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Poesie future

l'altrove

Poesie future di Carla Malerba è un’opera onesta, un itinerario poetico in cui lo svolgimento dei versi segue la rappresentazione rigorosa della stagione recondita, appartata lungo la solitaria riflessione dell’autocoscienza, indica il richiamo di una introspezione correlata a una voce interiore sincera e spontanea, sviluppa, nella considerazione percepibile della realtà, l’evoluzione di un dialogo spirituale, persuaso dall’intonazione degli slanci intellettivi e dal presentimento conoscitivo delle emozioni.

La poetessa ricostituisce la saldatura di ogni legame affettivo attraverso il passaggio dilaniato dell’esperienza personale, supera il varco del dolore testimoniando, nella frattura della nostalgia, la propria incompiutezza, attribuisce alla tensione poetica il tentativo morale di riconquistare la dignità del mondo sociale, riconosce all’esito prodigioso della verità la fiduciosa speranza di libertà, nelle indeterminate occasioni di congedo dalla temporanea indagine sulla fragilità, eleva lo strumento d’inchiesta nell’indefinita sensazione di una partecipazione immutabile e costante alla vita, comunicando nell’acceso desiderio di assoluto la necessità corrente di una prospettiva salvifica e l’avvertimento del movimento del tempo attuale. I testi immettono l’appartenenza a una solitudine crudele, la desolante estraniazione nei confronti della contraddizione etica tra il distacco della superficie esterna e il coinvolgimento della estensione interiore, condannano l’irrimediabilità di ogni distanza, relegano il confine del disagio nella consapevolezza dell’ispirazione, nella facoltà cosciente della parola poetica. L’essenza della poesia di Carla Malerba concentra la sua consistenza diffondendo la luce immaginaria dell’altrove, rievoca la consistenza dell’amore, restituisce la singolarità dei ricordi oltre la sottrazione dell’ombra, invoca l’incantesimo della propria terra d’origine, riportando la direzione di ogni accadimento vissuto lungo l’argine autentico dell’equivalenza miracolosa del cuore.

L’inquietudine di Carla Malerba giunge alla riva di un’eredità sentimentale in cui la dilatata trasparenza delle aspettative intensifica la divinazione della comunicazione futura, arricchisce il frammento dei versi fugaci nell’interpretazione di un insegnamento universale, tramandato dalla purezza della memoria e dalla variazione delle infinite rinascite sentimentali, custodisce la malinconia del rimpianto, ascolta la quiete delle intese perdute. L’orientamento lirico e illuminante delle espressioni intuisce la saggezza sostenuta con la modulazione lieve e disillusa della sopravvivenza, cede all’abbandono del malessere esistenziale collegando la concessione di ogni salvezza individuale alla sponda di una difesa incandescente che incendia l’indicazione della confessione nelle sconfitte e avvicina l’orizzonte dell’attesa per la felicità.

Una selezione di poesie tratte dalla raccolta:

Cercherò la parola mare
per quante volte l’ho scritta
cercherò di non farmi dominare
dalla perversità della rima
o dalle immagini aperte.

Meglio la chiusa parola
che travesta il mistero
meglio celare il pensiero
di ciò che tocca a ciascuno.


Che strano gioco
quest’aria senza vento
e questa luce piena nella stanza.
L’estate spande intero
il suo colore
e s’inoltra
il silenzio nelle cose.
Giallo il sole,
lontano un abbaiare,
una sedia nel mezzo della stanza.


Quella notte mi persi
in una solitudine di stelle.

Dall’alto mi spioveva
un senso vitale, la mia forza,
il mio dolore umano.

Dalla porta dell’ombra
andavano i miei passi
alla piazzuola.

Misuravo i moti di quel cielo
distante, straniero ai miei.
Ma dalle schegge dei mondi
traluceva un riflesso verso me.


Ad ogni ora passo
sotto le tue finestre
se mai un tratto mi appaia
del tuo viso.

Sfioro con le mani
la porta che apri ogni giorno
se mai il tuo odore, impercettibile,
vi sia rimasto.

Forse la mia poesia, stanotte
ha bisogno di alimentarsi
alle porte del silenzio
perché stilla inconfortabile
dal dolore del tuo rifiuto.


Lascio una terra
persa in acque di infiniti azzurri
in cui pigro trascorre il giorno
e la notte si apre
al connubio dei pollini
che infioreranno rocce e rovi.

Torno ai dolci profili di colline
dove le cime degli alberi
si muovono al vento
e sussurrano accordi.
Qui l’aspro del mare
non giunge.

Ma del vulcano scabro
fiorito nei pendii
di rossi cappelli di fate
porto negli occhi l’alto profilo.


Se mi trovassi
un giorno a camminare
tra gente sconosciuta
in vicoli in penombra
-ombra di sogno-
forse la gioia dell’amalgama saprei
nei gomiti che sfiorano
agli stretti passaggi,
la felicità dei sassi
che vivono di vita perenne.

A cura di Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Recensione
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