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Ars Servatrix per l’anima collettiva ammalata

Le riflessioni di quanti hanno abbondantemente varcato la quinta decina del loro tempo di vita evidenziano il progressivo trasformarsi in negativo della nostra società, sia per il ridursi della qualità della sfera affettiva, sia anche per l’allargarsi e moltiplicarsi di manifestazioni che nel linguaggio comune vengono definite nevrotiche.

Le cause sono ovviamente molteplici. Noi ci soffermiamo sulla contrapposizione annunciata da Fromm, a quell' ‘avere’ che egli pure ritiene parte dell'apparato istintuale dell'uomo, ma la cui sopravvalutazione rimuove la considerazione dell' ‘essere’, che è desiderio ugualmente innato e altrettanto profondamente radicato.

E' uno squilibrio che dallo scorso secolo si presenta più accentuato e stratificato, contribuendo a modificazioni negative del processo sociale, di cui ogni essere umano è succube ma al tempo stesso partecipe, e non soltanto nel mondo dove predomina la cultura propriamente occidentale.

Si constata che, nello scorrere dei decenni di un secolo cui abbiamo volto le spalle senza nostalgia per le tragedie lasciate a memoria, è andata sempre più sviluppandosi una patologia da competizione per il predominio, da imposizione del proprio ego in ogni senso, anche come presenza attraverso l'immagine, la sola che sembra dare oggi consistenza all'esistere.

Una malattia non più di individui isolati o di gruppi ristretti ma collettiva, senza segni di regressione.

La morte di Dio di Nietzsche ha rappresentato, secondo Heidegger, la morte delle idee e degli ideali, la fine dell'epoca della metafisica, chiusasi col pensiero hegeliano. La perdita ha lasciato l'uomo "senza soli" in un eterno precipitare verso l'infinito nulla, verso lo spazio vuoto. Il mondo, cadute le categorie di ragione con cui aveva un suo fine, una unità e un essere, è divenuto caos, nel quale l'essenza è il terribile, l'ambiguo, il seducente, dove l'errore viene posto come conoscenza, dove l'essere subisce il proprio annientamento.

Nel pensiero occidentale la ratio era stata servatrix; la sua scomparsa ha dato la realtà in pasto al falso, a chi ha la forza di porre il valore.

La catastrofe nichilista non può essere sopportata, per questo si tenta con Husserl una soluzione di stabilità attraverso un pensiero da fondarsi come scienza rigorosa. Solo l'idea di scienza è, infatti, per il filosofo-matematico sovra temporale, mentre mutevole per ogni tempo è l'idea della visione del mondo.

Ma può questo nuovo modo di concepire il pensiero, portato avanti anche da Gadamer come teoria della scienza, considerarsi una soluzione?

Non sembra se Toulmin in Che cosa è la filosofia della scienza rileva che "i problemi che sono discussi tanto impeccabilmente dalla filosofia non hanno alcun peso per la fisica, mentre i metodi di ragionamento che i fisici effettivamente impiegano sono solo raramente esaminati".

C'è quindi una sfasatura tra il livello della ricerca scientifica e il grado della propria autocomprensione riflessiva; una sfasatura che ripropone una esigenza che il pensiero scientifico non annulla.

L'esigenza è quella ‘poietica’, tanto sentita da Bergson e così avversata dal Circolo di Vienna, propugnatore dello spirito illuminista e della ricerca positiva antimetafisica con cui allontanare le profondità impenetrabili per riaffermare che la concezione scientifica del mondo non conosce enigmi insolubili.

Ma è quella esigenza totalmente eliminata?

Neurath, Carnap, Wittgenstein e gli altri del Circolo non accettano quanto considerano tesi geniali non comprovabili, motivate solo in termini di mera fantasia, però anch'essi non possono non far sussistere Dio, l'inconscio, ogni atteggiamento emotivo, i quali vengono lasciati all'espressione artistica, alla lirica o alla musica.

A questo punto un certo vissuto, che è quello "del quale non si può parlare, di cui si può solo tacere", sembra nel Tractatus wittgensteiniano ricostituire un residuo metafisico che si sottrae alle operazioni logiche. Il dato privato viene così svincolato dalla dimensione extralinguistica. "Una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto risposta -dice Wittgenstein- i nostri problemi vitali non sono neppure toccati".

Per Carnap è il campo in cui ciascuno può liberamente scegliere il suo linguaggio e quindi la sua logica.

Nella successiva meditazione Wittgenstein svincola pure il linguaggio filosofico dall' ‘ideale’. Vuole quello di tutti i giorni, "anche se -egli dice- è forse troppo grossolano, materiale per ciò che vogliamo dire... bisogna restar fermi alle cose del pensare quotidiano... non descrivere estreme sottigliezze... La filosofia è una battaglia contro l'incantamento del nostro intelletto per mezzo del nostro linguaggio".

Alla filosofia quindi non resta altro compito che portare ordine e chiarezza, sbrogliando "i nodi del pensiero", facendo "svanire completamente i problemi filosofici".

E', in un certo senso, la resa del pensiero filosofico, e non solo alla scienza ma anche all'altro pensiero, a quello ‘poietico’.

Del resto il mondo della vita già in Husserl era ritornato ad essere, rispetto a quello delle scienze, un mondo di soggetti, una situazione naturale della coscienza. Occorreva recuperare l' a priori universale della correlazione soggetto-oggetto dall'oblio oggettivistico e ristabilire l'ego assoluto come centro funzionale ultimo di qualsiasi costituzione, affinché la realtà ritrovasse nel soggetto il fondamento assoluto del proprio senso.

Ma anche per Heidegger l'ente che ha valore esemplare è quello che noi siamo sempre, il Dasein, base di partenza, dalla quale scaturisce tutto, anche le scienze che sono modi di essere del Dasein.

Come definire oggi la condizione del nostro Dasein?

Ronald David Laing in L'io diviso osserva: "La nostra società non reprime soltanto gli istinti ma anche ogni forma di trascendenza... il nostro stato normale e ben adattato non è che una rinuncia all'estasi, un tradimento alle nostre più vere potenzialità... Molti di noi riescono fin troppo bene a costruirsi un falso io per adattarsi a false realtà".

Il malessere del singolo è quindi il sintomo del malessere di un organismo più grande che lo ingloba e non funziona, di un'anima collettiva che possiamo considerare ammalata.

L'obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni non ha funzionato. Il ‘Sé’ totalmente afferrato dalla civiltà si risolve in un elemento di quella inumanità a cui la civiltà ha cercato fin dall'inizio di sottrarsi, si fa rinuncia al significato.

Il risultato è l'angoscia più antica, che mito e metafisica riuscivano un tempo ad alleviare. Angoscia e terrore rappresentano forse lo scacco del pensiero illuministico.

Per Husserl le scienze positive significano allontanamento da quei problemi che sono decisivi per l'umanità autentica. In La crisi delle scienze europee scrive: "Nella miseria della nostra vita questa scienza non ha niente da dirci. Essa esclude di principio proprio quei problemi che sono i più scottanti per l'uomo... i problemi del senso o del non-senso dell'esistenza umana nel suo complesso... Chi vede ovunque soltanto natura, natura nel senso e con gli occhi delle scienze naturali, è cieco per le sfere dello spirito, per il peculiare dominio delle scienze dello spirito".

L'uomo tecnologico è quindi, sotto certi aspetti, ancora alle sue radici, né gli è valsa la antropomorfizzazione della macchina con una terminologia che Dijkstra definisce ‘sciocca’ per quel passaggio da ‘magazzino’ a ‘memoria’, da ‘codice di istruzione’ a ‘linguaggio di programmazione’, anche se Leroi-Gourhan vede nelle macchine informatiche l'ultimo stadio dell'evoluzione umana, quello dell'esteriorizzazione del cervello, come l'utensile è stato quella della mano.

Ma perché allora quell'angoscia-ansia, quell'avvertire dolorosamente la solitudine fra tante apparenze di socialità, quel sentirsi oppressi, schiacciati dalla propria impotenza?

Che cosa può dire alla psiche sofferente una società informatica, altrettanto schizofrenica, dominata dai mass media, i quali sembrano agire sul piano inconscio e preconscio da persuasori occulti contro la libertà individuale, dando quella percezione subliminale di cui il soggetto non è consapevole, scardinando il nucleo della personalità?

Che cosa può salvare da un pensiero convergente sempre più connotato da banalità, da materialità, da degradazione?

Come salvare l' ‘Es’ di Groddeck, quella grande forza che ‘ci vive’ dal più intimo di noi stessi ed è strettamente congiunto al nostro organismo biologico?

Non è la psiche determinata dal corpo e da esso dipendente, almeno non in toto, dal momento che, ce lo insegna Freud, i sintomi del male sono, secondo quanto scaturisce dall'attività medica, chiaramente influenzati dalle tante emozioni negative vissute dal soggetto, in esso ancora presenti.

"Il grave errore -considera lo psichiatra Meyer- è stato quello di studiare l'uomo tutto insieme come una mera somma di parti... Noi abbiamo imparato a riunire insieme su un piano concreto l'essenza reale della mente e dell'anima".

E' il concetto di mentation con cui si porta a ricreare, attraverso simboli e significati, il contatto con la realtà, con quel complesso di relazioni necessarie alla psiche e al corpo per ricomporre l'equilibrio.

Secondo Jurgen Ruesch e Gregory Bateson, autorevoli rappresentanti del gruppo di psichiatri denominato ‘Palo Alto’, è proprio la comunicazione a svolgere il ruolo fondamentale, a comprendere "tutte quelle operazioni con le quali le persone si influenzano reciprocamente". Analizzare la comunicazione è quindi comprendere l'essere individuale e la nostra società, comunicativa solo artificiosamente, apparentemente.

La parola, quella vera, naturale, può diventare pertanto il nuovo modello scientifico perché le anormalità del nostro tempo possano retrocedere.

Comunicare è prima di tutto comunicare a sé stessi, ripescare dal nostro abisso il noi sepolto. Ci aiuta la parola, ci aiuta una qualsiasi forma di espressione.

Il valore terapeutico sta in quel ‘dirsi’ con sincerità, per il quale il vertice ha importanza relativa, la qualità da lasciare a memoria dei posteri. E non è il comunicare un passare dall'interno all'esterno ma un procedere interiore per avviarsi a quella conoscenza di sé, che è base dell'equilibrio fra soggettività e oggettività quando c'è immediatezza. Se questa è presente può allora travalicare lo stesso soggetto, passare ad un fruitore che la accoglie e la fa sua, dimenticando quasi lo stesso autore, il quale diviene sua ombra.

Un duplice canale terapeutico quindi che innesta una capacità di comunicazione anche nel fruitore, poiché il poeta non è solo essere particolare ma voce dell'umanità che risuona in lui, quasi, come rileva Jung, "animazione incosciente dell'archetipo". Un archetipo che può, secondo quanto asserisce in Le strutture antropologiche dell'immaginario Gilbert Durand, "riequilibrare la coscienza dell'uomo di domani" in quanto la funzione fantastica è vera e propria essenza dello spirito.

A tal proposito Mukarovsky in Intenzionalità e inintenzionalità nell'arte sostiene che autore e fruitore non sono due soggetti, ma uno solo poiché "si uniscono in un'unica persona, ed è proprio nella persona dell'artista che si uniscono", pur essendo il fruitore attivo nell'unificazione semantica il momento in cui percepisce l'opera.

Barthes e Compagnon confermano: "Il libro letto non è un oggetto realmente distinto da me stesso... esso è me e non-me".

Escarpit precisa che nell'atto del leggere il lettore mette in gioco una predisposizione che, oltre a derivargli da un insieme di fattori, gli deriva anche dalla sua problematica personale. In questo senso, riconoscendo che ogni lettura è in qualche misura una traduzione e che la traduzione è tradimento, sostiene che l'opera letteraria "possiede una disponibilità tale che è possibile, senza che essa perda la sua identità, ricavarne un diverso significato da quello apparentemente visibile".

Ma quale espressione può considerarsi comunicazione massima?

"La poesia -dice Breton- porta in sé il compenso perfetto delle miserie che sopportiamo".

E Damaso Alonso, in Saggio di metodi e limiti stilistici, definisce la lirica "l'ultimo elemento di una serie di stati spirituali che hanno il loro inizio in una sorta di caos procreativo... ed è inalienabile unicità".

Aggiungiamo che l'unicità è fondamentale puntello perché un essere in frantumi possa ricomporsi.

A ben ragione Jean Rousset parla del sogno cui solo l'arte può dare forma, e Charles Mauron nella sua Introduzione alla psicocritica di un io creatore che è mito, distinto dall'io sociale; un mito che è fantasma, continua corrente di scambi che riempie l'universo interiore.

Jean Starobinski, nell'analizzare in Psicoanalisi e conoscenza letteraria il rapporto che tra di esse intercorre, afferma: "I poeti che danno una voce particolarmente eloquente all'avventura del desiderio... offrono un materiale privilegiato allo scienziato... la letteratura fornisce i paradigmi che saranno utilizzati dal linguaggio psicoanalitico. La parola poetica si situa nell'intervallo che separa lo scienziato da questa natura enigmatica le cui pulsioni vanno decifrate. il poeta è il soggetto della mediazione tra l'oscurità della pulsione e la luce del sapere razionale e sistematico".

C'è, però, secondo Mauron, qualche pericolo. Nel mito personale come successione di avvenimenti psichici che si volgono ad una genesi vissuta egli rintraccia, se l'io non è forte e quindi non in grado di trasformare l'energia della fantasia inconscia in una costruzione, la possibilità di diventare servo del suo inconscio. In tal caso l'espressione linguistica si trasforma per Mauron in sogno, in un compromesso tra il rifiuto di un contatto con la realtà e la necessità di scaricare un potenziale.

Vero è che il sigillo dell'evento poietico, come rileva Terracini in Analisi stilistica, sta "nell'istante in cui l'artista riesce a staccarsi dalla sua creazione, a concepirla come dotata di esistenza autonoma", ma già la manifestazione di quel che è compresso dentro, pur se imbocca vie che perdono il contatto con la realtà, può considerarsi recupero esistenziale del soggetto.

Quel che soprattutto interessa rimarcare, in questa nostra società di individui così desolatamente monadi sofferenti, è la necessità della liberazione dalla condizione di malessere attraverso un'attività che sia espressione dello spirito. Il pensiero creativo è, senza dubbio, liberazione dal falso io in quanto, come dice Pirandello, crea una realtà che ha in sé stessa le sue necessità, le sue leggi, il suo fine.

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Articolo presente in

Giornale Italiano di Arteterapia

Annali di psicologia clinica e di psicoterapia del CISAT, Centro Italiano Studî Arte-Terapia di Napoli Edizioni dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli Napoli, 2016, pp. 318

Nel Giornale del CISAT, il Centro fondato nel 1994 e diretto dal Prof. Roberto Pasanisi, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli e delle sue molteplici attività, la Redazione, nel presentare il primo numero, sottolinea la specificità del modello di psicologia clinica, la sua distanza da quello americano legato al disegno e alla pittura ignorando il mondo della parola che “attraverso la poesia e la prosa, affonda le sue radici nel gran mare dell’inconscio e nelle nostre emozioni non meno profondamente e significativamente delle immagini”.

Sono nel Giornale presenti in lingua italiana e anche in inglese e francese articoli di:

Antonietta Benagiano, Anne Brun, Marco De Augustinis, Francesca Di Nola, Antonio Giorgio Jreneus, Vera Haehnlein-Jurergen Rimmel, Agnès Hafez-Hergaut, Manuela Marchesini, Maria Libera Masucci, Pasquale Montalto, Dario Gimma, Francesco Paolo Palaia, Roberto Pasanisi, Natalizia Pinto, Stefano Pischiutta, Nicola Paolicchio, Silke Schauder, Renata Taddei, Romana Carini, Michela Bastianelli, Roberta Picella, Marco Lucaferri, Magdalena Tyszkiewicz, Wanda Zuchowicz.

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