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Dialogo infinito

Ricordiamo Giorgio Bárberi Squarotti poeta
rileggendo “Dalla terrazza”
     (1929-2017)

Sulla terrazza, davanti alla luce
del tramonto che lenta si ritira
dall’ormai tenue calore delle case,
c’è un lievissimo vento che sommuove
le foglie dell’acacia e le pagine del libro
dove più non leggerà avanti né stasera
né domani né ormai con altre, a questa età:
guarda il tempo, ora rapido ora quasi
inavvertibile, vede anche la Morte che si prende
la foglia quasi secca nella tenebra
ancora dolcemente mista del rimpianto
del sogno che fu il giorno e, forse, infine,
lo strazio della Storia, se proprio è un grido
strozzato d’animale quello che
trema al margine della vigna e anche
oltre.

È, la poesia, uno dei pochi modi per resistere
ai maligni tempi della politica, che pure è necessario
affrontare per il dovere morale che mi deriva dalle
esperienze della resistenza.

(Giorgio Bárberi Squarotti, dalla lettera del 21 marzo 2013 ad Antonietta Benagiano)

Talora – diciamo – quasi per caso ci troviamo tra le mani un libro, s’aprono pagine che sollecitano la rilettura, ed è questa proficua di scoperte e meditazione sempre, se il pensiero dell’autore non è banalità. Ci è capitato giorni addietro di rileggere “Dalla terrazza di Giorgio Bárberi Squarotti (Torino, 14 settembre 1929- ivi, 9 aprile 2017) che fu l’erede di Giovanni Getto all’Ateneo di Torino e presso la UTET, italianista e critico di lucida capacità ermeneutica nei numerosi Saggi da personalità accademiche posti all’attenzione nel Convegno di studi presso l’Università di Torino a due anni dalla scomparsa, ma anche poeta dalla forte tensione spirituale. E lascia un segno inconfondibile nella poesia del Novecento: distante da sperimentalismi e stranezze di avanguardie, rappresenta in un linguaggio moderno la continuità dello spirito che da Omero parte umanità di poiesis, nello scorrere dei secoli non si perde, nei poeti autentici si rinnova.

Dalla terrazza” (sedici versi di musicalità e lessico emotivamente coinvolgenti, diseguali, dal più lungo di sedici sillabe al bisillabo “oltre” con cui la poesia si chiude), che pensiamo composta nella dimora estiva dell’amata Monforte d’Alba dove, come ci scriveva, più agilmente lo visitava l’ispirazione, è inserita nel libro “In un altro regno”, edito il 1990 da Genesis Editrice che ha curato anche “Dialogo infinito”, opera omnia di Giorgio Bárberi Squarotti poeta, presentata il 2017 al Salone del Libro di Torino, dove non poté essere fisica presenza.

Poeta, lo Squarotti, che esseri ed esistenze e la natura osserva in una trasfigurazione mitica, surreale, e altro ancora sente con meditazione profonda. Trasuda “Dalla terrazza” malinconia nell’incipit: Sulla terrazza, davanti alla luce / del tramonto che lenta si ritira / dall’ormai tenue calore delle case,… e oltre: c’è un lievissimo vento che sommuove / le foglie dell’acacia e le pagine del libro /… È la malinconia quello stato d’animo particolare, per Aristotele della creatività, che nulla ha da vedere con la tristezza, dolore altro, lontano dal pensiero, mentre proprio di pensiero si nutre la malinconia. Un pensiero che qui scava quel sommuove, sconvolgimento generato dal vento, sia pur lievissimo, nella natura e nell’essere che nelle pagine del libro è esistenza. E si fa quel sommovimento riflessione: dove più non leggerà avanti né stasera / né domani né ormai con altre, a questa età:…È il tempo, il suo ineluttabile scorrere, pur quando si coglie appena, condanna per i viventi il mondo del disfacimento, soggetti tutti al trascolorare di luce e calore, al divenire che inesorabile va: guarda il tempo, ora rapido ora quasi/ inavvertibile,… E dell’ultima luce si vorrebbe continuare a vivere in smisurata lentezza la malinconica dolcezza, quel tenue calore prima dello spegnersi. Esseri e cose nel tempo, e il sentimento della distanza incolmabile dall’Essere senza tempo che sempre è, e non poter nemmeno cogliere nella totalità il divenire, enigma anch’esso, pur se s‘appalesa la Morte che si prende / la foglia quasi secca nella tenebra / ancora dolcemente mista del rimpianto / del sogno che fu il giorno… La foglia, nel suo trasformarsi volto al finire, è poetico emblema della condizione che tutti i viventi accomuna; e la malinconia si veste di rimpianto per quel che fu e più non potrà essere nella impossibilità di chi è essere nel tempo di arrestare il divenire.

Nell’epilogo il Poeta va oltre la microstoria annunciando lo strazio della Storia, quel male presente in tanti suoi versi, ed è orrore per la grandezza della malvagità di cui, come ci diceva, fu impotente spettatore da ragazzo; e la dolce malinconia dell’ineluttabile fine cede dinanzi al grido strozzato d’animale, correlativo dello strazio della Storia su ogni essere animale a qualsiasi ordine e specie appartenga, della crudeltà che da sempre ha accompagnato il cammino dell’uomo, insipiens non sapiens.

Recensione
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