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Excalibur. La spada di Macsen

Con mano elegante e sicura nel suo secondo romanzo, Excalibur/ La spada di Macsen (Ruňa Editrice 2014 Padova), Alvaro Gradella narra le vicende finali della parabola politico-militare ed umana di Magno Clemente Massimo, ultimo governatore della Britannia.

Il racconto dell’eroe romano, condannato alla damnatio memoriae dalla storiografia ufficiale ,quale usurpatore, ma entrato a far parte della mitologia gallese con il nome di Macsen Wledig, si colloca in un periodo, durato circa un decennio, che vede, dopo la disfatta di Adrianopoli del 378 d.C., l’accentuarsi della crisi dell’Impero romano, una crisi che traeva origine da molteplici motivi sia di ordine politico, sociale, economico, sia militare e non ultimo religioso. Fu, infatti, l’insieme di queste cause disgreganti a facilitare le invasioni delle popolazioni barbariche.

Leggenda e storia confliggono apertamente nei riguardi delle vicende e della personalità di questa figura di condottiero romano, ma, come già ricorda Alvaro Gradella nel sottotitolo del suo primo libro L’Aquila e la Spada: “La storia è scritta dai vincitori, la leggenda dagli sconfitti”. Per l’autore, infatti, Magno Clemente impersonifica le virtù e i valori più alti della romanità, entrati decisamente in declino nel IV secolo dopo Cristo.

Se nel primo romanzo predomina, nonostante pagine altamente drammatiche, una costante luminosità, accesa dai bagliori del magismo proprio della cultura dei celti, popolata di riti magici, di druidi e di fate, e dall’amore della principessa Elain, in Excalibur ,invece, sono il dramma e la solitudine di un uomo tradito, il quale ha perso tutto ciò che amava, a segnare il racconto.

La scrittura è tesa ed asciutta, molto spesso i luoghi descritti sono pervasi da una foschia latente. Manca in questo romanzo lo sguardo incantato innanzi alla natura, ma c’è forse una più accentuata e minuziosa descrizione architettonica delle città e delle fortificazioni romane; sappiamo che in quel periodo gli architetti divennero i professionisti più ricercati e i personaggi più importanti. Nei consigli comunali dei vari centri urbani grandi o piccoli, l’assessorato all’edilizia era la carica più importante, perché disponeva di maggiori risorse. L’autore, inoltre, si sofferma a lungo sulla descrizione dei luoghi e sulle vicende in essi accadute, aprendo, talvolta, ampie digressioni storiche, quasi dei flashback.

Il mondo magico quasi scompare in Excalibur, anche se è sempre vicina al nostro eroe la figura del druido Taliesin, al quale Clemente Massimo affiderà la famosa spada, chiamata Excalibur, forgiata per lui dal Dio del ferro e del fuoco, che diverrà la vera protagonista dei celebri cicli arturiani. Ciò che colpisce maggiormente il lettore in questo romanzo è l’abilità con cui Gradella sa accostare realtà a fantasia. L’ambientazione storica è, infatti, precisa e testimonia, ancora una volta, la passione dell’autore per lo studio della romanità.

Il racconto ha inizio a Milano, che, assieme ad Aquileia, alla fine del IV secolo d.C., è la città che riveste maggior importanza in Italia. Qui, infatti, Giustina e l’imperatore Graziano avevano spostato la corte imperiale. Lo stile chiaro e limpido della narrazione rende estremamente vividi i personaggi con cui il nostro protagonista si dovrà confrontare: sono “i grandi” della sua epoca, si pensi soltanto al Vescovo Ambrogio e a Sant’ Agostino.

Un argomento più volte ripreso da Alvaro Gradella riguarda la questione religiosa: il cristianesimo con la sua dottrina ed anche la sua intransigenza avrebbe, secondo l’autore, minato i valori fondanti l’Impero di Roma. Al monaco Martino, il quale si vantava d’aver distrutto “ogni covo di idolatri”, così l’autore fa rispondere Magno Clemente :«Oh, certo! Roma ha ucciso, ha schiavizzato. Ha distrutto, ma dove altre armate conquistatrici erano passate come orme di cavallette, devastando e massacrando, per poi ritirarsi depredando ogni cosa e lasciando il buio della carestia e della devastazione, Roma ha portato invece un po' della sua luce e della sua civiltà...E lasciava ai popoli sottomessi la libertà di continuare i suoi culti e le tradizioni dei suoi antenati.”

Gli imperatori Graziano e Teodosio in quel periodo si erano fatti paladini del cristianesimo, bandendo ogni altro culto, ma questo aveva inasprito, ci ricorda Gradella, gli animi di molti legionari ancora legati al mito di Mitra. Si veniva in tal modo a negare uno dei principi fondamentali della romanità, la pax deorum . Nell’ambito del Cristianesimo, inoltre, si erano verificate infinite divisioni e dispute teologiche, tali da aggravare la già accentuata decadenza di un sistema; si ricordino le lotte tra l’arianesimo ed il cattolicesimo. Sant’Ambrogio si schiererà più volte contro Giustina ed il figlio Valentiniano II, i quali avevano in un primo tempo abbracciato la dottrina cristologica del monaco Ario.

Splendide scenograficamente sono le descrizioni delle battaglie e della corsa degli aurighi, con cui si apre il romanzo: l’autore si sofferma con grande precisione e capacità espressionistica su tali avvenimenti. Di sovente inoltre egli utilizza termini latini per descrivere armamenti, cariche ufficiali; Gradella sa bene che non tutti i termini troverebbero un’esatta traduzione in italiano.

Lo sguardo di Magno Clemente Massimo non è più quello che, talvolta, ci appariva sorridente ed orgoglioso ne L’aquila e la spada; spesso ora i suoi occhi neri appaiono annebbiati dal dolore, velati di struggente malinconia. Il nostro eroe sa che forse è quasi giunto alla fine del suo lungo viaggio.

Un’indiscutibile continuità ideologica e di ispirazione vivifica i due libri di Alvaro Gradella, narranti le vicende di questo straordinario condottiero romano condannato alla damnatio memoriae, perché entrambi non solo celebrano la grandezza di Roma e quanto di questa sia rimasto in eredità al mondo epico e fatato della Britannia, ma evidenziano, oltre alla creatività, la profonda cultura e sensibilità storica dell’autore.
Recensione
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