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Cupo tempo gentileQuasi un ossimoro il titolo del quarto romanzo di Umberto Piersanti Cupo tempo gentile, esprime tutte le potenzialità e le contraddizioni del ’68, anno in cui esplose in tutta Europa la contestazione giovanile. L’autore ci offre un affresco intenso e vivido di quel periodo storico, che tanto significa ancora per il nostro tempo, grazie ad una scrittura agile e coinvolgente, capace di mutare i diversi livelli linguistici, a seconda dei personaggi e delle situazioni. Piersanti alterna, infatti, rapidamente un gergo parlato, anche violento, tipico dell’ambiente studentesco, ad un parola lirica ed intensa, ogni qual volta il suo sguardo si volge alla natura e al mondo fatato dei ricordi. Chi conosce Umberto Piersanti individua immediatamente nel protagonista Andrea, un giovane laureando, lo stesso autore. Del resto, come lo scrittore urbinate ha ammesso in una trasmissione televisiva, l’ottanta per cento del libro è autobiografico.
Andrea, il protagonista, fa parte del Movimento, perché ne condivide le giuste istanze di rinnovamento e ritiene possibile un mondo ed un tempo più gentili. Tuttavia, fin dall’inizio, non ne accetterà mai il fanatismo settario: un fanatismo, che negli anni seguenti porterà alla deriva del terrorismo. In un verso di una sua nota poesia degli anni settanta, Umberto Piersanti gridava: Il sonno della ragione deve finire; è la luce della ragione, quindi, la sua pacatezza, che deve guidare le azioni degli uomini e non le ideologie,che sono state la causa, troppo spesso, di guerre. Andrea non anteporrà mai la politica all’amore per la donna e alla bellezza dell’arte e soprattutto della natura. Quest’ultima, per l’autore, riveste un’importanza ontologica e, quando nelle pagine del romanzo ne parla, il tono linguistico, pur rimanendo caldo e diretto, si fa alto e lirico. Così ci descrive il rapporto che lo lega all’umile favagello, il piccolo ed umile fiore, che non fu mai cantato, neppure dal Pascoli :“ E per lui il favagello in quel momento era come il glicine per Pasolini: la verità eterna delle cose che nascono, crescono , muoiono e si rigenerano, incuranti del tempo e della storia. Segno di quell’energia, di quella pulsione di vita che sta in fondo a noi, più forte di ogni ragione e di ogni storia..” In Cupo tempo gentile ritroviamo tout court la poetica piersantiana: lo slancio verso la bellezza e l’armonia e quindi il primato della natura e dell’arte. E c’è la sua fuga incessante alla ricerca dell’attimo perfetto, l’incontro stupito dell’uomo con la natura, vissuto assieme ad una donna, in una dimensione atemporale. Andrea viene definito fin dall’inizio dai suoi compagni un crepuscolare decadente, perché ama la poesia e non crede assolutamente ad una sua possibile strumentalizzazione a fini politici. Afferma a questo proposito: “Montale non prepara il popolo alla rivoluzione, ma è un poeta grandissimo, forse il più grande del Novecento. Esiste anche un operato artistico che non ha questi fini. Va bene la rivoluzione ma non può essere la cannibale che divora tutto”. Nelle vesti del protagonista, Piersanti rivive gli anni della sua giovinezza, quando giovane professore alla sua prima supplenza di professore, nel pieno della contestazione, aveva già maturato in sé una visione del mondo laica, non discriminante, lontana da ogni forma di violenza, che del resto, riteneva non potesse mai raggiungere Urbino: città nata dal sogno d’un principe. Eppure questa sarebbe esplosa anche lì, in quel posto incantato; di qui la fuga del protagonista Andrea ai luoghi della sua infanzia lontano dagli umani e dalle loro vicende: “Adesso cammina solo per la Cesana alta: e ci sono le nuvole e il chiaro. Piove ma poco, poi si rasserena…”. |
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