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Per geometrie d’angoli e di rette,
di filo in filo, Aracne, ondeggi…
sul vuoto…
Anche al poeta fu data la tua sorte:
escluso dal canto universale
fu condannato a raccoglierne i frammenti
sempre oscillando tra la luce e l’ombra…

G. Chiellino, Tela di parole

La poesia di Giovanni Chiellino nostos di memorie e spiragli metafisici

Prende il titolo dall’ultima raccolta, Tela di parole, l’ “Opera omnia” di Giovanni Chiellino, dieci sillogi, compresa la suddetta pubblicata nel presente volume e includente una serie di haiku dove rifluisce in bella sintesi ancora quel vibrare del poeta all’unisono con la natura.

Il libro si presenta nella elegante e sobria veste della Collana Autori Moderni di Genesi Editrice, cui l’Autore rivolge, in apertura, una lettera delucidatrice, tra l’altro, di radici tronco e rami del suo esistere poetico, delle costanti unificanti un discorso lirico snodatosi nell’arco di quasi un ventennio (1988 – 2007).

Segue la dotta Prefazione/Saggio di Sandro Gros-Pietro, analisi puntuale della poetica chielliniana, ed a chiusura il suo rilievo letterario attraverso una rassegna critica e la nota biobibliografica.

Non ci sorprendiamo della Musa tardiva di Giovanni Chiellino, dedito per tanti anni ad Asklepios che qualcuno potrebbe forse non armonizzare con Euterpe o anche con Calliope se consideriamo talune raccolte: arte e letteratura offrono esempi, fra i tanti ricordiamo il magistrato Giovanni Camerana (in literary un nostro breve saggio) e il diplomatico Fedor Ivanovic Tjutcev (in Le Muse e nel suddetto sito altro nostro breve saggio).

C’è mai stato essere umano completamente appagato di sé nelle realizzazioni della praxis, pur avendo questa –seguiamo Aristotele- senso di sé in se stessa? L’esistenza non vuole cardini, ogni progettualità s’annulla nel divenire, dà spazio a interrogativi che non possono avere risposte, avvia progettualità nuove che, rientrando tutte nella finitezza dell’umano limite, subiranno, nel procedere, ugualmente la medesima sorte. L’arte viene, in un certo senso, incontro all’inestinguibile bisogno di arrestare il proprio sé, di fermarlo in modo che possa tornare a vivere poiché al richiamo ridiventa vita. Appagamento di spiritualità terrena, oltre solo la santità: … vengono dalle buie lontananze | le schiere dei poeti | e portano stendardi | dove rovente la parola incendia | le mute brughiere del silenzio… (p. 248). Il poeta rompe il silenzio ma è ormai lontano dall’essere vate se oscilla tra la luce e l’ombra, se gettato nella esistenza può solo comprenderne il dramma.

E la poesia è memoria, non quella che una determinata proteina permette di registrare sic et simpliciter, ma un particolare potenziamento dell’esperienza nella capacità di divenire visione al di là e oltre ogni fatto psicologico, per quanto complesso esso possa essere. L’aver trattenuto col cuore rende altro da sé la realtà liberata da se stessa, resta nelle fibre.

E ci chiediamo: potrà mai l’IA (Intelligenza Artificiale) soppiantare l’uomo nella creatività, pervenire al navigare della memoria in dolci acque, a parole che inseguono la visione?

Tale è la memoria di Omero e Virgilio, di Saffo, di Catullo e Properzio, della Vita nova e della Commedia di Dante, del Canzoniere di Petrarca, della sensibilità romantica perdurante nel Novecento, di Foscolo e Leopardi per il quale la rimembranza dona quel che la realtà non ha donato, di Carducci Pascoli e D’Annunzio, di Gozzano e Campana, di Ungaretti Quasimodo e Montale, di Saba e Moretti, delle tante preziose voci poetiche che in ogni parte della terra sono sorte ed hanno lasciato il segno di una memoria non semplice archivio. Non è tale neppure quando si fa evocatrice di grandezze passate, e Foscolo dona esempio immortale.

Anche nella poesia di Giovanni Chiellino radice è siffatta memoria, il ricordo del tempo passato; va inoltre considerato che la sua vita è andata innanzi, ha assommato decenni su decenni, oltrepassato la linea della giovinezza, il tempo flessibile di energie splendenti che ora guarda da lunga distanza. E c’è in lui la nostalgia dell’esule, di chi in giovane età ha abbandonato la natia terra ridente per una progettualità di vita aperta a grandi realizzazioni; si fa ora quasi desiderio di ritorno, fascinoso nostos, dolce talora e malinconico nel pensiero che raccoglie passato e presente. Il Nostro comincia a guardare all’esistenza, al tempo che veloce scorre e sempre più sottrae creando pensose assenze: Visi sbiaditi sui muri della notte | alzano i freddi fuochi del ricordo, | sono piegati al suono del vento | lungo i vaghi margini del tempo | dove solo la memoria non si perde (p. 54).

Così, nelle raccolte che precedono Il giardiniere impazzito (Galateo per enigmi, Daedalus, Nello spazio della mente, Nel cerchio delle cose, Il volto della memoria), torna la memoria di luoghi e situazioni, dell’età irrimediabilmente perduta, di persone care che hanno varcato l’oscura soglia, ed essa genera malinconiche visioni care al cuore: Frantumate essenze | bruciati tronchi | e cenere che ondeggia | sulle morte acque del tempo | per vento di memoria. I fiumi della mia infanzia | Alli e Corace | e tra questi una fuga | di colli verso il mare | con larghe vallate | e piccole fiumare | - la mia Mesopotamia - | ritornano nei luoghi della mente (p.119).

Il verso naviga in atmosfere mitiche, s’adorna talora di paganità sottile dove il peso della materialità si perde nella essenza della donna, senza cui la vita è vertigine di pena (p.110).

La donna per Giovanni Chiellino non è solo emblema della sacralità domestica, mater amorosa che perdona e guida, la cui perdita si fa struggente rimpianto -Sarai per sempre madre | entrata nella sfera che non gira | sul quadrante del tempo-; e anche qui, come in altre liriche, risalta la meditazione sull’enigma irrisolvibile del mondo fermo e di quello che gira, sull’unica possibilità rientrante nell’essere tutti soggetti all’heideggeriano Sein Zun Tode (un essere-per-la-morte), ma che si fa speranza di vicinanza: Vano è cercare un Er che ci racconti | dell’oltre mondo, a noi | che camminiamo sopra trampoli | l’incompreso viaggio dell’incerto | ci resta il punto fermo della morte | per venirti vicino nel silenzio (p.69). La donna è per il Nostro anche ‘altra madre’, quella tripudio di vita, principio d’ogni cosa, da quando l’adolescente Giovanni, quasi novello Adamo al di là del sentimento della colpa, scoprì ‘il portento’, se ne inebriò. Ora gli ritorna visione, la canta in Isabel I velando appena: Lava di vulcano, fiamma acqua e terra | magma infinito di mistero | tu madre grande, fertile sorella | amante prostituta | Venere che inarchi uteri | nel vuoto dell’essenza…, purificando: Ora ritorni acqua di sorgente | e ti sollevi puro incantamento | sopra l’arco sicuro del ricordo | che la memoria tende sulla vita | dal pensiero e dal tempo inaridita | e sali sulle volte | profonde della mente | e ti diffondi oltre la clessidra | tu madre attenta | e custodisci le chiavi dell’enigma | la giusta cifra che guida l’universo (p.129).

Ma la bella visione, qui come altrove, sino a investire leggende e storia, si rovina nel tempo edax rerum, cormorano vorace nel Chiellino tanto presente; e gli sgorgano versi dove la dolcezza del ricordo trasmuta in velo di tristezza. Così in Isabel II scompare ogni tripudio: Cerca col bastone gli spazi | per il suo passo pesante | e inciampa nella mal misurata | altezza delle scale (p.133). La senilità stessa si fa cormorano, scadimento di ogni vigore, della gioia di vivere. Il poeta ci presenta il quadro della resa, apre la porta a quel vuoto, efficacemente reso in La prigione, emblema del tuffo nell’ “esserci”, del percorso irrimediabilmente volto alla caduta nel vuoto: La prigione è perfetta, | stretti corridoi s’aprono a ventaglio, | s’incrociano, scendono | nei sotterranei dell’universo, | risalgono in superficie, | ma la volta resta bassa. | Si avanza a tentoni fra specchi falsi, | nelle pareti s’aprono lacune, | si sente l’onda del vuoto incurvarsi, | qualcuno vi cade e si perde (p.112).

Dove finisce l’oro dei capelli che tanto incanta il nostro poeta? dove l’occhio chiaro senza uno spiraglio metafisico?

In Canto d’amore il profano sembra cedere, il verso vestirsi di sacralità, e la lirica procede con una sequenza di invocazioni che hanno l’acme nell’epilogo: Tu gemma della mia casa | fiore e canto della mia via | tabernacolo del Tempio | occhio e fuoco del mio Dio (p.191).

Quel meditare sugli enigmi senza possibilità di soluzioni, il trasformarsi del proprio mondo e di quello oggettivo verso traguardi di nullificazione delle prime raccolte vanno pian piano retrocedendo per uno sguardo metafisico più certo, sino a fargli avvertire nell’ultima silloge la presenza della Divinità in ogni elemento della creazione: Ti avverto nel sudore della terra | … Ti avverto nell’arco azzurro del cielo | … Ti avverto nell’acqua mutevole |… scorre il fiume di preghiere | perché c’inondi la tua Perfezione. | Ti avverto nel miracolo della vita |… (p. 542).

L’incipit ricorrente con quell’ avverto, percezione del Divino, il pronominale atono che nulla toglie alla vis degli annunci stanno ad attestare il significativo transito verso una concezione esistenziale distante ormai da incertezze sull’Essere che sempre e ovunque è.

Ha, del resto, già cantato la bellezza della creazione nell’incantamento degli astri, del cielo e del mare, nello stupore che gli suscitano le stagioni, nelle meraviglie del mondo animale e vegetale, e fiori e piante sono in bella descrizione nella raccolta Nel corpo del mutare.

Dunque, l’ ‘avvertire’ era antecedente, anche se la Divinità offriva un volto diverso, solo un riflesso di lui nel grande specchio a quella voce che, superate le arcate delle ombre, iniziava un monologo con Dio (p. 329).

Il sentimento della polvere continua ora ad aleggiare qua e là, l’esistenza è pur sempre l’impossibile pausa tra il vivere e il morire (p. 521) ma sembra lontano il cupo manto di talune note precedenti.

E le rimembranze, dopo le pause delle precedenti sillogi, tornano, sono corteggio di visioni nelle care assenze per un attimo presenza nella dimora avita, si muovono in atmosfere mitiche attorno al desco apparecchiato -i cinque figli tutti un poco in penombra e la madre luce nel sorriso sereno- e alza il padre la coppa, pronuncia il prosit con la voce che ha dentro un parlottare d’avi, lo ripete ancora al vacillante desco dei ricordi, dove la memoria del cuore ha raccolto attorno alla caraffa colma d’allegria la famiglia negli abituali gesti di comunione e d’affetto prima che il vento la disperdesse. Una malinconica sospensione fra la terra e l’oltre, tra passato e realtà presente, e vibra il sentimento autentico del poeta, si fa parola dolcemente nostalgica.

Tante belle liriche chielliniane sorgono dal ricordo di care visioni familiari, ed esse addolciscono la perdita, persino nel momento dell’addio: Rimarrò lontano, in solitudine, a cullare il dolore che mi lasci sulle oscillanti ginocchia dei ricordi (p. 322).

Ma la memoria di Giovanni Chiellino si volge anche alle conoscenze apprese nei lontani studi classici, alla ricchezza dell’amato bagaglio artistico-letterario, mitico e storico; nell’età matura gli rifluisce liricamente nella raccolta La voce della terra e altre voci, dove all’eroico mondo antico contrappone la crudeltà delle nuove armi: Non ci saranno più i chiari eroi | cari agli uomini e agli dei. | Da quando gli eserciti  | hanno lasciato gli aperti campi  | di battaglia e si sono nascosti | in abitacoli sterili di paura | e di coraggio, ma stracolmi | di numeri e quadranti | per il quando e il dove colpiranno | le nuove armi della distruzione, | allenano l’indice, gigantesco braccio | di un cervello chiuso | nelle maglie della fisica… (p. 236-237).

E sorge proprio dalle crudeltà della storia contemporanea Il giardiniere impazzito, silloge pubblicata nel 2001 che prende il titolo dall’omonima lirica ed è tutta densa di rigagnoli di sangue, di fiori rossi di sangue sul bianco della neve, della pianta di Morte che cresce vigorosa e fa vittime sacrificali: Correva l’uomo per fioriti campi | … quando il rosso bocciolo | gli penetrò nel petto | e ne fermò il respiro (p.391). Nel cuore del poeta scende il gelo di tutti i ghiacciai… è lontano il canto dell’usignolo (p. 412).

La partita, Premio Accademia dei Dioscuri 1994, è da considerarsi anch’essa, come l’autore nella Premessa ci porta a rilevare, facente parte del suo discorso lirico, un viaggio quasi darwiniano che non consente alternative tra vittoria e sconfitta, e una memoria come esistenza gettata nello scontro per assaporare sconfitta e superamento prima della conoscenza vera che solo la ‘barriera’ può dare, il punto dove scorre l’universo.

La lotta si fa ne La partita gioco per la vittoria o la sconfitta, non ammette quel pareggio che Saba propone annullando vincitori e vinti. Il calciatore, Il portiere, Il terzino, gli altri giocatori, ciascuno nel suo ruolo, sono dunque nella lotta ma hanno la levità che solo il tratto descrittivo di un poeta sa dare: Lui, il fanciullo | dai capelli biondi | è salito sull’arco della sfera | imprimendo un moto travolgente | al passo della danza (p.143).

In Tela di parole Giovanni Chiellino proietta sé denudato di orpelli, ricompone i tasselli del cuore e della mente, offre un mosaico dove micro e macrocosmo appaiono esistenza unita nel comune limite dello spazio temporale, soggetta al chiudersi del cerchio, pur nella consolazione dello spiraglio metafisico, quaggiù di quel ch’è dato come possibilità “hic et nunc” anche nella riappropriazione del passato attraverso la memoria, dono divino.

Non è Tela di parole poesia su “gusci vuoti” ma pregna di succo, e lo comunica anche con metafore e immagini significative, dimentica di ogni sperimentazione magmatica, conscia della lezione dei classici, di Leopardi e di Pascoli, degli ermetici, in versi che hanno la musicalità dell’endecasillabo, della bella varietà metrica.
Recensione
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