Servizi
Contatti

Eventi


Disabbellimento

– Domani è domenica, ma ho varie incombenze, dovrò andare di qua e di là. Pioverà? Così altalenante questa primavera!

– No, domani non pioverà, avremo bel tempo: ho consultato le previsioni, è diventata mia abitudine, come per tanti. Tu invece…

– No, io no, anzi spero quasi che non siano affidabili, che resti l’interrogativo, almeno l’emozione di qualche sorpresa non stressante, normale come può essere il sole al posto della pioggia. Penso che abbiamo bisogno anche di questo. Certo, sapendo prima che tempo ci toccherà, possiamo organizzare meglio tutto, impegni e viaggi, persino cose che vengono considerate di poco conto, a esempio il bucato, se preferiamo asciugarlo all’aria, non nell’asciugatrice.

– Solitamente le previsioni non errano, così già sai (piacere anticipato) che domani godremo del sole, almeno noi del Tacco dello Stivale, e tu, se vorrai, potrai stendere all’aria il bucato.

E Giorgio lancia a Flavia un sorriso faceto.

– Addio, miti, fantasie fascinose! (esclama Flavia) Prevale il logos, ci invade in una molteplicità di forme e modi anche insospettati. Il logos sì, se è pensiero/ricerca che può produrre benefici, pure l’eureka che ogni scienziato attende. Noi due l’attendiamo ancora o abbiamo pian piano, quasi senza accorgercene, smesso di attenderlo? Ma io, studiosa di fisica, da sempre ho amato anche il poiein, si sta perdendo oppure trasformando, non so, discorso complesso. Certo è che ora non ci tocca più scrutare il cielo, attendere da Zeus pioggia lampi e tuoni o che Helios dal suo cocchio spanda luminosa luce. La scienza meteorologica assurge all’Olimpo, scalza l’attesa. L’attesa! L’abbiamo persa insieme a tanto altro nella nostra società che tutto brucia, abbiamo perso la spiritualità, religiosa e non solo, ora procediamo sguarniti, indifesi, e vivere trafigge l’anima. Insoddisfazione tanta e quel che ne consegue, tetraggine affliggente. E siamo investiti dal ‘tutto prima’. Sì, bene la scienza meteorologica, ma sottrae gratificazione, per questa è necessaria l’attesa, e a me sottrae anche quella dose di umorismo che ho in dono e mi fa intravvedere il sole nel cielo cupo: Vuoi celarti? Sì, gioca pure, celati, io ti scorgo ugualmente, prima o poi sarai costretto a svelarti, o mio splendido, sì, ti svelerai…

E’ sera. Flavia e Giorgio camminano l’una accanto all’altro sul marciapiede stranamente meno affollato del solito o sono loro a non accorgersi dei tanti che per un attimo li affiancano, incuranti procedono nella loro stessa direzione o in quella opposta, e il cielo intanto promette pioggia. Si conoscono da decenni, sin da quando frequentavano la Facoltà di Fisica. Dopo la laurea e gli anni trascorsi come ricercatori in Università estere, l’uno in Europa, l’altra negli Usa, si sono poi ritrovati per caso insieme, occhio allo spettroscopio nel Dipartimento di Fisica molecolare presso l’Ateneo barese, quotidiano impegno nella ricerca delle proprietà di molecole e atomi, di vibrazioni e rotazioni, di tutto quel che ne deriva. Ricerca affascinante, per essi era stata così, a Ginevra e al Massachusetts, infine all’Ateneo “A. Moro” dov’erano, prima l’uno poi a distanza di anni l’altra, approdati. Affascinante sì, finché persisteva la speranza…Eureka!, avrebbero voluto a un tratto gridare, invece, anno dopo anno, nihil novi per essi. Abitano a breve distanza l’uno dall’altra, nello stesso quartiere dell’Ateneo che, se il maltempo non imperversa, preferiscono raggiungere a piedi. Al rientro in famiglia solitamente percorrono insieme un tratto di strada, e intanto chiacchierano o riflettono su particelle, su situazioni ed eventi, i più disparati.

– Come procede la gravidanza di tua figlia Francesca? (chiede a un tratto Flavia) Mi dicevi che…

– Bene, tutto bene, amica cara, madre e figlia stanno bene. Sappiamo che nascerà una bimba, stanno già pensando al nome, e discutono discutono, sapessi quanto discutono, sembra che il nome sia tutto.

E intanto Flavia lo guarda mostrando a fior di labbra un pizzico d’ironia:

– Un altro interrogativo se n’è andato, s’è persa anche qui l’attesa insieme alle tante emozioni ad essa connesse. Ho sentito questa perdita lo scorso anno con l’arrivo di Mike, il mio nipotino. Oggi si precorrono gli eventi, si sa tutto in anticipo, si vuole sperimentare ogni cosa prima, ed è come bruciare emozioni. Nulla resta, soprattutto in adolescenti e giovani, bombardati anche da immagini che non generano idee costruttive, solo una prematura tristezza, quella che un tempo prendeva le generazioni dopo che il tempo aveva per loro battuto la sesta decina. Ma poi, procedendo, taluni potevano scoprire quanto fino ad allora avevano trascurato, vale a dire l’esistenza del prossimo come attenzione ad esso (scoperta quanto mai rara!), oppure l’utilità dell’inutile, nella nostra esistenza narcisista e problematicamente volta all’economico, più utile di qualsiasi altra risorsa. Forse anche noi, avendo varcato l’ultima parte degli anni dai romani considerata ancora juventus, cominciamo a vivere lo spleen, l’umore nero che già Ippocrate sentì di dover analizzare. Come difenderci? Talora, mio caro Giorgio, ti ho percepito in un certo modo, forse anche tu vedi me…

– Entrambi, amica mia, mandiamo lo stesso riflesso, ti vedo come tu vedi me. Ci ritroviamo ad aver compiuto gran parte del percorso, tutto ci appare ora senza senso, distante, inutile. Tempo sprecato. E’ un disabbellirsi della vita, di giorno in giorno più forte, neppure la ricerca molecolare, cui tenevamo tanto, riesce a ridimensionare questa condizione che è sofferenza strana perché va man mano divenendo apatia verso tutto ciò che prima è stato passione, amore. Una condizione che tentiamo di celare agli altri, può comprenderla solo chi la vive, io posso e anche tu puoi.

– Vero, posso comprendere, sono nel tuo stesso malessere, temo l’accentuarsi di questo disabbellirsi di ogni cosa, non so come fermarlo. Svanisce quel che è stato e ciò che non è stato non può più essere, non possono confondersi i tempi.

– Tanti anni fa, Flavia cara, abbiamo vissuto la bellezza dell’incantamento, deciso poi di non portare avanti la nostra storia, di non vivere insieme. Sarebbe oggi per noi diverso se…? Da quando il caso ci ha posto a lavorare insieme al Dipartimento dopo il tuo rientro dagli Stati Uniti, mi torna quel tempo, rifletto sulla decisione di…

E Flavia interrompendolo:

– Amico mio, ti eri infatuato, forse più giusto dire innamorato di Laura (ricordi?), e ugualmente io di John, ma pian piano –si sa– tutto svanisce nel vivere quotidiano, è così, non solo per noi. Nel lungo tempo Laura e John sono diventate ora persone l’una a te cara, l’altro caro a me, non sappiamo se siamo anche noi cari a loro, tutto è nascosto nell’enigma di ogni essere, nella infinita rete di cunicoli bui. Comunque la situazione non sarebbe per entrambi diversa se avessimo deciso di portare avanti la nostra storia, saremmo ugualmente tu col tuo spleen, io col mio (ci proviene dal disabbellirsi dell’esistenza su vari fronti ed è così profondo che la storia insieme non li avrebbe annullati), saremmo stati entrambi l’un l’altro cari, ma niente di più, solo cari l’un l’altro, come anche nella mancata storia sei tu per me e io per te. Sono le fasi della vita, ogni passaggio scalza il precedente, viene, a sua volta, scalzato. Così sino alla fine. Ma c’è anche la natura di ciascuno di noi, com’è permeata la nostra materia, quel che l’animus aggiunge. Giorgio caro, noi siamo fatti della stessa pasta, viviamo ora lo stesso spleen, è quel senso di insoddisfazione profonda che il tanto disabbellirsi ci ha prodotto, anche quell’ eureka tanto atteso e non venuto. Dovremmo spostare l’asse, avere qualcosa dove aggrapparci, agganciare l’immaginario non vissuto, proprio per essere tale può configurarsi forza maggiore, realtà che noi vogliamo, da cui possiamo sentirci gratificati.

– Cara, da alcuni giorni tento di uscire dall’ego spleen. Vado con maggiore frequenza da mia madre (per fortuna vive ancora), mi trattengo un po’ e scopro di avere più bisogno io di lei di quanto non ne abbia lei di me. E nella mia stanza da ragazzo ho ritrovato la (un tempo da me tanto amata) chitarra. Molti anni fa –ricordi?– suonavamo insieme (sì, pure tu suonavi!), suonavamo motivi allora in voga e anche brani classici. Sto –diciamo– riesercitandomi nel tempo libero, scopro il potere remoto e sempre valido della musica in ogni fase della vita, nella mia che necessita di ripetere e poi ripetere, di battere le stesse note rinnovandole. Per me il gancio. Alla spiaggia di…c’è quella Torretta solitaria (ricordi?), in passato eravamo soliti andare a guardare la luna sul mare, è lì che vado se ho qualche ora tutta per me, ci vado pure se c’è nuvolo, seggo sullo scoglio, suono insieme al mare (sa entrare nell’anima senza strumento), e mi tornano i sogni che più non possono essere e lì sono. E non si fermano, proseguono, lievitano, film intrecciano, e quel che non è stato scorre realtà più vera. Talora qualcuno, percorrendo il lungomare, ferma l’auto (percepisco la frenata, m’è disturbo), forse guarda, ascolta per un po’ le note come gli possono giungere a distanza (ma non so, non mi volto), di sicuro, però, mi pensa folle. Bene così, ben presto sento che ingrana la marcia, va via lasciandomi in compagnia di quel che lì è.

– La Torretta! Oh, sì, la Torretta! (esclama Flavia guardandolo) Era lì che sognavamo la nostra vita traboccante di doni lucenti… uscire dal guscio e sperimentare il mondo e amarci sempre e l’eureka e... Sì, suonavamo insieme, suonavo con te, ricordo. Dov’è ora la mia chitarra? Mio padre! E’ lì, solo nella casa solitaria, attende il sorriso… Ricercherò, forse troverò, ripeteranno le corde quel che c’è stato e non c’è stato, tenterò anch’io… Due i folli, due, e poi tre e quattro e cinque, un numero crescente di folli, tanti, come noi tanti alla ricerca di quel che più non è, ancora è...

Materiale
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza