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Disagio esistenziale nella poesia di Fulvio Castellani

Ecco l’uomo
che corre al palio
non sapendo che la sua contrada
ha perso il cavallo sotto il pianto
dei salici.

Fulvio Castellani, "Ecco l’uomo", da I sentieri e le strade.

Orme e penombre, florilegio della quarantennale produzione lirica del giornalista Fulvio Castellani, sembra, nella morte di idee e ideali, nel ridursi della qualità affettiva, confermare la poesia quale unica possibilità di salvezza dalla nevrosi post-moderna, come annunciato in anni ormai lontani dallo stesso pensiero filosofico del Circolo di Vienna, sebbene propugnatore dello spirito illuminista.

Già il titolo dell’antologia può farsi incipit di lectura, quelle particolari orme, patrimonio di ciascun individuo, lasciate da emozioni e sentimenti nel corso dell’esistenza umana che ama serbare impronte soprattutto del cuore; e le penombre, quasi liberazione dalla “luce cruda”, per dirla con Junger, pensiero e vita, sogno tinto di velato esistenzialismo con angoscianti interrogative, compagno da sempre dell’ essere che è sintesi d’istintività e spiritualità.

L’iter lirico di Fulvio Castellani parte dal 1970 con la prima raccolta Ho ballato nell’ombra, già tutta intrisa -rileviamo Ungaretti- del “sentimento del tempo”, si snoda poi nei decenni successivi attraverso sillogi sempre più distanziate –alle sei del primo decennio, ne seguono quattro nel secondo, poi due per gli Anni Novanta e altre due nel nuovo secolo-, quasi a significare una tensione a lasciare memoria solo di quei baluginii ritenuti di poiesis alta.

Il tempo, hora che ruit, “più leggero di una busca o di una foglia che il vento in aere mena” (Merlin Cocai, Il Baldo), edax cormorano, il ‘perduto’ che più non si riacquista pur se forte talora appare nel poeta il desiderio di camminare “come un gambero”(p.137), compare sin dalla prima raccolta come problematica esistenziale.

Gli anni erano allora giovani, eppure, più che un godimento pieno dell’età ‘spavalda’, avvertiamo nelle liriche un sentimento di angoscia per la coscienza della celerità dello scorrere di un tempo che tutto divora, quasi una impossibilità di dare spazio ai sogni nel tormento del domani che si fa consapevolezza di un passato “deserto di follia” (p.9). Da esso riemergono a consolazione immagini care, rappacificate nella serenità dell’ ‘oltre’, e attendono “in un’ansia di ricordi (p.10) o chiamano pur esse “nel sonno d’angoscia” (p.13). In quell’assenza che non ammette ritorno le figure amate riemergono avvolte da lontananza/presenza, si fanno legami ancor più sentiti, e sono lenimenti al cuore nella meravigliosa facoltà umana della memoria che può rivivere il passato, riassaporare momenti di un vissuto rimasto a conforto nello scorrere dei decenni.

Torna con la stessa intensità in una lirica inserita nella silloge I graffiti del cuore (2006), posta a chiusura di questa antologia: “All’improvviso/ scopro il giorno/ nella notte/ e mi sveglio/ al tramonto/ per ricordare/ il volo di un pensiero/ oltre la collina/ con te a cullarmi/ come tanti anni fa, mamma” (p.190).

Ciò che al poeta sembra di non poter vivere nella pienezza è proprio il presente, diviene “sapore dell’attesa” (p.22) o pianto che tenta di vestirsi di una speranza futura: “ Domani, forse, riderò/ con le mani strette/ sulla sabbia di conchiglie/ per fermare l’eco della speranza/ contro l’orecchio sordo/ e brinderò all’ombra/ con il calice aperto/ sul tramonto di idoli falsi” (p.25), anche se si lascia talora prendere da aneliti d’avventure dell’anima: “Io/ non ho paura dell’autunno/ perché le mie mani cercano / mondi nuovi/ e nuove primavere/ dove l’ombra non esiste/ e violini cullano i miei sogni/ liberi” (p.34).

Non è più così nell’età pienamente matura, pur se prova a “scalfire rughe”, a correre come in altre primavere, ma la corsa finisce “contro un muro,/ il tuo di donna/ dal cuore rovesciato” (p. 189) e nella sua terra “ la vigna è addormentata/ come le foglie del castagno”, ed il nido da secoli esistente lì non è il suo nido (p.187). Le speranze sono ora “scomposte”, resta solo lo sguardo a quel passato, a quei significati lontani, al sapore di un’amicizia vera, vissuta a tre anni quando correva con la mamma a nascondersi “in tempo di guerra” (p. 175).

L’attesa di una felicità imprendibile nel castello, quasi memoria di Buzzati, può donargli solo “fantasie”, e sono verità di una creazione, unica felicità da assaporare nella ricerca dei passi del passato (p.156). Non sempre, però, la natura si fa correlativo oggettivo di stati d’animo tesi alla ripresa di momenti felici, talora si spoglia di positività, sembra voler dare rilievo alla condizione dell’uomo di sempre, ad una solitudine esistenziale, e gli stessi elementi naturali l’accentuano nella incomunicabilità: ”Urlando/ il vento cammina dentro/ la montagna: e non mi parla,/ disegna ombre e non mi ascolta” (p.159).

Nell’osanna della comunicazione artificiosa la incomunicabilità diviene macigno che opprime, e il Poeta la rileva anche nel caotico mondo attorno, in quanti, per esempio, vivono oscene allegrie mentre la città dorme disgregata (p.36), o sono parte del delirio dell’era tecnologica (p.168).

Tante liriche aprono poi finestre su una umanità che sconcerta per aver abbracciato l’odio mentre è stata fatta per amare.

Significativi i versi de L’illusione, facente parte della raccolta I rifugi dell’Io del ’93, dove il soggetto Castellani appare riflettere in sé il percorso colpevole dell’umanità nei secoli. E’ così anche ne Il dubbio, in altre poesie dove l’anelito al Bene, all’infinito, si scontra con la limitatezza della condizione umana, di cui stenta a prendere coscienza. E’ in questo senso che interpretiamo Ecco l’uomo, tratto da I sentieri e le strade del 1977.

Il sentimento che in ampio giro abbraccia il mondo degli umani affetti fa sgorgare al Nostro bei versi d’amore filiale e paterno, e inoltre liriche molto sentite dove chiaramente manifesta quell’amore che è croce e delizia di ogni essere umano per quegli attimi sospesi tra gioie vibranti cui seguono dubbi e abbandoni, poiché “Amore/ è uno specchio/ dove tutti si guardano/ con l’anima pulita./ Ma troppo spesso/ un sasso scivola di mano/ e frantuma questo sogno/di felicità…” (p.35), sì da farlo divenire “amplesso di deserti/ e di mani in croce”.

Orme e penombre, florilegio del diario dell’anima di Fulvio Castellani, si volge ad abbracciare anche la generale condizione di solitudine, coniuga realtà e sogno scheggiandosi di quel pessimismo inevitabile in chi medita sull’andare dell’essere nel tempo, sul cammino altrui che nell’incontro/scontro con l’altro mostra spesso la sua faccia doppia, impediente ogni possibilità di lettura aperta.

La parola più vera, quella lontana da ipocrisie e artifici imperanti, da banalità, il Nostro lascia che sgorghi libera da standardizzazione. I versi, non stravaganti, né prodotti da paranoiche schizofrenie inconsumabili nella ambiguità babelica, hanno impatto comunicativo, mostrano conoscenza degli strumenti linguistici, si caricano dell’humus vitale, meditazione di sé e del mondo oggettivo da cui soltanto possono sorgere fruttuosi germogli.

Ritmi essenziali, rapidi, annuncianti stati sospesi tra aneliti smarriti, rimpianti, accorate nostalgie, ed il fil rouge è la precarietà dell’essere, dell’esistenza, muro di incomunicabilità, solitudine che si dispiega signum nell’arco delle età susseguentisi, un vivere orante invano aperture comunicative. E’ la retta che Fulvio Castellani continua a percorrere, punti da lontani decenni annunciati, una dolorosa presa di coscienza cui partecipano la natura, le cose attorno, correlativi oggettivi di status dove anche le emozioni gioiose si vestono del transeunte.
Recensione
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