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Le case dai tetti rossi

Le case dai tetti rossi di Alessandro Moscé è certamente un romanzo riuscito, intenso per la trama e la sua particolare forza evocativa. Il libro narra la storia del manicomio di Ancona nel periodo compreso tra gli anni immediatamente precedenti alla legge Bisaglia e la sua successiva trasformazione in ospedale neuropsichiatrico. Il racconto, tuttavia, può considerarsi anche di formazione: il giovane Moscè, infatti, passava da bambino le vacanze estive ad Ancona nella casa dei nonni (Altera ed Ernesto) e dal loro balcone guardava sempre i tetti rossi, come il sangue, della piccola città dei folli e contraddicendo alla nonna Altera, entrava in questa realtà per giocarvi.

L’input al romanzo nasce dal ritorno dell’autore ad Ancona, dopo anni, per la vendita dell’abitazione dei nonni materni, ed è in questa occasione che decide di rivedere i padiglioni ormai dismessi del vecchio manicomio. Tra prontuari illeggibili e vecchi flaconi in plastica, rivive mentalmente gli anni Settanta, la sua adolescenza e le vicende legate a quel luogo. E grazie ad un diario, fattogli pervenire, di Arduino, il giardiniere della struttura, che ogni cosa annotava, e di alcune cartelle cliniche di pazienti, l’autore riesce a ricostruire il vissuto di un intero mondo manicomiale.

L’ospedale psichiatrico di Ancona fino agli anni Settanta era "una cittadella di invisibili" "che la gente del posto, negli anni del boom economico, avrebbe preferito non avere nei dintorni, come fosse un ingombro." La realtà della città era ancora provinciale e la malattia mentale veniva considerata un pericolo per la società e fino alla legge Basaglia, del 1978, i malati erano sostanzialmente dei reclusi e degli emarginati. Tra questi c’erano, scrive l’autore, anche barboni, epilettici che cadevano per strada o chi aveva qualche difetto fisico e i depressi. Già prima della consacrazione delle leggi del 1978, la società scientifica aveva però iniziato a comprendere che la funzione della psichiatria non fosse quella di imprigionare i pazienti, ma di curarli, di recuperarli alla società. Si iniziarono così ad aprire le prime strutture per permettere una possibile integrazione con il mondo esterno.

Alessandro Moscè, attraverso le sue pagine, ci parla con sguardo direi scientifico di questi progressivi mutamenti all’interno della struttura anconetana Ci descrive inoltre con estrema consapevolezza, quasi scientifica e analitica, i vari disturbi mentali, attraverso i suoi molteplici personaggi, che acquistano un rilievo plastico nella trama del tessuto narrativo.

Le fil rouge che fa da collante della storia narrata è Arduino, il giardiniere delle case dai tetti rossi, un personaggio ricco d’umanità, che conosce ogni segreto delle piante e riesce a creare uno splendido parco, per donare uno spazio di bellezza e armonia ai malati. Divenuto quasi un luogotenente del primario dottor Lazzari, sa provvedere a tutti i bisogni della struttura e dei pazienti; non conosce discorsi "forbiti", ma sa che i malati vengono curati meglio dalle piante e dona loro sempre mazzi di fiori. Si comprende attraverso questa figura l’amore e l’interesse di Moscé nei confronti della natura.

La storia dell’infanzia di Alessandro s’inserisce nella narrazione con dei sapienti inframezzi, che ci parlano della sua amicizia con Luca, con cui condivide la passione del calcio; all’insaputa, infatti, della nonna egli si reca spesso con l’amico all’interno delle mura del manicomio per giocare nel campo, preparato apposta e con cura, da Arduino, padre di Luca. Nei romanzi dell’autore ricorre spesso il tema del calcio e la sua passione soprattutto per la Lazio. Come scrive in un’intervista per lui il calcio rappresenta, metaforicamente, la lotta per la sopravvivenza. Ma è anche divertimento, evasione, ritorno all’infanzia, al gioco. Di sovente il nostro autore affronta anche i temi della morte e dell’amore. Una figura pregnante del libro è Franca, una giovane donna che soffre di depressione bipolare e di dissociazioni al limite della psicosi, che ritroverà un certo equilibrio quando il primario le affiderà il compito di scrivere un giornalino e conoscerà l’amore in Carlo, malato di stati di mania, di immedesimazione in personaggi pubblici, che si ritiene Sandokan, la tigre della Malesia. Franca si chiede spesso il senso della vita, il perché della morte. Con insistenza domanda a Carlo: "Insomma se fossimo solo di passaggio su questa terra? Non ti spaventa morire? Non ti fa paura Lucifero? Che sputa il fuoco cornuto e incappucciato con le ali di pipistrello e gli zoccoli?".

Attorno a Franca e a Carlo vive un’umanità dolente, dai più diversi profili: l’uomo giraffa che ha il terrore dei microbi, Nazzareno, uomo dolce e solare, che ha l’anima di un clown e inventa mille giochi e travestimenti, Giordano e Adelaide che potranno uscire dalla struttura psichiatrica e forse sposarsi, l’uomo aquila chiamato Ligabù , che non riuscirà a guarire dalla sua psicosi e, costruito un arcano marchingegno per volare, si lancerà dai tetti rossi per poi precipitare al suolo con le sue ali e molti altri malati , tra i quali anche alcune persone mentalmente sane, ma dimenticate dalla società e dalla famiglia.

Il primario Lazzari, quasi un alter ego di Basaglia, è colui che porterà profondi cambiamenti all’interno della struttura non separando più gli uomini dalle donne e cercando di offrire loro una nuova dimensione psicologica e umana, grazie anche all’aiuto dell’infaticabile Arduino dal cuore grande, di suor Germana e del dottor Fermenti.

Alessandro Moscé non si limita però a descrivere i progressivi mutamenti avvenuti all’interno della realtà manicomiale, ma dimostra anche una notevole capacità evocativa nella descrizione di Ancona negli anni Sessanta, di cui ricorda le feste, le cerimonie, i vicoli bui della città , le tradizioni culinarie per Natale a casa della nonna .Spesso utilizza termini dialettali per catalizzare l’attenzione del lettore, ma la sua scrittura si svolge limpida e sapientemente modulata , spesso pervasa di poesia, Così descrive il momento in cui il giardiniere offre ad una malata un fiore: "Arduino le porse una rosa confezionata, Marta si commosse, come se avesse ricevuto il fiore dall’uomo desiderato. Spalancò gli occhi in un velo di luce". Non bisogna dimenticare che Moscé oltre ad essere un narratore e saggista è anche un sicuro poeta.

In conclusione, in questo romanzo lo scrittore riesce a coniugare con limpida oggettività l’aspetto scientifico del progressivo mutamento delle cure psichiatriche, viste non più in una logica di prevenzione sociale, ma di un possibile recupero dei soggetti malati alla società, con quello memoriale della propria adolescenza, vissuta quale stupore che si propaga negli anni, su quell’aura di mistero che avvolge l’esistenza umana. Ma per comprende appieno quest’ultima, l’autore fa dire a un suo personaggio: bisogna vivere nell’arte che è "semplicemente un capolavoro di umanità, di esperienza". Ricorda Oscar Wilde "Si può esistere senza arte, ma senza di essa non si può vivere.

Recensione
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