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Come scrive Giancarlo Pontiggia nella nota introduttiva a L’azzurra memoria, la vicenda poetica di Luigi Fontanella si sviluppa fin dalle origini nel segno della complessità , della libertà e della vitalità. Dopo, infatti, gli esordi che risentono di un certo sperimentalismo, influenzato dall’ambiente letterario americano degli anni sessanta-settanta, il nostro autore si è mosso verso una poesia dalle forme più leggibili, giungendo a recuperare anche le forme metriche consolidate nella nostra tradizione. Il poeta (come lui stesso ha dichiarato nella lunga intervista rilasciata a Giancarlo Pontiggia, che apre il libro) ritiene che il linguaggio sia un mezzo per rivelarsi al mondo, non un fine. Prende, quindi, apertamente le distanze da ogni sorta di sperimentalismo. Ribadisce,infatti, che alla base della scrittura poetica ci debba essere un’autentica passione, una vera e propria urgenza interiore, anche se non esclude, naturalmente, la necessità di uno studio attento e di una ricerca approfondita sulla parola, una parola che deve essere insostituibile.

Una vena pittorica impressionista percorre i versi dell’autore fin dal titolo del libro, che parla d’azzurro: il colore dell’irrealtà, del fantastico, ma anche della purezza. Del resto, il celebre poeta tedesco Navalis, in un frammento, aveva definito la poesia come il fiore azzurro: il fiore più puro della nostra coscienza. Ma il titolo, L’azzurra memoria, come lo stesso Fontanella ha ricordato in un’intervista, trae una lontana ispirazione anche da un celebre quadro del pittore surrealista René Magritte, La mémoire, il quale rappresenta un davanzale, su uno sfondo tutto azzurro e, in primo piano, un volto bellissimo di donna, con una macchia rossa sulla fronte: l’infinito della memoria, con cui prima o poi ci dobbiamo confrontare.

Molte delle grandi tematiche della poesia di tutti i tempi sono presenti nel libro di Fontanella: la memoria, il viaggio, il tempo. La memoria , come un filo rosso, percorre tutta la sua produzione poetica. L’autore rimane sempre legato alla terra d’origine , alle figure familiari, alle persone amate, che hanno accompagnato la sua giovinezza. In lui il ricordo assume una specifica valenza consolatoria, oserei dire salvifica, rende eterni l’attimo e le vicende d’una vita. Nella conversazione tenuta con Pontiggia l’autore parla delle sue origini, dei luoghi della sua infanzia, che gli sono rimasti indelebili nel cuore e nella mente: “Ho vissuto la maggior parte della mia infanzia a Vietri sul Mare, che è praticamente un’estensione di Salerno sulla parte nord della città. Il paesaggio che sempre da allora mi sono portato dentro è quello del mare della costiera amalfitana. In questo momento si affaccia in me il ricordo lancinante degli scogli che si vedevano sotto il nostro terrazzo a strapiombo sulle onde spumeggianti”.

L’azzurra memoria racchiude trentacinque anni di poesia, l’autore ha voluto inserire, in questo volume, il fiore della sua produzione poetica, che va dal 1970 al 2005. Le poesie sono, per lo più, salvo alcuni testi inediti, tratte dalle precedenti sillogi, che suddividono a mo’di sezioni il libro.

Le forme espressive usate da Fontanella sono molto varie: si passa da poemetti dal contenuto narrativo, a brevi epigrammi, ad elegie, ad incursioni nella prosa poetica, queste ultime molto frequenti nell’ultima raccolta fontanelliana, Oblivion.

Una delicata visionarietà pervade molte composizioni di Luigi Fontanella, il quale da sempre ha amato i poeti di una forte ispirazione visionaria e simbolica. Non si deve dimenticare che l’autore nei suoi anni universitari, trascorsi alla Sapienza di Roma, studiò a fondo i poeti simbolisti e i surrealisti, per laurearsi, infine, con una tesi su Breton e il suo passaggio dal simbolismo al surrealismo. Visionarietà e toni surrealisti si possono leggere in questi versi tratti dalla silloge, Stella saturnina: “ Avvolto in calme apparenti | ove foglio e risveglio hanno stretto | un patto nebbioso dubbioso, una muta | ossessione oltre il velame,…”.Le immagini fluiscono rapide, quasi delle epifanie quando il nostro autore si trova in uno stato di spaesamento; ma quando avviene questo? Quando l’autore è in viaggio; è, infatti, proprio il viaggio a creare nell’animo di Fontanella una sorta di terra di nessuno, dove vengono proiettate e vivificate dalla mente figure, forme, apparenze, la cui memoria riemerge con incredibile vivezza. Nella poesia Ombre, tratta dalla raccolta Azul, scrive l’autore: “Si proiettano in lunghezze micidiali o varabili | calpestate da passi ora frettolosi ora indolenti | ora pigramente randagi…”.Il viaggio è dunque una delle tematiche principali della poesia di Luigi Fontanella e riflette appieno la sua condizione esistenziale. L’autore,infatti, partito per gli Stati Uniti, con una borsa di studio Fulbright, con l’intento di studiare l’influenza di André Breton in Messico e negli Stati Uniti, ha finito per divenire ordinario di lingua e letteratura italiana all’Università di New York. Di qui i continui spostamenti da un continente all’altro di Fontanella, il quale, tuttavia, ha sempre mantenuto stretti legami affettivi e culturali con l’Italia. Sul piano letterario, infatti, come afferma lo stesso autore, anche se ha subito influssi ed amato la poesia nord-americana, e ciò è evidente laddove il verso assume un andamento più narrativo, egli, tuttavia, si è sempre sentito più vicino al panorama letterario culturale italiano ed ha prediletto la lirica italiana per quegli scatti , quei cortocircuiti, che ritiene fondamentali a fine dell’originalità e della novità di una poesia.

Un’altra tematica ricorrente nell’autore è l’angoscia del tempo, che, inesorabilmente, travolge tutto e tutti , perché ad essa è connessa l’idea della morte. Scrive l’autore nella suite dedicata al padre: “ Mi scopro a ripensarti all’età mia di adesso | cogliendo con orrore la spietatezza del tempo | e la pochezza che mi resta sotto la giacchetta.”Il poeta si accorge con orrore del passare del tempo, lui un tempo figlio ora improvvisamente invecchiato: “ Io di colpo intristito, imbambolato: | gli anni mi erano caduti tutti addosso. Non ero più il giovinetto ch’ero stato” .

La poesia ha, quindi, per Fontanella una funzione catartica, lenisce il dolore della scorsa del tempo, fuga il timore della morte.

Oblivion è il libro più recente del nostro autore, pubblicato nel 2008 con l’Archinto di Milano. Una sorta di spaesamento, di sogno avvolge l’autore: la memoria, la realtà stessa tendono a sfaldarsi, a svanire per sempre:“lieve | un suono di campana | sguscia | fra rado vociare | di pochi passanti, crea | un’ovattata coloratura | passi | scalpiccio d’aureola | tutto ruota in un infinito dileguarsi | di respiri”.

Vi è nella poesia di Fontanella una lotta, un corpo a corpo con il tempo che fugge, che minaccia, perché tutto e destinato a sfaldarsi, a perdersi come i sogni, i “lapislazzuli sfrangiati” di un’infinita giovinezza. L’autore sembra dirci con Calderón della Barca: “Non vedete che è stato mio maestro un sogno, e che sto temendo di risvegliarmi e di ritrovarmi nella mia chiusa prigione?”.

Cosa resta si chiede l’autore nella poesia di chiusura della raccolta, Gli scialli di Ypnos, se non rileggersi “dopo aver soddisfatto le scommesse? | Lontano e lontanato, | di fronte a questo autunno di foglie e maschere”. L’autunno, metaforicamente l’autunno della vita, in questi versi, si è fatto di foglie, ma anche di maschere, ossia di infingimenti, perché lo sguardo non vada oltre, non veda la spietatezza della realtà, ossia l’ ineludibilità della morte. Lo scorrere implacabile del tempo è l’oscura, dolorosa minaccia d’ogni esistenza, a cui solo la memoria può fare da controcanto,“controdolore”: “Angeli del controdolore, | qui vi aspetto e con voi | m’innalzo sul più alto pinnacolo. | Smembrato, svolato, | svampito, acquoreo…”. I ricordi servono,quindi, ad alleviare il dolore esistenziale dell’autore stesso, il quale si sente trasportato da loro in una dimensione esistenziale nuova, in una superiore levità.

Anche in questo libro, come nei precedenti, vi è una grande libertà e varietà di forme nella poesia di Luigi Fontanella. Come ha scritto, in una bellissima recensione alla raccolta Oblivion, Paolo Lagazzi: “– passato e presente, gli incontri e la solitudine, i fiori residui del mito e le morse del reale, le carezze segrete degli angeli e la fuga impietosa degli anni – s’incrociano in una partitura di poèmes en prose e di versi per disegnare una specie d’arazzo di nuvole e vento”. Un tessuto discontinuo e poroso, eppure innervato da una passione che egli imprime da cima a fondo lo stigma d’un gesto testimoniale, d’un resoconto doloroso e necessario”.

Oblivion è anche il titolo di una dolcissima, struggente composizione di Astor Piazzola, in cui il ritmo serrato della danza, lascia spazio ad una melodia lirica e introspettiva. Non so se Fontanella abbia avuto presente questa melodia, quando scriveva questa sua raccolta, resta comunque il fatto che i versi dell’autore hanno un ritmo musicale sorprendente e, oserei dire, costituiscano nell’insieme una vera partitura musicale.

Questa musicalità è resa ancor più evidente dalla varietà delle forme espressive utilizzate dall’autore, da una sorta, potremmo dire di contaminazione stilistica. Del resto anche Astor Piazzola restava magicamente sospeso tra tango, jazz e musica classica.

Vi sono nel libro, momenti di intenso lirismo, sempre, tuttavia, contenuto e rarefatto: “ sirìaca la dolce visione, | nel sogno chiedeva accoglienza | e forse riparo, come nel | lamento appena sussurrato, sfinito | di quella donna velata in viso…”. Il tono del linguaggio dell’intero volume, pur nella sua mutevolezza, si mantiene sempre elegante, limpido ed esatto.

Visione e realtà, in conclusione, sogno e memoria, minaccia del tempo, costituiscono l’ordito di Oblvion, dove nel gesto d’un bambino il poeta ritrova: “aria e tempo dissolti | stasera | come respiro | che assopisca il dolore | filo di lana che si raggomitola | e s’aggruma | in pugno chiuso inconsumato”.

Recensione
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