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L'aquila e la spada

Tra storia e leggenda il viaggio di Alvaro Gradella

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La leggenda, sia che riguardi avvenimenti o personaggi, non nasce mai da fatti del tutto immaginari, ma ha in sé sempre una parte di verità storica, che viene trasformata grazie alla fantasia di un popolo che la ritiene fondamentale per il proprio patrimonio culturale. Ed è questo che la distingue dal mito, il quale non ha bisogno di fondare su dati reali, perché pone le sue radici su verità religiose e di pensiero, che rivelano l’anima d’una comunità.

Il sottotitolo de L’aquila e la spada, il primo romanzo di Alvaro Gradella, cita: “la Storia è scritta dai Vincitori, la Leggenda… dagli Sconfitti”; l’autore, infatti, nel suo avvincente racconto, riprendendo la leggendaria figura di Macsen Wledig, mitico eroe dei bardi, ci chiarisce, con ricchezza di dettagli storici, come questa, in realtà, rispondesse a quella di Clemente Massimo, ultimo Governatore romano delle Britannie.

Da sempre appassionato di storia romana, Gradella ci offre un affresco vivido ed intenso dell’Impero romano del IV secolo dopo Cristo: un periodo storico drammatico, caratterizzato da cruente lacerazioni interne e continui spostamenti d’intere popolazioni barbariche all’interno dei confini romani. Di frequente l’autore ci conduce su campi di battaglia, dove le manovre e le tecniche belliche sono ricostruite con grande precisione, studiate nei minimi particolari tattici. Il romanzo inizia, tra l’altro, con la descrizione della tragica sconfitta dei romani ad Adrianopoli, in Tracia, nel 378, dove trovò la morte lo stesso imperatore d’Oriente Valente. Magno Clemente Massimo, uno dei pochi sopravvissuti alla battaglia, secondo il racconto di Gradella, dopo aver riportato all’imperatore d’Occidente, Graziano, l’anello d’oro di Valente, verrà nominato Comes Britannicorum.

Ed è da questo momento che avrà inizio la sua grande avventura: in questa terra, pervasa d’un magismo mistico, le sue gesta, volte a riportare la pax romana, rimarranno incancellabili nella memoria dei Celti della Britannia. Magno Clemente Massimo, unico tra i non nativi, diverrà uno dei protagonisti del Mabinogion (libro costituito da un gruppo di testi in prosa, provenienti da antichi manoscritti gallesi, contenenti storie dell’Alto medioevo e miti remoti) nel racconto Breuddwyd Macsen Wleding.

Per la storiografia ufficiale, tuttavia, la sua figura è rimasta condannata alla damnatio memoriae, come quella d’un usurpatore. Ma si sa che la storia spesso è un insieme di menzogne, di imbrogli: un insieme di vittorie risibili e sconfitte immeritate.

Le pagine del libro si susseguono vivide ed incisive, lo sguardo dell’autore si posa con l’attenzione, propria di un consumato regista, su ogni più piccolo dettaglio ed ogni ambientazione è studiata nei minimi particolari. Lo stile chiaro e limpido segue il ritmo della narrazione, rendendola estremamente efficace. Alvaro Gradella s’immerge in un mondo storico-leggendario con la consapevolezza di chi conosce a fondo non solo le vicende storiche, ma l’animo e la spiritualità stesse di due popoli così diversi: quello romano e quello dei britanni, destinati a fondersi. Alla concretezza, infatti, dello spirito romano, si contrappone la cultura dei celti, popolata di riti magici, di druidi e di fate, dove ha un’anima anche il più piccolo fiore. Elain, la principessa che nel romanzo sposerà il nostro eroe, afferma in uno dei momenti più delicati e lirici del racconto: “sai, noi Celti crediamo che ogni creatura vivente abbia dentro di sé una scintilla di forza in grado di influire su chi sa riconoscerla e avvertirla. Gli esseri umani hanno l’anima, splendente e sonora. I vegetali hanno una propria essenza, trasparente e vibratile.” La vicenda d’amore, che legherà per sempre Magno Clemente alla terra dei celti, si può dire rappresenti la conciliazione tra Apollo e Dionisio: la bellezza di un nuovo sentire.

Con grande perizia l’autore si sofferma a descrivere luoghi, costumi, paesaggi, dettagli d’ambientazione geografica e scenari fantastici. La natura ha un ruolo importante in questo scenari; molto suggestive sono le immagini che Gradella ci regala della fatata Britannia: “le api s’affannavano nuovamente fra corolle dai tanti colori; il caprifoglio e il biancospino, dai piccoli fiori, spuntavano fra le macchie, e il profumo dell’erica e della ginestra sembrava permeare ogni cosa, mentre le grandi foreste di querce e di faggi, di aceri e di frassini-di nuovo percorse senza tregua da scoiattoli , donnole e martore- s’ammantavano rigogliose di verde brillante, e dal mare la brezza spirava fertile”.

L’aquila e la spada è un romanzo, che a buon diritto si può definire storico, perché molti dei personaggi, che si muovono attorno al protagonista, sono realmente esistiti e con grande esattezza geografica e cronologica l’autore ci descrive gli avvenimenti, che caratterizzarono l’Impero romano del IV secolo, destinato ormai ad un inevitabile declino. Un aspetto di grande importanza, che viene puntualmente ricordato da Alvaro Gradella, è inoltre quello relativo alla questione religiosa. Prima Graziano, infatti, e successivamente, in modo ancora più deciso, Teodosio avevano imposto il cristianesimo come unica religione, bandendo dai confini dell’Impero ogni altro culto. Questa svolta, nella politica religiosa, costituì uno dei motivi di forte tensione tra i legionari di Magno Clemente, perlopiù ancora legati, al culto di Mitra, e li spinse a proclamarlo Imperatore. Il libro, inoltre, come già precisato, è ricco di suggestioni e di fantasia: dall’invincibile spada di Macsen forgiata da un misterioso fabbro (lo stesso che aveva realizzato le saette di Giove, la corazza d’Ercole, l’armatura e lo scudo di Marte), nascerà la leggenda di Re Artù.

Realtà e finzione, dunque, in un abile gioco, s’intersecano e s’alternano lungo le pagine di questo romanzo, che ci restituisce la grandezza di due straordinarie culture, all’apparenza inconciliabili, e recupera, come scrive Biagio Cacciola, un periodo storico decisivo per la Civiltà Europea.

Recensione
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