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L'Italia celebrata attraverso la sua parola insigne

una d’arme, di lingua, d’altare,
di memorie, di sangue, di cor

(A.Manzoni, Marzo 1821, vv. 31-32)

A chi considera l’Italia la propria terra da amare possono ancora dare palpito patriottico le Frecce tricolori dell'Aeronautica Militare Italiana poste sulla copertina de Gli scrittori che hanno unito l'Italia di Carmelo Ciccia, docente e scrittore con un variegato curriculum.

La significativa veste editoriale scelta da Libraria Padovana Editrice/Literary.it pone già in evidenza la motivazione del libro, viene inoltre specificata nel sottotitolo ed anche in apertura attraverso le note dello stesso Ciccia e dell'Editore Giampietro Tonon: l’uno si sofferma sulla funzione della scuola unitaria, positiva al pari di quella di ogni scrittore al di là dell' "aver caldeggiato e materialmente procurato l'unità politica dell'Italia o che ad ogni modo hanno contribuito a saldare il sentimento nazionale, anche attraverso la ricerca e l'uso d'un'unica lingua"; l’altro ribadisce la necessità di ricordare "personaggi che tanto, alcuni con la vita, hanno dato pur in modi diversi all'idea di Italia e dell'unificazione dell'Italia sia sul versante linguistico-letterario che sul versante politico".

La Libraria Padovana Editrice, che attraverso il portale Literary.it mostra grande attenzione e incisivo impegno verso i letterati, non ha voluto "passare nel silenzio il 150° anniversario dell'Unità d'Italia", ha pertanto affidato a Carmelo Ciccia, che proviene "dal mondo della scuola", la "sintetica rivisitazione della letteratura italiana". E' infatti la lingua, quindi la scrittura, maggiormente quella di coloro che hanno lasciato il segno, dall’eccelso al minore, a instillare quel sentimento di appartenenza auspicato da Giampietro Tonon e da Carmelo Ciccia, entrambi consapevoli ch’esso, nel presente tempo di nullificazione e di relativismo tentacolare, è andato spegnendosi.

Alessandro Manzoni dava, con lapidaria efficacia, le ragioni naturali e storiche dell'idea unitaria nell'ode Marzo 1821 dedicata a Teodoro Körner, caduto ventiduenne nel 1813 nella guerra di liberazione contro Napoleone. Per il maggiore romanziere del nostro Ottocento l'Italia non doveva rinunciare ad essere una d'arme, di lingua, d'altare, / di memorie, di sangue, di cor ; si poteva dunque essere uni solo nella comunanza delle tradizioni militari, della lingua in cui si rispecchia la civiltà di un popolo, della religione, del pensiero che ha una continuità, della uguaglianza di origine, della unità di sentimento.

Riteniamo che sarebbe auspicabile non pensare oggi all'arme, forse neppure al sangue, basterebbe sentirci popolo e nazione nella continuità di lingua e pensiero, anche di quello religioso, nella persistenza del sentimento unitario. E' già tanto se in questo tempo, sotto ogni aspetto di crisi, di ristrettezze mentali e accattonaggi culturali, di mediocrità e insignificanze imposte come eccellenze, ridimensionando esterofilie anche linguistiche, onoriamo la nostra lingua, i nostri scrittori, se dal nord al sud sentiamo, attraverso essi, di appartenere ad un’unica terra, a quell’umilem Italiam il cui nome comincia a risuonare nel poema virgiliano.

Sulla necessità della difesa della lingua italiana, sconsideratamente degradata dagli stessi parlanti nel disuso del suo lessico per varietà eccelso, nell’abbandono di strutture sintattiche atte a pregnanza di pensiero oltre che eleganti, abbiamo scritto nelle liste telematiche di discussione dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli, ponendo in rilievo sia la necessità di un neopurismo sulla linea dell’italianista ed esperantista Bruno Migliorini, sia il danno derivato all’Italia dalla esclusione dell’italiano dal novero delle lingue della Comunità Europea.

Nella Conclusione del libro il Nostro scrive: “Ora la difesa dell’identità nazionale impone soprattutto la difesa della lingua italiana, perché è proprio la lingua la prima espressione dell’identità nazionale. La massiccia e indiscriminata assunzione di termini anglo-americani, spesso non necessari, lentamente ma inesorabilmente sta alterando il nostro idioma”.

L’Autore rileva poi che il problema non è tanto nella “introduzione di vocaboli stranieri”, verificatasi anche in passato, ma nella introduzione degli stessi “con morfologia e fonologia della lingua di provenienza anziché di quella italiana”, senza che nella scrittura in italiano ne venga posta in rilievo la estraneità attraverso il corsivo o con il virgolettato.

Carmelo Ciccia ha, sin da giovane, sentito di dover celebrare nel mondo della scuola l'unità della patria, come dimostra l'orazione ufficiale commemorativa del primo centenario dell'Unità d'Italia, tenuta ad Auronzo di Cadore il 27 marzo del 1961 e riportata in Appendice.

La celebrazione avvenne allora in un’Italia del tutto diversa dall’attuale: si erano da tempo breve conclusi guerra mondiale, fascismo e monarchia, era nata la Repubblica che aveva avuto la forza di ricostruire la nazione portandola a quel “miracolo economico” che avrebbe modificato il volto del Paese e cambiato le strutture sociali. Nel 150° anniversario pesano, invece, i nostri decenni negativi, cui va aggiunta una crisi a livello globale senza precedenti.

Nel lontano 1961 il Nostro ripercorreva le tappe che avevano portato all'unità, menzionava, oltre agl'insigni in ogni campo, dal pensiero all'arte, non esclusa quella politico-diplomatica e militare, i tanti generosi che avevano immolato la vita perché il sogno dell’unità divenisse realtà. Un sogno, sottolineava il Nostro, di migliaia di giovani, non solo di quelli passati alla storia, ai quali si poteva rendere omaggio.

I toni del giovane Ciccia divenivano, nella conclusione del suo discorso, prevalentemente didascalici: "Amare la Patria significa custodirne i sacri valori, specialmente l'unità e la libertà. Servire la Patria non significa esclusivamente indossare il grigioverde e portare lo schioppo sulle spalle: significa soprattutto compiere il proprio dovere, sempre e dovunque, da figli e da genitori, da alunni e da insegnanti, da lavoratori e da datori di lavoro, da amministrati e da amministratori". Nella suddetta orazione rifluiva inoltre anche la necessità di una maggiore cooperazione europea: "Di fronte a due blocchi politici che si temono a vicenda, ma si minacciano, è necessario che si formi una terza forza: e questa si chiamerà Europa”.

Noi sentiamo di dover ricordare il padre fondatore della nuova Europa, quell’Altiero Spinelli che, mentre infuriava ancora una guerra mondiale più terribile della precedente, stando a soggiorno forzato sull’isola di Ventotene, redasse, con l’aiuto degli amici Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann, quel Manifesto di Ventotene in cui definiva in chiave moderna il concetto di Europa.

Nella rivisitazione sinottica della letteratura italiana l’Autore segue una linea cronologica non rigida, dà quindi spazio a discorsi volti ad illustrare la temperie culturale, lo snodarsi del pensiero, il suo mutare nei secoli che segnano svolte rilevanti nella letteratura e nell’arte. In tal modo possono avere maggiore luce interpretativa le singole personalità prese di volta in volta in esame, non essere sottaciuti filosofi e storiografi, eruditi e filologi, questioni di rilievo come quella attorno alla lingua.

A proposito di quest’ultima Carmelo Ciccia rivendica il sicilianismo di forme poetiche e di certi lessemi portando a dimostrazione la sua traduzione di un passo dal De vulgari eloquentia di Dante: “Tutta la produzione che i nostri predecessori hanno lasciato in volgare può essere definita siciliana: cosa che francamente anche noi [io e gli altri toscani] abbiamo acquisito e che i nostri posteri non riusciranno a modificare”.

Vexata quaestio quella della lingua, ritorna nei secoli successivi e il Nostro ne ripercorre le tappe sino al Risorgimento e all’Italia post-unitaria, accennando alle varie riforme della Scuola le quali, dando “unicità di programmi, esami e valutazioni, dalle Alpi alla Sicilia” hanno contribuito all’unità nazionale. Egli riflette inoltre sul fatto “che tutti i tentativi di dare un assetto alla lingua erano finalizzati non soltanto a fare dibattiti accademici, ma anche a favorire l’omogeneità e la stabilità della nazione italiana, dato che lingua e nazione coincidono o almeno la lingua è il principale fattore della nazione”.

Si evince il timore che, rinunciando sconsideratamente al “principale fattore della nazione”, si segua l’esempio della balcanizzazione e si rinunci pertanto all’Italia unita, a quel tricolore che ne è emblema.

Nel quadro sinottico trovano anche spazio, oltre alle poetesse del Rinascimento, alcune delle quali talora non rintracciabili nei testi in uso nelle scuole, pur avendo avuto l’attenzione della critica maggiore – è il caso, per esempio, di Isabella Morra, la poetessa di Valsinni, cui il Croce ha dedicato alcune pagine, come da noi scritto nel breve Saggio presente in Literaryanche autori poco noti, sia del passato sia del nostro tempo, come il palermitano Gabriele Lancillotto Castello/Castelli di Torremuzza vissuto nel Settecento, che il Nostro definisce “eruditissimo principe … alle cui opere hanno attinto nei secoli moltissimi studiosi per conoscere meglio la storia della Sicilia attraverso le monete fedelmente ritratte e descritte”, o come Giuseppe Bianchi, nato nel 1918 a Candia e morto a Conegliano nel 1977, il quale, fruendo delle ricerche di Maria Vittoria Vendrame sul Risorgimento, parlò nel libro Maddalena di Montalban e i suoi tempi “della diffusa attività di cospirazione antiaustriaca nel Veneto”.

Ma evitiamo di dilungarci sulla sinossi, aggiungiamo soltanto che nel libro sono presenti, oltre alle note esplicative a piè di pagina, anche l’indice dei nomi per un’agile ricerca e una bibliografia con l’elenco delle pubblicazioni dell’Autore, infine informazioni dei siti telematici dove si possono leggere le sue pagine.

Gli scrittori che hanno unito l’Italia nasce dalla tensione di Giampietro Tonon a lasciare il segno che onori l’Italia nel 150° anniversario dell’Unità e dall’impegno di un uomo proveniente “dal mondo della scuola”, qual è Carmelo Ciccia.

Basterebbero già queste motivazioni a richiamare l’attenzione per proporre l’opera sia alle nuove generazioni perché fruiscano delle informazioni letterarie raccolte nel libro, sia a lettori adulti che potranno riportare alla memoria autori caduti in oblio e insieme rintracciare e confermare i pregi che siamo andati enucleando, cui aggiungiamo quello della chiarezza espositiva, quindi di una comprensione per tutti agile.
Recensione
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