue canne d’organo | serbava il pianto | di tutti i bimbi abortiti nella miseria, | rumoreggiavano nel suo ansito | tutti i giochi perduti nell’infanzia, | il sudore del pane proletario, | il suo tempo senza seduzione, | il suo tempo di carrube e d’innocenza (p.41).

Ed in una lirica presente nella raccolta “Paradise” il padre diviene la quercia abbattuta, una condizione che sconvolge relazioni verticali, per cui può dire: E madre tua divenni, | terapie d’amore m’inventai, | per un lampo di luce nei tuoi occhi. Ma c’è anche un altro domicilio, quello astrologico, dove sorgono dai meandri | della memoria | iconografie amiche, dove c’è il sogno di un passo che risuona trasognato e fa tremare anche il desiderio più incallito. Pur se talora annuncia le sue gote spente, lascia che il sogno prevalga, il viaggio trasgressivo, che è proiezione di un passato di fantasie infantili dove ancora le ragnatele | hanno fili d’oro, ma anche speranza d’amore, di dire il non detto.

Oppure diviene meditazione dolorosa: Se posassi la tua mano |sul mio petto | scopriresti | che i palpiti | non hanno più musica, sino a ritrovarsi con le mani colme di vento, a supplicare Dio: Mendica, | sto alla Tua porta | depredando le briciole | che lasciano cadere | i Tuoi angeli | quando siedono alle tavole imbandite dei Tuoi cieli (p.63) – e anche l’ immagine delle tavole imbandite riporta i cieli come riflesso di serenità domestica –, o nell’interrogarsi sulle sue metamorfosi di forma e di concetto, tenta di fissare su calco adamantino l’incanto del presente, di serbarla nella razzia di stagioni.

Anna Marinelli apre campi nuovi di suggestioni, attua la vita simbiotica fra l'essere e le cose. Così gli enunciati metaforici non sono estensioni ornamentali ma coscienza emozionale, si fanno sensazione-sentimento-pensiero diventano quanto sostiene Ricoeur nella sua riflessione sulla metafora, necessità nel linguaggio poetico. Tante le metafore nella poesia della Marinelli, ne menzioniamo qualcuna: …il sonno, impigliato | in una tagliola di percalle… i rimpianti come fantasmi portati al guinzaglio… il dolore come embargo della libertà… i sogni custoditi nelle fragili ampolle della psiche… la pioggia come sovrana che visita il suo feudo… l’uomo amato prigioniero in un bunker di silenzio.

Il sentimento del tempo è parte della casa, del suo essere vita, e si estrinseca nella memoria soggettiva e corale. Ne “La Panchina delle Muse” -questo libro accoglie anche una sezione di prose tra memorie e tradizioni del passato, riflessioni e lettere, oltre a numerose testimonianze critiche sulla scrittura poetica della Marinelli- ma pure in “Paradise” e nelle plaquette, il sentimento del tempo viene ancora rivisitato come memoria soggettiva.

Vi rileviamo una più accentuata nostalgia: ll vento, | con voce di Stradivario | mi suona melodie(p.36), la nota di malinconia nella riflessione sulla condizione presente:Ormai solo memoria, | la tua voce, | diviene arcobaleno | tra le mani (p.30). Ma poi forte appare ancora la volontà di opporre resistenza ai segni del tempo: Restare uniti, | questo è l’imperativo. | Che nessun petalo abbandoni anzitempo | la reggenza del calice (p.19).

L’Autrice culla la speranza del raggio di sole che bussa alle vetrate, non lascia intorpidire la passione: Giungesti improvviso, | come sparo che frantuma | cattedrali di quiete, | come urlo nella notte | dormiente, | come fiocco di neve | sopra il melo (p.50), e sa che la vita è ludica sfida del Tempo, | e i giorni, astragali | da lanciare con maestria | per primeggiare in classifica.

Opposti momenti si alternano, di lotta e di resa nel piede che ha già varcato | la temuta soglia (p.77), nell’ Ode al non essere, ad un sogno | un’ombra, | un uomo che non c’è. Ma sopravanza l’essere che nulla riesce ad annullare poiché è costruzione che non patisce il tempo, si colloca al di là di esso, è sogno di uomo che raccoglie sorrisi | e li stringe teneramente | tra le dita, di una donna che tesse mantelli | per le spalle più tristi, | cura le ferite più rosse, | col suo canto raduna le rondini | dalle sparse lontananze |… circumnaviga l’isola e lo scoglio | con le vele di un sogno ricorrente (p.101).

Ed in questa silloge s’insinuano anche interrogativi, dubbi sul fiorire del cuore alla poesia: Tornerà a fiorire | la rosa | come l’aiuola di malva dei giardini | … o resterà muta e spoglia, | l’aiuola, | prigioniera della sua stessa malinconia? (p.78).

Anna Marinelli ama la poesia, le parole, dall’abisso | del loro silenzio sacrale che si fanno flash di luce, non vorrebbe mai che il fardello degli anni essiccasse la radice. La casa del poeta non può finire nel rogo, completamente cenere: Poi l’alba, | con mani schiumose, | raccolse tra reliquie | di carbone, una scheggia | di cuore ancora fumigante. Ma la memoria si fa anche canto corale della terra natia, sentimento di appartenenza ad un humus che si vorrebbe fisso ad un tempo mitico con il suo mondo di socialità autentica, di bellezze naturali non tocche dalle brutture della industrializzazione, del consumismo.

Il Sud, visto come borgo dove la vita può scorrere nei ritmi del cuore, è la madre insonne che attende i suoi figli dalle babeli cittadine, dove, abbandonato l’aratro, sono corsi per stringere bulloni | in alienanti catene di montaggio | disperdendo i loro lineamenti | nelle nubi di smog postindustriale. Questa terra fasciata di luce | e di solitudine è sacra, va amata, e con orgoglio la Poetessa parla delle sue vene contadine: Quale nome restituire al sole | che m’infuoca | le vene contadine | e m’innamora | dei campi di giugno | allagati di sanguigni papaveri | di sogno? (p.48). Per il nulla sottovuoto l’uomo ha annullato il sogno: Noi, figli prodighi e stolti, | da troppe stagioni dissipiamo | la tenerezza del sole | senza la contropartita di un sorriso (p.81).

Ma esiste un paese – è il suo paese – …immutevole | dove la rondine torna | a nidificare, respingendo | l’ebbrezza domiciliare | dei grattacieli metropolitani… Qui, c’è ancora un contadino | che parla come un padre | al piccolo frumento. Ci sono ancora i vecchi che narrano di tesori nascosti | sotto le chianche dell’antica piazza, | levigate da puledri in disuso ( p.43).

Anna Marinelli è contro certo modernismo che ha stravolto la vita di uomini e donne, per cui il sud scrive un’altra storia, fatta di rapine, di madri che negano il seno, di fumo sulla bocca delle donne. Non è certamente contraria a che la donna svolga nuove professioni – lo testimoniano i versi per Emanuela Loi, agente di scorta – ma allo scimmiottare certi modi maschili.

Ma sopra ogni altro è il sentimento del divino che dà senso al vivere nella fratellanza, in una conciliazione universale che sana le ingiustizie. La sacralità della vita costituisce l’humus del discorso lirico di questa Autrice, è quindi presente in ogni silloge, sia che il verso scaturisca dalla memoria soggettiva, sia che si faccia meditazione corale. In “Paradise”, però, il suo canto si fa più apertamente preghiera, inno di lode e d’amore a Dio: Lasciatemi ombre della notte, | voglio incontrare l’aurora, | voglio cantare al mio Dio | a Colui che di Sé m’innamora. Dio, alfa e omega, vestirà alla fine dei tempi di luce il dolore del mondo e la Madre accoglierà | nel suo grembo infinito l’umana progenie | per rigenerarla un’ultima volta. Il verso si volge alle festività più significative della cristianità, alla Nascita del Redentore, alla Sua Passione e Resurrezione con un sentimento di gioiosa gratitudine verso il Redemptor Mundi, verso la Vergine Santissima, Mater Misericordiae.

Ma pensiamo che il dono più gradito ai Sangiorgesi sia stato L’oro del Tempo, la raccolta in dialetto di orazioni, canti, detti e proverbi, filastrocche, scioglilingua, ninne nanne e metafore della tradizione sangiorgese. Un libro per salvare il patrimonio che fu in questa terra la lingua madre fino agli anni ’50. Il recupero sta avvenendo in più parti del territorio pugliese, quasi una salvezza per le nuove generazioni disancorate. La lingua “sopralocale”, divenuta nella seconda metà del Novecento comunicazione sempre più diffusa ad opera dei “media”, fu un fatto positivo perché offrì a tutti gli strati sociali lo strumento per comprendere. Oggi, però, la lingua “ufficiale” sembra divenuta “televisionese”, “politichese” o in genere “linguaggio specifico”, quindi altrettanta incomprensibilità contro cui ogni territorio sta rivendicando la propria diversità linguistica. Si tenta di recuperare l’autenticità comunicativa e, attraverso essa, quel patrimonio di valori indubbiamente positivi per la qualità della vita dello spirito.

E’ ad essi che guarda Anna Marinelli nel suo percorso di operatrice culturale.

Recensione
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