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Notturno

alla poetessa
Elisabetta Serravalli Carta

Cd, autoproduzione 2007 a cura di Valter Zanardi
Voce di Valter Zanardi

Al telefono la tua voce,
non ho richiamato
altre volte la mano ha esitato
avrei dovuto capire,
moriva il passero
tra le foglie della kentia.
Non contano le ore o i giorni
sale la nebbia
il secchio rosso

dondola ancora sul ramo
graffia la pagina la gatta
appunta il verde degli occhi
lapis di un notes, la tua vita.

*

Forse ti sei soltanto addormentata
dolorosamente ripiegate le lenzuola
tra cigolii di porte
un’ombra sul capezzale
infiamma il racconto,
non è l’adagio di una poesia
è la storia o l’anima tua
poche cose e sei fuggita
una valigia è rimasta aperta

il sole insiste sulla terrazza.

*

Non squilla più il telefono
d’improvviso ti eri innamorata
una voce di giovinezza.
Ti assomigliavo forse
so il dolore
non c’è un bambino
che gioca al sole.

Morti i ciclamini
nel gelo di primavera
manca la tua scrittura
sui fogli bianchi.
Urgono le parole
una ti ha rapita,
poche lettere nella penombra
un inutile gesto di scherno
per poi accoglierle
nel loro lento annodarsi.

Implacabile la sete.

*

Sento che ancora mi cerchi
e sorridi,
non hai dimenticato l’humour.
Sono rinati i ciclamini
i passeri si nascondono tra le foglie,
ma l’autunno è freddo
la pioggia furibonda.
Non saresti uscita
avresti scritto ancora
sempre.
Il cuore dell’estate
ha pulsato troppo forte
bruciando le aiuole,
il mare

ha nascosto le palpebre.

Non ti ho più cercata.
Il dolore
arriva inaspettato,
talvolta consola il silenzio.

Parlami ancora
non sappiamo nulla.

*

Accarezzi ancora i capelli
alla piccola bambola bionda
di un lontano Natale ?
La terra lavata di pioggia
irrita lo scirocco, talvolta
una nube nera incide il cielo.
Vorrei che tu venissi
lungo quel sentiero
perso nella baia,
frangono gli arbusti
alti tra impronte di foglie
sulla rossa terra.
Dammi la mano
a precipizio la scogliera
affonda tra gli alberi
il buio del mare,
incessanti fruscii
seguono i recessi del giorno.
Incontreremo forse una fata
o il sogno di Biancaneve,
non ho mai letto favole.

Sai sono stanca da molto tempo
forse non so più pensare o parlare,
ma cerco un luogo segreto
dove trovare il giusto profilo delle cose.
Un tonfo di ciottoli
forse è il poeta
che li getta nell’acqua,
si nascondono furtivi gli angeli
sfrondano ombre di platani,
occhi rossi dal salmastro
le bacche tra i cespugli
esorcizzano la notte che tu non temi
e mi accarezzi il viso,
lentamente ritraendoti,

ora cerchi soltanto la tua casa
io non so la mia.

*

Seguimi
non è lontano il castello
appartato sullo scoglio
non puoi violarlo.
Cespugli d’erica, gole d’ ortiche
chiudono il passo,
s’inoltrano i ragazzi per amarsi
tra recessi e angoli bui.
Scricchiolano rami secchi
scoscesa la strada
apre al mare,
sfrondi ombre dal viso.
Muore l’estate nella bora che cresce
l’ultimo sguardo è così lontano
un pettirosso posa
su un tumulo di foglie.
Le mie mani arrischiano ancora la sorte,
seguimi
aiutami a cercare un varco antico,
fitti gli alberi
lacrimano resine.

Non allontanarti
solo il tempo sa l’inganno,
ma il castello è vicino
le rose canine
un’altra favola dicono,
non le puoi cogliere
scendono con noi odorose
lungo il sentiero.

*

Ascolta le grida,
sale la fanciulla
s’inerpica tra i rovi
bucano le spine
cola il sangue,
non s’ acquieta
nel solitario parco
cerca lo sposo.
Non ritorna la nave stregata
sepolto il sogno
sotto una luna maia.

Forse non hai mai visto fuggire
timorosi gli scoiattoli
saltare rapidi tra i rami,
non lasciano impronte sulla neve,
solo piccole ghiande cadono
silenziose
sul bianco tessuto
disegni lunati.

*

D’assenze la mia, la tua giovinezza
labirinto l’amore
dolore che non sconta
silenzio che s’inarca
nel vuoto di risposte.

Talvolta tra le dita
l’inquietudine e il nulla.

*

Un nuovo Natale è già passato
briciole di pane il tempo
ruota di assenze
tra luminarie e giostre antiche.
Bambini festosi stringono regali
la Befana li attende
gelido il vento sugli occhi
teneri dedali di gioia.
Non ti ho vista tra la folla
la neve sai
ha dissipato nubi
lasciando dell’infanzia
le corse sulla slitta
le fiabe immaginarie.
I sogni accavallano
immagini furtive
furtate al tremore d’una vita.
Il tuo Dio forse ti parla
la sua voce giunge confusa
non è limpida la luce

la sabbia acceca nel Suo nome.

*

Non si è fermato l’orologio
la laguna ha l’arrendevole stanchezza
dei barboni addormentati
li risveglia solo una carezza.
Salsedine la malinconia
sale dalle fondamenta
incatena al bivio i sogni
un esilio di giovinezza.
Mi ricordi una lunga passeggiata
in un tardo autunno
il piccolo cimitero ebraico
le lapidi tra alti arbusti
stregate da un libeccio salmastro.
Nel sopore estivo
tra il bianco e lumi abbandonati
ho camminato
il vento dell’Egeo rischiara
le pietre nel bagliore
di un estremo esilio.
Non so cosa cercavo tra foglie e ciottoli
se non un indizio, il soffio d’ un’anima,
non so cosa ti resta ora che procedi
oltre il segno finale
e il dilatato destino.

Difficile dirsi addio.

   

© 2007 Raffaella Bettiol

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