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Umberto Piersanti e la fiaba nordica

L’immagine di una casa, persa giù nel fosso, ritorna di frequente nella trilogia einaudiana di Umberto Piersanti. Era quella della nonna, situata in un luogo isolatissimo delle Cesane.

Lì l’autore passava (più che a Che’ Gino, dove era nato il padre) ogni estate ed ogni autunno. Assieme alla nonna viveva Madìo, il bisnonno: “alto, gli occhi azzurro-cerulei con una benda, i capelli biondi e lunghi”[1], così Piersanti nel libro-intervista Il canto magnanimo, ce lo descrive. Da lui l’autore ha ascoltato tutte le leggende, i racconti fantastici di quella terra. Scrive nella poesia La casa : “o casa di mia nonna e dei racconti  / ed il nonno Madìo con lo sprovinglo,  / lo sprovinglo, il diavolo cane nero,  / il diavolo ch’era sempre a quattro passi.” [2]

In quel luogo appartato e remoto, il piccolo Piersanti, bambino di città, nutrito già di molte letture, è venuto a contatto con quella magica cultura contadina, che sarebbe di lì a poco scomparsa. Ha appreso l’oralità ed ha imparato ad amare intensamente la natura.

Sui monti delle Cesane si estende, tra Urbino e Fossambrone, un’ ampia foresta demaniale, ricchissima di vegetazione. La ricoprono alte conifere, delle più diverse specie, provenienti da tutte le parti del globo. Ma non mancano, tuttavia, anche piante comuni quali il ginepro blu e il ginepro ossicedro, dalle bacche rosse. Inoltre si trovano anche piante autoctone di carpine,di roverella e di ornello. Svariati tipi d’animali abitano il bosco: la volpe, il tasso, la faina, lo scoiattolo, la lepre, il cinghiale, il daino, il capriolo e il cerbiatto. Nel cielo volano merli, cincie, ghiandaie e molte varietà di uccelli rapaci.

Tutto questo mondo naturalistico, complesso e variegato, è entrato a far parte integrante della poetica, oserei direi, della stessa Weltanschaung piersantiana.

Già dalla raccolta I luoghi persi Umberto Piersanti diviene il cantore delle Cesane e di quella civiltà contadina, ormai perduta. È un recupero memoriale non realistico, ma mitico e favolistico.

Vi è sempre nelle pagine dell’autore una strenua colluttazione contro l’ineluttabile dispersione del tempo, alla quale lo stesso contrappone una dimensione “altra”, trasognata o meglio incantata. Anche i protagonisti di questo suo mondo trasfigurato vengono mitizzati: si tratta sempre, comunque, di una mitografia personale. La nonna Fenisa, custode di ogni tradizione, e la madre del poeta diventano i numi tutelari di quel mondo magico, forse per sempre perduto, di cui Piersanti si fa consapevole rapsodo.

La sua già ricca poetica si arricchisce, quindi fin dalla prima raccolta dei libri einaudiani, di un particolare afflato fiabesco.

Il tempo nella fiaba è astorico, cioè non si può posizionare in alcun’ epoca determinata. Inoltre il suo fluire è irregolare, a volte sono presenti dei flashback, dove si parla di cose o persone perse, o comunque di avvenimenti del passato. Se si riflette anche solo sui titoli della trilogia: I luoghi persi, Nel tempo che precede, L’albero delle nebbie, e sull’indeterminatezza temporale, cui sono ispirati, ci si rende conto di come questa caratteristica sia intrinseca all’universo piersantiano. In Un settembre lontano risuonano i versi: “sono fermi i miei cari nella luce  / che dal fosso immobile trapassa  / gli spazi e gli anni,  / sale per i cieli,  / ma le figure  / che stanno dentro incise  / non perde o scorda” [3] . Frequentemente l’autore interrompe la narrazione per ricordare un episodio del passato, alfine d’arricchire di sfumature la narrazione: “dove tu vai tenente  / non crescono le viole  / non corre l’erba,  / solo s’alza la sabbia  / e tira il vento, anche il fuoco  / t’aspetta nel deserto  / / oggi, al fosso della biscia  / passo solo, gli asparagi  / li cercano solo di festa…”[4].

Il succedersi di una varia e mutevole sequenza temporale dei verbi sottolinea ancor più l’indefinitezza temporale dell’orizzonte poetico dell’urbinate.

Del resto, fin dalle prime raccolte piersantiane si delinea l’istanza di una fuga dal tempo sociale, percepito come “un atroce feticcio”, e la ricerca di una dimensione esistenziale volta principalmente alla bellezza e all’armonia, canoni imprescindibili della poetica di Piersanti.

Il linguaggio delle fiabe è quello popolare, in genere semplice, ma ricco di tonalità, di modi di dire. Spesso il nostro autore fa ricorso ad una lingua quasi mai scopertamente dialettale, ma che s’ispira comunque molto al gergo dell’Italia centro-adriatica, per dare al racconto poetico tutte le sfumature, le vibrazioni, quasi in un sapiente gioco sinestetico, della sua terra e della sua memoria: “ma l’ucielletto piccolo  / in ’tla cova  / - gli altri sono volati  / dentro il gelso-  / vede i àcin gonfi e trasparenti,  / e l’afferra la voglia  / tenta il volo”[5].

Il contatto, fin da piccolo, con la natura e gli animali, con un mondo complesso, variegato, strettamente legato alla terra e ai ritmi delle stagioni, ha sviluppato nel poeta quasi una percezione estetico-animista . Ogni fiore e ogni più piccolo animale nella sua poetica hanno un’eguale dignità e vibrano di uno stesso spirito vitale.

D’altra parte, un tempo, il rapporto che legava gli uomini, che vivevano dei frutti della terra, era strettissimo sia con le piante che con gli animali. L’immaginario popolare era animato di esseri mostruosi, mezzi uomini e mezzi animali, di gnomi, di folletti, di spiriti degli alberi, di ibridi vegetali. Tutto questo bagaglio culturale, religioso ed immaginario, dei contadini europei prima della Controriforma, verrà dalla stessa demonizzato e relegato, possiamo dire, nell’inconscia memoria collettiva, ossia nell’universo della fiaba.

Come ricorda il poeta nel Canto magnanimo, il bisnonno Madìo gli raccontava sempre, come fosse la cosa più normale che potesse capitare:- “El sé Umbertino sa m’è succes ogg? –Sa tè succes nonn?(lo chiamavo nonno, mai bisnonno) –Giv giò per la piantata sal birocc. Santa madonna, ho visto un cagnetto pcin, pcin, m’ha fat anca compassion e l’ho mess dentra al birocc; ogni passo il biroccio faticava sempre di più, i bua tiravano ma non ce la facevano, guardo il cagnetto, ogni momento era più grosso e più nero e poi dal pelo mandava i lusini e i lampi, allora gli ho detto: “ Per el tuo dio, ma tu sei il diavolo!”, gli ho dato una frustata e lui è volato dietro il monte della Conserva”[6].

Il piccolo Umberto viene a contatto, quindi, presto con la cultura popolare-contadina, che in lui si unisce ad una precocissima vocazione letteraria. Già da ragazzino legge, infatti, come un libro d’avventure, La Gerusalemme liberata e a quattordici anni il poema pastorale l’Aminta del Tasso, lettura che sarà fondamentale per la sua formazione.

L’origine dell’immagine del pastore, che appare di frequente nelle liriche del poeta, è sia letteraria, quanto reale. L’autore, infatti, ha realmente, da bambino, aiutato il cugino a parare le pecore per la piantata, smarrendosi,tra libri e natura, in una contemplazione idillica.

In Italia, del resto, vi è stata sempre una straordinaria tradizione di poemi bucolici.

L’idillio però nella poetica dell’urbinate viene sempre minacciato da un’ombra o da un pericolo,che può essere rappresentato da una serpe che sbuca d’improvviso o dall’anima di un defunto: “pastore che cammino  / quella notte!  / e le fonti gelate,  / le anime che ridono  / e t’aspettano,  / la neve che si spacca  / e che t’inghiotte”[7].

Emanuele Trevi ha definito la poesia piersantiana “ un’arcadia d’ombra”; sembra, infatti, che il Rinascimento e l’Umanesimo, presenze vive nei versi dell’autore marchigiano, si tingano di influssi nordici, per le improvvise ombre che frantumano la luce e per il flusso inquieto e stupito delle sensazioni.

Una delle caratteristiche precipue della letteratura nordica è quella d’essere sospesa tra sogno e realtà e di trasportare la nostra mente in un magico paesaggio popolato di fate, troll e animali parlanti. In una lirica d’ispirazione magica e fatata, scrive l’urbinate:“proprio attaccato al tronco, dove  / la terra manda fumo fitto  / dall’erba gialla, esce il folletto,  / sale tra i rami in volo,  / ci passa in mezzo,  / senza nemmeno un graffio  / è fatto d’aria..”[8]. Come nelle fiabe, i boschi nell’immaginario poetico piersantiano sono pieni di presenze vive: folletti, anime dei trapassati: “viene allora la serpe, sale sul masso  / diventa una persona, morta come  / le anime che vedi dentro il bosco”[9]. Anche la nebbia che scende improvvisa o il cielo che si fa di “pece” sono di evidente derivazione nordica: “vagava nella nebbia, lanciò un richiamo  / stridulo, che indica paura  / giunsero ma più fioche le altre grida  / è inutile che implori se ci ha lasciato  / nessuno da qui dentro lo può salvare”[10]. Simbolicamente la nebbia rappresenta l’indeterminato, il fantastico, ma anche il passaggio da una condizione ad un’altra; nelle pagine dell’autore è indice spesso di uno stato di smarrimento: il varco impenetrabile, talvolta, che lo separa dalla vecchia casa, dalle persone amate e dal loro mondo.

Nella rievocazione delle origini Umberto Piersanti opera quasi una regressione al suo stato adolescenziale di letture e di vicende. Carlo Bo nella post-fazione ai Luoghi persi precisa : “Questo ritorno alle origini, consacrato soprattutto alla memoria della nonna, avviene nella maniera più semplice e in un contesto che non si fa mai favola ma è presenza, passione e carica vitale”. La poesia dell’urbinate è fatta del suo stesso sangue, sembra dirci il grande critico, perché nasce concretamente dal suo vissuto.

Nell’universo lirico del poeta, infatti, confluiscono all’unisono tutte le sue esperienze e la sua vasta cultura, senza che vi sia nulla della fiaba, se per questa s’intende un modello, un canone esteriore.

L’elemento fiabesco, oserei dire,entra quasi inconsciamente nella particolare e raffinata Erlebnis dell’autore, che ha, infatti, una percezione stupita e prodigiosa della natura, connessa ad una sorta di spaesamento di fronte alla realtà, la quale nelle sue mani diventa “altra”.

Le Marche non sono ricche di fiabe, precisa Italo Calvino nella sua celebre raccolta; tuttavia, nella tradizione locale, troviamo le figure, presenti anche nell’opera di Piersanti, dello sprovinglo, misterioso cane nero che salta sui birocci e del lupo che fugge quando sente il campanaccio:“trema il lupo a sentirlo, scappa via”[11].

L’urbinate già nella sua prima raccolta einaudiana, ambientata in gran parte nelle Cesane, crea delle fiabe, dedicandole ai fiori e ai cespi. L’autore, pur partendo dal modello pascoliano, se ne discosta ed immagina per ogni fiore una storia ed un sortilegio nuovo. Il favagello, il più amato, forse, tra i fiori, se viene colto da una ragazza dopo che è stato tre giorni sotto la neve fa sì che: “sale nel vetro l’uomo, sale le scale  / bussa alla porta  / e aspetta se lei apre”.[12]

Non è importante sapere se fra le letture giovanili di Umberto Piersanti vi sia stata quella di Hans Christian Andersen ; quello che, a mio avviso, è rilevante notare tra i due scrittori, così lontani per epoca e genere letterario, è la particolare affinità che li unisce nella percezione delle cose e del mondo.

La “poesia” del grande danese, infaticabile viaggiatore, nutrito di molte letterature e di infiniti paesaggi, di cui rivivono gli echi nei racconti fatati, fonda saldamente le radici nella sua terra.

Andersen non dimenticherà mai il mondo dell’infanzia: l’immagine della madre povera e del piccolo giardino attorno alla casa ed inoltre quel mondo fantastico, che gli si è rivelato, come ricorda il noto studioso Knud Ferlov, quando ascoltava i racconti, nelle lunghe veglie, della povera gente.

Similmente nel trittico edito dalla Einaudi, anche se vi sono alcune liriche ispirate ad altri luoghi, tutta la sostanza del canto è rivolta ad un recupero quasi magico delle figure emblematiche, dei fantasmi e dei sogni dell’infanzia dell’autore, vissuta, in gran parte, in un universo contadino, impervio e terragno.

Entrambi gli scrittori, fin dai primi anni, hanno imparato a conoscere e ad amare la natura nel suo complesso, quale luogo di meraviglie, dove ha voce anche il più piccolo filo d’erba. E nelle loro opere si profila una sorta d’antropomorfizzazione della stessa: animali e piante vivono e soffrono come gli uomini, le loro vicende sono simili.

Nella fiaba La margheritina, Hans Christian Andersen fa vibrare il dolore tutto umano del piccolo fiore gettato via, dopo la morte dell’allodola: “e nessuno pensò a lei, che aveva sofferto più di tutti per il povero uccellino, e che sarebbe stata tanto felice di poterlo consolare!”[13]

Uguale è il dolore di un ultimo cachi, che dopo aver sopportato vento e gelo, viene spolpato e ferito da un merlo nero: “ieri lo beccava un merlo  / nero, le zampe  / piantate nella polpa,  / a tratti io m’affaccio,  / l’uccello sempre lì, col becco teso,  / a ferirlo, a portar via la carne…”.[14]

Nello scrittore danese l’ispirazione è spesso idillica e religiosa, ricca di sfumature psicologiche, ma sempre con le radici nell’esperienza vissuta e sofferta della realtà. Ed anche in Andersen, come nella poetica di Piersanti, gli attimi perfetti, cioè colmi di una gioia piena e serena, durano poco, in quanto vi è sempre una minaccia, metafora dei pericoli insiti nella vita, in agguato, pronta ad annullarli.

Nella fiaba, Una foglia caduta dal cielo, scrive l’autore: “Ma nel bosco la pianta meravigliosa continuò a fiorire, sembrava quasi un albero, e tutti gli uccelli tornati da lontano andarono a inchinarvisi davanti, specialmente la rondine e la cicogna.

È una posa forestiera! Dissero il cardo e la lappola. Qui in patria non potremmo mai comportarci a quel modo!

E le lumache nere del bosco sputarono sulla pianta.

Venne poi il guardiano dei porci, che strappò cardi e festoni per farne cenere, e tutta la pianta meravigliosa fu messa sul fascio, radici comprese”[15].

I poemi idillici sono stati sempre molto amati da Piersanti, soprattutto l’Aminta , come si è già ricordato. Scrive Roberto Galaverni in Dopo la poesia: “ l’immagine del mondo vitalissimo, appassionato ma gentile della favola boscareccia di Tasso, che leggenda vuole iniziata proprio tra le colline del territorio di Urbino, rimane sempre all’orizzonte della sua poesia come luogo luminoso, di pienezza e di gioia interamente terrestri, che con la sua rifrazione ricchissima ne costituisce il primo nutrimento e insieme la direzione più certa” [16] .

La ricerca, quindi, dell’armonia classica e dell’idillio, quasi di un’età dell’oro, di cui lopera di Torquato Tasso rappresenta il modello irraggiungibile, sottende alla poesia dell’urbinate: “l’età dell’oro è come  / un cielo chiaro, i dolori  / lo scorrono fugaci”[17]. Ciò non toglie, tuttavia, che questa ultima permanga intrisa delle vicissitudini, delle esperienze dello scrittore, quasi “impastata di vita”, come ha sottolineato, ancora, il grande critico Carlo Bo.

Nel vasto universo culturale e poetico piersantiano, precisa Galaverni, trova spazio un certo sincretismo culturale, in base al quale convivono elementi classico-pagani assieme a componenti cristiane; il tutto pervaso da un immaginario di tipo gotico, con immagini tratte dalla mitologia nordica.

Nel tempo che precede ci appare l’icona della fata ingannatrice: “ pastore, io t’ho scelto,  / sei fortunato, alla tua vita  / dono un giorno colmo.  / Dopo…dopo che importa?  / solo chi non ha colto rosa  / non s’è punto  / e la fata prese lui per mano /si stese dentro l’erba, lo tirò dentro // si risvegliò nel fosso, / le sue pecore attorno / col muso giù a brucare, / solo che era inquieto, / senza sapere” .[18]

Ma anche nella fiaba omonima di Andersen, la regina della neve con un bacio riesce a sedurre il piccolo Kay e a condurlo nel suo gelido regno: “Volarono sopra boschi e laghi, sopra mari e terre; giù in basso sibilava il vento freddo, ululavano i lupi, scricchiolava il ghiaccio e al di sopra di esso volavano neri corvi gracchianti, ma in lato, sopra a tutte le cose, brillava la luna così grande e chiara; e a lei guardò Kay in quella lunghissima notte invernale, all’alba giaceva addormentato ai piedi della regina della neve.” [19]

Prodigiosi sono gli erbari e i bestiari che accomunano i due scrittori.

Moltissimi sono i fiori semplici e comuni che compaiono nelle pagine del danese: la margherita, la rosa, il giglio rosso dei campi, il convolvolo, la primula, i giacinti, il piccolo ranuncolo. Ad ognuno, il celebre favolista, regala una voce e una storia da raccontare.

Dei fiori, che spesso nascono spontanei sui campi o che spuntano faticosamente dalla neve, ci parlano anche i versi di Piersanti. Scrive l’autore nella poesia dedicata al ranuncolo delle canne: “crescono radi ed alti tra le canne /che d’aprile son verdi come foglie /nitida la corolla, umida e gialla”[20]. La nomenclatura botanica dell’urbinate è, forse, a mio avviso, più ricca e varia, perché è un appassionato osservatore della fauna e della flora della sua terra.

Ma è la percezione del dolore insito nella vita ad accomunare entrambi gli scrittori. Un dolore universale che coinvolge tutto indistintamente il creato, cui nessuno può sfuggire, se non per attimi, forse istanti.

Del poeta marchigiano la lirica L’ucielletto, simbolicamente configura la precarietà, il pericolo sempre insito nella vita, la crudeltà stessa della natura. L’uccellino, infatti, appena spicca il suo primo volo, viene divorato dalla serpe: “dentro la malva viola /la serpe attende, /avvampano le foglie /volano piano, / la luce e l’aria / beve l’ucielletto, /il suo ultimo sole / brilla e scende”.[21]

Dello stesso segno la fiaba L’abete, nella quale il grande danese narra la triste vicenda di un abete, che, dopo aver sognato per lungo tempo di divenire uno splendido albero natalizio, una volta realizzato il suo sogno,viene prima rinchiuso in una soffitta ed infine, ormai secco, bruciato sotto un grande paiolo: “Pim! pam! ma a ogni crepitio che era un sospiro profondo, l’albero pensava a un giorno d’estate nel bosco lontano, o alle notti d’inverno, quando le stelle splendevano nell’aria, e pensava alla sera di Natale e a Poldo-Balordo, l’unica fiaba che aveva udito e che poteva raccontare; ed ecco che l’albero era già consumato!”[22]

Ma è il sentimento del fine ultimo dell’esistenza a distinguere profondamente la Weltanschaung dei due autori. Hans Christian Andersen ha una visione sostanzialmente religiosa dell’esistenza: solo la comunione con Dio può liberarci dalla sofferenza. Nella piccola fiammiferaia scrive: “ Mai era stata così bella la nonna, né così grande; ed ella sollevò la bambina nelle sue braccia ed entrambe, risplendenti e felici volarono in alto, sempre più in alto, dove non c’era più il freddo, la fame, l’angoscia, accanto a Dio!”[23]

Umberto Piersanti, invece, è caratterizzato da un tenace vitalismo, ha una fede profonda solo ed esclusivamente nella vita: così fragile e talvolta amara, ma capace di regalare attimi colmi di gioia e tenerezza: “e l’uccelletto sbalzato dal nido /la serpe falciata /dentro il fieno? / /Il riso cogli asparagi /stasera, /vita fragile e assurda, /vita anche lieta”[24].

Ed è in questi attimi compiuti, “perfetti”, che il poeta ricompone il senso stesso dell’esistenza e del dolore. Dal desiderio insopprimibile d’evasione e di ricerca di fuga dal contingente scaturisce, infatti, la dimensione del fiabesco, che in lui diventa un modo particolare di guardare alle cose, trasognato ed incantato, al di là di ogni possibile influsso letterario nordico.

Il figlio dell’autore, Jacopo, malato d’autismo, al quale è dedicata un’intera sezione del recente libro, nei versi del padre diviene un personaggio strano, enigmatico nella sua bellezza e lontananza : “e t’ho visto allo specchio /e m’eri accanto / adolescente forte, luminoso, / ma tu non sai / è ferma la parola / a un ottobre mite e maledetto” .[25]

Nel complesso e ricchissimo mondo poetico di Umberto Piersanti, che, in una splendida recensione a L’albero delle nebbie, Giancarlo Pontiggia ha definito il più intenso ed il più ispirato dei poeti d’oggi, trova,quindi, una sua precisa collocazione il mondo della fiaba. Ed è da questo angolo di visuale che si possono individuare affinità, quasi elettive, con lo scrittore danese; similitudini connesse alla forza lirica, all’amore rivolto al mondo creaturale e alle loro reciproche terre, infine, alla dolcezza e tenerezza delle loro evocative narrazioni.

Entrambi, forse, hanno sempre, per strade diverse, ricercato il misterioso “ fiore azzurro” . Non a caso Novalis sosteneva che tanto più un’opera è poetica, tanto più è fiabesca, perché la fiaba è “il canone della poesia”.

Note


[1] R. Galaverni, M. Raffaeli: Il canto magnanimo,peQuod, Ancona,2005, p. 26.

[2] U. Piersanti, I luoghi persi, Enaudi, Torino, 1994, p. 44.

[3] U. Piersanti, L’albero delle nebbie, Einaudi, Torino, 2008, p. 12 .

[4] Ibidem, p. 10.

[5] U. Piersanti, Nel tempo che precede, cit., p. 66.

[6] R. Galaverni e M. Raffaeli, Il canto magnanimo, cit., p.24.

[7] U. Piersanti, Nel tempo che precede, cit., p. 21.

[8] Ibidem, p. 7.

[9] U. Piersanti, I luoghi persi, cit., p. 78.

[10] Ibidem, p. 83.

[11] Ibidem, p. 80.

[12] Ibidem, p. 54.

[13] H. C. Andersen: Fiabe, trad. A. Manghi e M. Rinaldi, Einaudi, Torino, 1992, p. 105.

[14] U. Piersanti, L’albero delle nebbie, cit., p.108.

[15] H. C. Andersen, op., cit., p.358.

[16] Roberto Galaverni, Dopo la poesia, Fazi Editore, Roma, 2002, p. 163.

[17] Umberto Piersanti, Nel tempo che precede, cit., p. 110.

[18] Ibidem, p. 9.

[19] H. C. Andersen, op., cit., 204.

[20] U. Piersanti, I luoghi persi, cit., p. 63.

[21] U. Piersanti, Nel tempo che precede, cit., p. 66.

[22] H. C. Andersen, op., cit., p. 198.

[23] Ibidem, p. 264.

[24] U. Piersanti, Nel tempo che precede, cit., p. 141.

[25] U. Piersanti, L’albero delle nebbie, cit., p. 69.

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