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Anna Sciacovelli ci dona la memeria collettiva

Una lettura non solo piacevole gli Antichi mestieri di Anna Sciacovelli, offerti da "Bari Sera" in dono ai suoi lettori a chiusura dell'anno da poco lasciato alle spalle. Ventitrè mestieri egregiamente illustrati dal Maestro Luigi Giacopino, artista poliedrico di chiara fama, di cui possiamo qui ammirare il tratto essenziale e incisivo per il quale sembrano rivivere uomini e donne nella quotidianità del passato. La piacevolezza di questi racconti particolari è data dalla fluidità nel narrare una materia cara alla memoria, ed il lettore si lascia prendere, trasportare in una dimensione temporale remota che si veste di una connotazione quasi favolosa.

Anna Sciacovelli, scrittrice da lungo tempo nota per le tante pubblicazioni in diversi generi letterari, sa inoltre in ogni sua pagina coniugare chiarezza ad eleganza stilistica, doti che ci sembrano divenute piuttosto rare; possiede anche un “modus narrandi" tutto suo che il lettore riconosce nei valori pieni, nella tastiera che offre toni appropriati alla materia trattata. Una maniera da rintracciare nella spinta propulsiva del sentimento dell’Autrice per i temi oggetto della sua scrittura, sviluppati con una naturalezza fuori da ogni artificio, anch’essa qualità rara. Interesse lontano nella Sciacovelli la sua terra, ben consolidato, portato avanti con amore. Basti ricordare qualcuna delle sue tante opere, ad esempio Bari che scompare (Congedo Editore, Galatina 1986) e il recente Baresismi (Wip Edizioni, Bari 2006).

Ma la proposta Antichi mestieri ci fa riflettere sul divenire/evoluzione di sistemi e costumanze sulla scorta del progresso, da accettarsi quindi in quanto possibilità di una qualità di vita materialmente migliore; e ci porta anche a misurare la perdita di un mondo di socialità diversa su cui ciascuno degli appartenenti a generazioni non più giovani pensiamo si soffermi, pur allontanando certe note nostalgiche che possono talora farsi devianti per la obiettività di un giudizio, per coglierne nei giusti termini il senso.

La prodigiosa memoria, che Anna Sciacovelli ci proietta come film della sua anima di fanciulla attenta alla percezione di un mondo umano guardato anche allora con affettuoso interesse, ha la lontananza di decenni che paiono secoli, dall'attualità distanti quindi più per la celerità delle trasformazioni che per uno spazio cronologico. Ce ne accorgiamo quando sentiamo menzionare cose fino a poco tempo fa di normale uso e oggi ormai superate, soppiantate. La macchina da scrivere, tanto per produrre un esempio, messa da qualche decennio in disparte e sostituita dal computer, è già vista come un oggetto "d'altro tempo"; lo diverrà, forse a breve, la stessa televisione con l'ampliarsi di internet. In questo frenetico procedere, tecnologia che macina tecnologia, il pericolo è anche qui la perdita, l'assenza di legami col passato, vale a dire con un mondo economico-sociale che costituisce, in senso ampio, la storia di un popolo e, visto in particolare, di una "gens", nel nostro caso la barese, in un determinato momento del suo percorso. E' il ricordo di sistemi, di modi di vita che ci appaiono di una distanza epocale, di quel comunicare che fino a non molti decenni fa si articolava in maniera tanto diversa da zona a zona della nostra Italia per lunghi secoli non nazione, ed il tutto diviene significativo per la memoria collettiva.

Quella vita da cui abbiamo posto le distanze, i mestieri dai ritmi così lontani sono appartenuti a generazioni da cui si discende con uno stacco temporale non lungo; ed il dialetto è stato lingua madre per lunghi secoli, fino ai mutamenti nei registri comunicativi, cui ha contribuito soprattutto il mezzo televisivo a partire dagli anni Cinquanta. La nostra Autrice dà il dovuto rilievo al dialetto, ad una forma di comunicazione non considerata da chi non è in grado di apprezzarne il significato; e richiama nei suoi racconti espressioni particolari, voci del dialetto barese. Non possiamo non ricordare l'attenzione da lunghi anni presente in questa Scrittrice al patrimonio dialettale, il suo desiderio di lasciarlo in dono alle nuove generazioni che nella omologazione hanno perso, in ogni senso, la possibilità di un riferimento alle loro radici, a quella memoria collettiva da cui discendono.

Goody, a proposito dell'attività mnesica, in un suo saggio giustamente osserva che "l'accumulazione di elementi entro la memoria fa parte della vita quotidiana", senza cui c’è perdita. Indubbiamente è da elogiare chi non vuole far cadere in oblio la memoria collettiva e pertanto riscrive i mestieri scomparsi o in via di estinzione, attraverso i quali ci par di vedere, di sentire attorno a noi il mondo che fu quotidianità in Bari e in tante città e paesi nel tempo in cui la vita scorreva diversamente.

Queste storie, che potremmo definire “ideologia” alla maniera di Balandier, fanno dell’Autrice quasi una “sacerdotessa della memoria” della “gens” cui appartiene. Il suo rimemorizzare trasfuso nella scrittura non ci appare inoltre operazione meccanica ma narrazione che, pur mentalmente attenta alla ricostruzione della realtà, concede spazio ad una raffigurazione di personaggi e situazioni che appare quasi mitica. Pensiamo, per menzionarne qualcuno, a “L’uomo che portava la luce nei vicoli della Città vecchia”, il “cuenze lambare” novello Prometeo dai capelli rossi e con i sogni nel cuore, a Cesare “u lustrascarp”, generoso padre che muore “sedendo per la prima ed ultima volta sul cuscino di velluto rosso” del trabiccolo davanti al quale era stato inginocchiato tutta la vita. Rivivono, ad opera della bella penna di Anna Sciacovelli, uomini e donne della quotidianità scomparsa quasi in una celebrazione di contesti economico-sociali d’altro tempo.

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