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Come sono messe le lampade

Il particolare lirismo di Marta Biuso

Nella plaquette, già novità nel titolo Come sono messe le lampade (2011, Libraria Padovana Editrice, Chelsea Edition New York, Collana diretta da Elisa Davoglio), l'autrice Marta Biuso scarta le forme poetiche tradizionali, pur se eterogenee, le sperimentazioni divergenti e anche contraddittorie che si sono susseguite nel secondo Novecento, va alla ricerca di una sintesi emotiva e mentale da proporre attraverso una prosecuzione rivisitata di quelle che furono le ultime tendenze del secolo scorso. Segno di un farsi diverso nell'attuale società che trabocca di poesia, sempre più alla portata di tutti nello scardinamento di ogni vincolo, nell'apertura a qualsivoglia elemento, per cui ogni cosa si carica di impulsi propulsori per linee emozionali e significato simbolico, per quel transfert del punctum del cuore che vive l'istante anche come memoria e su di essa medita. Così in Marta Biuso l’abbandono del "mostro divino" e anche la perdita di dieci anni di vita, del tempo di una costruzione distrutta da chi non potrà più essere insieme a lei "sulla panchina... in silenzio al sole", le ingenera il problema della rimozione, su cui giocano immagini insolite che si caricano di significato nel dilemma sfaccettato d’ironia.

Va comunque quel tempo, in parte, salvato perché forse non tutto è stato rovina, qualche anno si potrà mettere da parte, almeno per il feticista "basta sia incellophanato incensurato / completo della parola purtroppo che tra dieci anni / varrà una fortuna", dove s'insinua il dubbio di un futuro che potrebbe essere anche rimpianto del passato. Non esiste infatti, quando saremo, il rimpianto per ciò che fummo e siamo, pur se, al momento, è sempre dietro chi dovrebbe stare accanto e fa venire pensieri di abbandono in primavera, proprio per "contrariare la natura"? Subentra la riflessione sulla bellezza che può, nella traboccante fioritura, annullare ogni meditazione sul danno (ghiacciai che si sciolgono, fine dell'uomo, dell'amore...), la difficile scelta, ma alla primavera/rinascita oppone l'abbandono chi ha nel corpo la trasparenza che porta – quasi pena da scontare – poi l'altro al rifiuto del proprio sé nella sua crudeltà e ottusità.

Resta comunque in Marta Busio il sogno di un maschile "stranamente bianco e adamantino", che sappia magari vedere "come sono messe le lampade", scoprire quel dettaglio che può dare anche tormento ma è "la direzione da guardare". Una meditazione che si fa sottile in "La copia", con quell'attimo "perfetto" ma di tutti, di cui non è concessa copia, con quell'amore sparso e fluente "per ogni cavità del cuore" che porta a volere per l'altro la libertà piena, la felicità.

La breve silloge appare tutta giocata su un lirismo particolare, non escludente l’ironia, dove amore e perdita ingenerano sentimenti opposti che qui si traducono in immagini agili, un correlativo quotidiano a rendere efficacemente stati psichici e mentali.

Recensione
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