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Viaggio “clandestino” nell’infinito letterario e umano del Novecento

Nella cultura ‘on the road’ c’è una particolare
visione del viaggio […] per John Steinbeck ‘the road’
era la strada del mare, la lingua vitale. Così è stato
anche per me che nel tempo ho calcato molte
strade e del viaggio ho fatto una delle ragioni del
mio intendere e comprendere il mondo.

(p. 133)

“Del viaggio ho fatto una delle ragioni del mio intendere e comprendere il mondo”. Apriamo questa recensione citando le parole di Francesco Alberto Giunta, autore di questo saggio, Solitaire. Viaggio “clandestino” nell’infinito letterario e umano del Novecento, perché ci sembrano le più rappresentative della sua volontà di viaggiare come facevano i grandi intellettuali del Grand Tour, per un profondo desiderio di conoscenza del mondo e delle sue manifestazioni.

L’autore ci prende per mano e ci conduce in questo viaggio della memoria, dove sono ricordi, esperienze di vita, incontri quelli che riviviamo insieme a lui sfogliandoli nelle pagine del libro, pagina dopo pagina, emozione dopo emozione, come si farebbe scorrendo lentamente un album di foto, rimembrando di volta in volta un viso, un luogo, un sentimento vissuto in passato e mai dimenticato perché ha lasciato tracce profonde sulla pelle dell’autore, segnandone la vita e l’esperienza.

L’opera si compone di tre parti, intitolate rispettivamente: ‘Il viaggio’, ‘Interviste, incontri, recensioni’ e ‘Saggi’. In esse, variamente disseminati, i racconti e le esperienze vissute. Le storie si avvolgono, una sull’altra, una dentro l’altra, con un’evidente varietà. Ma cosa lega tutti questi luoghi, questi personaggi incontrati, le loro storie, le loro vite? Unico punto in comune di tutto il volume ci sembra essere la passione, che è alla base della scrittura stessa, la passione di questo “viandante” in cui si fonde amore per la letteratura e una profonda umanità. Poesia e quotidianità. Un’avventurosa escursione nel Novecento, che trascina il lettore nell’esperienza del vivere dell’autore. L’intensa emozione della parola scritta, e, di conseguenza, la vita vissuta da sempre come arte dell’incontro.

Il saggio si apre con due dediche:

Memorie di un viandante che viene da «quell’isola dell’Africa che gli Italiani chiamano Sicilia». Lord Byron

Tu verras dans ce tableau / un promeneur sombre et solitaire, / plongé dans le flot mouvant des multitudes. Charles Baudelaire (tratto dalla dedica de Les Paradis artificiels)

Da queste si evincono alcuni temi principali affrontati nel libro, si tratta di memorie di viaggio, intrecciate ad un amore profondo per la Sicilia e per le proprie origini, sommate all’orgoglio dato dalla consapevolezza di attraversare la moltitudine come farebbe un poeta, da “promeneur sombre et solitaire”. Il sentirsi ‘sombre’ gli permette di avere uno sguardo critico, non distante ma distaccato sul mondo e la storia che lo attraversa; l’essere ‘solitaire’ lo connota come un testimone vivace, che scruta tutto ciò che lo circonda con lo stupore di un bambino, con uno sguardo autentico e mostra una sensibilità particolare davanti all’incanto procuratogli dalla bellezza della natura.

Vi si deduce forte la passione per la lettura, “per me che aspiravo a scrivere e che mi tormentavo nella lettura di tutto quanto mi capitava sotto gli occhi” (p. 27), per la letteratura, per i quotidiani, per la scrittura, tanto da fargli esprimere il desiderio di ‘incarnarsi’ quasi in un libro, fonte unica di tutte le aspirazioni umane e spirituali.

Per me il libro è stato ed è l’amico di ogni tempo e di ogni circostanza; il fedele compagno di ogni viaggio dello spirito, della coscienza, della confessione, ma anche il rifugio sicuro per l’introspezione nel profondo dei pensieri. È consolazione e molto altro il libro. Io vorrei essere un libro! (p. 36)

Nella prima parte del volume, quella dedicata interamente al ‘Viaggio’ troviamo varie espressioni dell’andare dell’autore, attraverso la storia, i luoghi, spesso manifestate con un movimento vero e proprio, ma ancor di più attraverso la letteratura e le sue manifestazioni linguistiche. L’idea del viaggio, del passaggio, comunque è sempre in primo piano e molteplici sono le espressioni usate per ricordare che questo viaggio è un movimento fisico, oltre che spirituale e umano di crescita, un viaggio la cui strada è spesso impervia, da scavare con le mani per farsi strada; e che questa crescita passa soprattutto dalla ‘fatica’ fisica di spostarsi, di camminare, di correre sui sentieri del mondo, e per la maggior parte delle volte di lasciarvisi andare, di abbandonarsi in muto e rispettoso silenzio al silenzio di un’esperienza sconosciuta, étrangère nella forma e nel vissuto alla perenne ricerca di “vie e visi nuovi” in cui tuffarsi come in mare aperto.

Il dopoguerra, periodo storico importante, testimone di fatti terribili, a volte disumani, inspiegabili, costituisce un saggio corposo del volume in cui gli avvenimenti sono narrati come “un’altalena di ricordi, fatti e avvenimenti che si mescolano a pensieri, idee, sogni e attese di noi giovani del tempo” (p. 26). Il 1948 è vissuto dall’autore come foriero di quelle idee, quelle passioni da cui sarebbe scaturita la presa di coscienza, l’attivismo politico e sociale, quella “scalata al dovere di lavorare non solo per raggiungere le mete prefissate ma anche per contribuire alla ricostruzione di un mondo” (p. 42). Una volontà di ricostruire il mondo dalle fondamenta, mettendoci personalmente le mani e il cuore, ed ecco che il viaggio diventa percorso di formazione, “in quella mia decisione di partire sta tutta la storia di me giovane diventato uomo” (p. 42), di crescita interiore, di scoperta di sé. “Partivo, non fuggivo e questo era già un traguardo. […] con passo leggero e discreto mi abbandonai per vie a me sconosciute, ma sentite nello spirito (p. 43)”.

Il mondo nuovo da costruire lo induce a volgere lo sguardo sull’Europa, pur non dimenticando le proprie origini, le proprie tradizioni, il proprio essere un italiano e un meridionale. “Il viaggio mi fu amico anche se non privo di ostacoli: avvenimenti eccezionali a carattere europeo e internazionale erano in fase di realizzazione” (p. 34). Sentimenti contradditori quindi, ma capaci di trasformare le nuove esperienze e le nuove informazioni in quella linfa vitale necessaria a superare il crollo apparentemente ineluttabile dei valori della storia.

La strada fu lunga e disseminata di ostacoli e d’inciampi ma l’entusiasmo, sostenuto da una necessità di chiarezza e di verità, mi spinse a osare, a sottopormi alle più svariate sollecitazioni di conoscenza e non fu sempre impresa facile né adeguata alla preparazione interiore, ma una volta in cammino, bisognava andare avanti per raggiungere quel grado di maturità eletta che il nuovo corso della storia richiedeva (p. 39)

In questo difficile ed impervio cammino, la fede nella cultura siciliana di cui si è nutrito da giovane lo sostiene sempre nel ricordo “In questa terra, molteplici e geniali sono stati i processi di profonda e raffinata cultura. Catania, oltre che nei settori della letteratura, della musica, dell’arte, ha avuto un’antica tradizione giornalistica” (p. 26).

La Sicilia, culla ancestrale di sogni e civiltà di millenaria memoria, terra rigogliosa e generosa, al cui tripudio di colori, profumi e ricordi attingere nei momenti di convivialità con gli amici in terra lontana.

Più del territorio ricordava ora agli amici il profumo degli ‘ubertosi’ giardini, delle distese di aranceti, dei limoneti e degli uliveti nella varietà di colori che, a secondo delle stagioni, contrastavano il giallo oro del grano; il verde cupo delle macchie dei fichi d’India formando una tavolozza di ocra, di arancione, di rosso dei papaveri e dei bianchi delle margherite e dei gelsomini. Un territorio colorato dal giallo delle mimose e anche dai trifogli misti all’arancione delle calendule e all’argento delle artemisie. Non mancava di sottolineare il particolare odore delle zagare in fiore e di quelle marcite, unito al rigoglio della terra dal forte stallatico e al profumo di pingui olive vogliose di essere schiacciate da mani forti per distillare gocce giallo verdognole del loro nettare… (p. 101)

Considerata molto simile a Catania, se non forse vero e proprio ‘alter ego’ della città siciliana per alcune caratteristiche che contraddistinguono entrambe, Napoli viene visitata e vissuta più volte dal nostro autore che subisce il fascino di una “città sorprendentemente originale per il sapiente spirito di condurre la vita secondo binari sconosciuti ad altri popoli” (pp. 87-88).

A Napoli ci sono stato molte altre volte e spesso per riappropriarmi della felicità perduta, per riassaporare una porzione di quell’aria festosa e a volte caustica che soltanto l’autentica popolazione di una Napoli maliarda e severa sa di possedere perché ha saputo sperimentarla nel tessuto della propria anima. E sono sempre ripartito con un malumore nell’anima per quella città che, esaltando la gioia del vivere, promuove quella dell’anima a chi le si accosta senza pregiudizi e riserve mentali (p. 89)

Napoli rivive splendente agli occhi di F.A. Giunta per la sua particolarissima personalità, città “accattivante” o “straniera” a seconda delle situazioni, che egli sente riecheggiare nel proprio cuore attraverso le voci della sua gente, “nei silenzi rumorosi dell’anima quando grida e si ribella” e che ritrova nelle pagine di letteratura dedicate alla città partenopea, capaci di evocare “la gioiosa sua linfa vitale” (p. 88)

È un mondo che molti invidiano per la forza di un vivere quotidiano gioioso quanto misterioso, perché il segreto della vitalità e dell’umore dei napoletani nessuno lo conosce se non gli stessi napoletani. (pp. 89-90)”

Lasciato il continente europeo, la Cina attrae il nostro autore per la varietà del suo immenso territorio e per l’incanto delle bellezze naturali, ma a conquistarlo davvero è il carattere del popolo cinese, la sua gentilezza, la cordialità che appare nella tenerezza degli occhi e nel sorriso e in quella particolare maniera di affrontare la vita in silenzio, nella riflessione e nella calma che deriva loro dalla consapevolezza intelligenza e fierezza di essere figli di una grande e antica civiltà.

Rileviamo brevemente la grande passione per il Continente nero, luogo per eccellenza in cui l’anima può viaggiare libera nei silenzi, nei colori, nei paesaggi sconfinati e incontaminati; un luogo definito “sostanzioso pane del nostro più intimo immaginario umano” (p. 189).

Luoghi dell’anima più che percorsi di un viaggiatore in cerca di emozioni e di avventure. Posti dove l’anima, appunto, respira e con essa lo spirito che la sottende. (p. 189)

I deserti e le palmiere, le dune e i dromedari, i beduini e gli accampamenti mobili, le pecore e il pastore, il cielo e gli avvoltoi, gli alti alberi di baobab e le grandi fiere ritornano alla mente insieme a tramonti striati di rossi e azzurri. […] Spiagge arse dal sole e gialle di rena contrastano mari variegati di verdi e di azzurri; distese di sabbia picchiettate di palme e coronate di semplici barche che adescano il viandante in cerca di silenzio e di richiami interiori. Tutto intorno bellissime donne dal corpo di ebano sostano sdraiate a riva lambendo l’acqua che incalza la rena. (p. 189-190)

Una terra quella africana, il cui fascino risiede nella molteplicità infinita dei suoi territori, dei suoi scorci, dei suoi panorami mozzafiato, nella natura rigogliosa e superba, per cui il viaggio diventa “ragione di conoscenza” in quanto vedere e visitare questi luoghi permette all’anima di accedere alle diverse sfaccettature dell’esistenza, alla sua bellezza variopinta, al suo essere “territorio di vario splendore e dai cangianti orizzonti di umori” (p. 191).

La lettura di Solitaire svela anche il grande fascino subito dal nostro autore per le città che ha visitato, siano esse città italiane o straniere, le città lo colpiscono per la storia che trasuda dalle loro pietre, per l’umanità variegata che le abita, per le dimensioni le più disparate, per la povertà o la ricchezza che le abitano silenziose.

Ed ecco che pagina dopo pagina, ricordo dopo ricordo, al lettore si presentano le “città misteriose e infinite” della Cina, con la loro povertà dignitosa, l’estrema pulizia delle strade, gli smaglianti colori dei mercati di frutta e verdura. E Pechino, la “Città proibita”, riserva una gradita sorpresa ai suoi visitatori, la possibilità di smarrirsi in una strada che custodisce sogni mai realizzati.

Liulichang è il suo nome, via degli antiquari, ma in essa non soltanto cose antiche si vendono, bensì altre cose appetitose, come oggetti di antiquariato e libri. (p. 186)

Le città africane, “sempre magiche, e non perché contengano in sé il soffio dell’arcano, bensì perché l’uomo con la sua storia vi crea mistero” (p. 190).

Di grande intensità la notte trascorsa nella città di Tangeri, dove l’incontro con il libraio, gli odori forti, le luci e i colori squillanti, lo immergono in una realtà straniante, fatta di folklore e fascino esotico, che lo conduce in un “solenne vagabondare”, ammaliato da tutto ciò che avverte ‘straniero’ e lontano dal suo mondo.

“Mi fu impossibile imbrigliare la mia meraviglia nel vedere accanto a monumenti artistici minareti, accanto alla dovizia del bello tende colorate e un’allegra povertà”. (p. 117)

In Guatemala invece il nostro autore percorre “strade tortuose e interminabili, per raggiungere città irreali, ricamate da assidui lavori in pietra di arte barocca, lontani ricordi di miniere di argento e di altri metalli, e poi sottili strisce di acque, azzurre e lente nel loro scorrere (p. 167).

Ma la città che più ha amato e nella quale ha vissuto più intensamente è sicuramente Parigi.Parigi mi accolse e io l’ascoltai in silenzio” (p. 42). Questa la prima sensazione provocata dalla ‘ville lumière’ in F.A. Giunta, al suo arrivo a Parigi, la prima volta.

Parigi è stata e rimane la mia seconda casa; i suoi boulevards, i quais, i suoi ponti, le buttes, i passages, le chiese e i cimiteri appartengono alla mia gioventù, dolce e tormentata, felice e punteggiata da insofferenze […] Parigi mi ha svezzato al suono rauco di un accordéon, alla gentile parlata di sibilanti lettere e al roteare di sillabe nel vorticoso valzer d’incontri con giovani in fiore e musiche struggenti (p. 121).

Il primo impatto con la città dal profondo retaggio storico-politico fu di immenso stupore per il manifestarsi fisico del luogo dove si erano formate le più grandi menti di artisti e scienziati, che l’avevano resa “il centro dell’intellettualità e della creazione letteraria e artistica” non soltanto europea.

Io, vagabondo solitario, ricordavo a me stesso la grande lezione della storia della cultura che era passata con i sui silenziosi fasti dai quartieri privilegiati di Montmartre (Lapin Agile), Montparnasse (Closerie des Lilas), e per ultimo Saint-Germain-des-Près dove si era svolta la fascinosa e rumorosa avventura degli esistenzialisti e dove era nata, esaltata e consumata la vicenda intellettuale irripetibile dei Caffè letterari (p. 44)

Poi pian piano, l’amore per Parigi ha il sopravvento, per le sue strade “ombreggiate da alberi centenari”, per le “sfumature dei suoi chiaro-scuri”, per i suoi tramonti che coloravano di porpora le acque della Senna, per i suoi luoghi ‘vissuti’ dagli scrittori e dai drammaturghi tanto amati in adolescenza e che avevano contraddistinto il “percorso culturale della […] stessa vita” dell’autore.

una Parigi da scrutare, da centellinare con la vista per immagazzinarla nel cervello e farla rivivere, omogeneizzata e rivisitata, nell’avvenire riproponendo agli occhi le visioni dei suoi quartieri dai colori cangianti come quelli del suo cielo (p. 44).

Ed ogni ritorno, nel corso della sua vita di “viaggiatore curioso”, ha rappresentato un momento importante, di come se ritrovasse un amore perduto, ma mai dimenticato.

Parigi mi ha accolto col suo cielo grigio e l’aria strafottente della signora che sa di essere affascinante e astrusa, bella e incapace di dare il meglio e il tutto di sé in un solo soggiorno, fosse stato esso di pochi giorni o di un tempo più lungo. Parigi vuol essere corteggiata e assaporata lentamente come il placido fluire della Senna che l’attraversa nel silenzio dei suoi cittadini. […] Con gli occhi pieni di ricordi e di stranezze accumulate nel mio flâner per le vie e nei Cafè allora à la page ho voltato le spalle alla mia città stregata (p. 169)

Dalla ‘città stregata’ il viaggio si sposta nella città santa, Gerusalemme, fulcro vitale dei luoghi vissuti da Gesù, che l’autore ha tanto ardentemente desiderato visitare in pellegrinaggio.

Nella seconda parte del volume, intitolata “Interviste, incontri, recensioni”, leggiamo le interviste e i colloqui a volte fugaci, a volte reiterati nel tempo dell’amicizia. Registi, poeti, sociologi, filosofi, uomini religiosi, scrittori africani, premi Nobel si alternano in questa ‘galleria umana’ che costituisce davvero l’“infinito letterario e umano del Novecento” percepito e vissuto dagli occhi del nostro viaggiatore. Ognuno di loro lascia un segno indelebile nel suo cammino, ognuno vi apporta ricchezza, saggezza, perle di un’umanità, brani di Storia e di storie.

Tra questi alcuni ci colpiscono in modo particolare per l’eco profonda che suscitano nell’animo di Francesco Alberto Giunta.

Il poeta Rosario Assunto, esteta e filosofo, legato al nostro autore dalla complicità del silenzio: “I nostri silenzi furono talvolta lunghi eppure v’era un’intesa interiore alla quale fummo fedeli fino a quando le vie della vita ci distrassero per un altrove.” (p. 236).

Il sociologo Danilo Dolci, autore di libri duri come Banditi e Partinico (1955) e Verso un mondo nuovo (1965). Il filosofo Jean Guitton che F.A. Giunta incontra con reverenziale emozione, trovandosi al cospetto di colui che considera:

il vegliardo filosofo dell’Essenziale che tanto ha fatto parlare di sé e della sua gigantesca opera intellettuale […] il più grande filosofo cattolico vivente, colui che ha scritto sull’amore, la famiglia, sui giovani, sull’arte nuova del pensiero […] e che ha impegnato scrittori, studiosi a sceverare e a discutere le sue proposte di infinito amore. (p. 227 ).

Padre Pio che lo commuove per la sua fortezza di spirito e per la propria umiltà. “Quell’uomo, sacerdote di Dio e fratello dei poveri, dei derelitti, degli ammalati, dei miseri, degli abbandonati del corpo e dello spirito” (p. 249).

E infine tanti scrittori africani, emblemi e simboli di una civiltà mediterranea “luogo d’incontro, di studio, di ricerca delle componenti spirituali, culturali e politiche” (p. 280) che da sempre la contraddistinguono. Di rilievo la figura di Senghor, il primo grande poeta della ‘Négritude’, apprezzato dal nostro autore sin dalla gioventù, nel momento in cui nel 1948 la pubblicazione Hosties noires sconvolse gli animi di molti giovani intellettuali che accolsero in lui una fonte di speranza, espressa dai suoi poemi ricchi di immagini che raccontano un’Africa fatta di suoni vibranti e colori intensi.

La terza parte è dedicata ad una raccolta di saggi brevi di vario genere ed argomento, esperienze di vita dello scrittore, riflessioni sulla storia e sulle sue influenze sulla letteratura, sulla civiltà. In “I mestieri nobili” l’analisi della propria situazione familiare alla fine della guerra serve all’autore per rendere un breve omaggio ad alcuni mestieri nobili, come quelli degli stenografi e dei telegrafisti; in “La vita nuova tra Potere e Media” l’attenzione punta sull’informatica, la recente realtà del villaggio globale, il nuovo potere dei media sulla vita quotidiana degli uomini, in quella che può essere ormai definita la “civiltà delle immagini”.

La ‘civiltà delle immagini’ ha un suo precipuo ruolo da sviluppare sempre più in altri settori quale l’arte del figurato, la fotografia, il viaggio, la natura e il paesaggio, ma non certo precipuamente nel campo della letteratura dove c’è, oltre alle immagini, una visione più ampia e complessa del racconto: indagine psicologica tra immagini visive e immagini dell’anima, lo scorrere di uno o più azioni e l’iter di scavo voluto dallo scrittore per decifrare lo stato d’animo che travaglia la fuga o la stasi, rappresentate da quelle azioni e tanto altro. (p. 334)

“Pirandello et ses masques” è un saggio in francese sulla particolare capacità di scrutare l’animo umano in tutte le sue debolezze da parte dello scrittore agrigentino; “Liberi di credere, di sperare” racconta con passione lo scorrere degli anni di quei “giovani speranzosi” che ebbri di vita e di sogni affrontarono con fiducia e coraggio i difficili anni del dopoguerra, confortati dall’amore per le arti, la musica, e al tempo stesso sostenuti da aspettative e da una profonda interiorità, culla di pensieri audaci e di aspettative a volte utopistiche.

Sognammo spesso, anche a occhi aperti, non soltanto voli di aquile e messi di gloria, ma soprattutto amore. Eravamo innamorati della vita prima di ogni altra cosa e lo dimostrammo nelle tensioni e nelle passioni […] Amammo perché volevamo donare qualcosa e non per essere amati […] Amammo per amare, saziandoci per la bellezza interiore che quella inconsueta gioia ci avrebbe donato […] Con l’amore coltivammo l’amicizia, schietta e semplice, e facemmo lunghi cammini in due, in tre, in molti amici. (p. 372)

In “Lettre à personne” succede a volte nella vita di comprendersi l’un l’altro senza grandi discorsi, senza parole. Capita a volte che due persone si scrutino dentro, guardino come riflesso in uno specchio l’uno il cuore dell’altro; infine in “L’incontro e la voce”, un incontro di poeti riuniti “ad intessere la vita di fili sottili, di poesia e di magiche parole”, regala al nostro autore l’occasione di far vibrare le corde della memoria al suono melodioso e polifonico delle voci che popolano il ricordo, “come per incanto sentivo quelle voci, un tempo perdute, riavvicinarsi al mio spirito e potevo ora raccoglierle per farle mie; potevo riappropriarmi di tanti libri mai scritti ma conservati nell’etere e leggerli attraverso la memoria del tempo” (p. 381).

Lasciate però che vi parli della voce dei poeti, chiara, larga di suoni, che al vento serotino imbrigliava l’anima e scendeva lungo i sentieri del cuore e risaliva alla mente per farsi più forte, vibrante di suoni nuovi, ora d’acciaio ora di tamburi, per ritornare subito a squilli di tromba al cervello. […] Erano le voci di modesti e grandi poeti venuti da ogni parte del mondo per sussurrare e gridare il proprio messaggio d’amore e di pace. (p. 383)

Concludiamo questa breve recensione del volume di Francesco Alberto Giunta riprendendo l’aggettivo ‘sombre’ dalla citazione di Baudelaire. Il nostro viaggiatore a nostro avviso ha ben poco di ‘sombre’, il suo andare nel mondo non è oscuro, né nascosto, sembra piuttosto più connotato dall’entusiasmo, dalla gioia e dalle emozioni profonde scaturite da un’osservazione acuta del mondo, dal piacere estetico derivato dalle bellezze del creato che più volte si sofferma a descrivere, incantato, quasi rapito da tanto splendore. Lui stesso si definisce “verbo silenzioso e uomo solitario” (p. 39), “viaggiatore curioso e sempre alla ricerca di un qualcosa che fosse eccezionale se non proprio unico” (p. 121)

Poi vennero i viaggi e lasciati da parte i sogni e le chimere c’imbarcammo solitari alla ricerca della “conoscenza” che da tempo aveva bussato al nostro “io” più profondo. Fiumi lucenti e quieti, acque di laghi addormentati e verdi, mari azzurri e tormentati da venti di ogni provenienza; terre e isole, alberi e frutti di diverse specie, montagne altissime e nevi bianche, perenni; colline e malghe e vette conquistate con fatica, con sudore; villaggi di indigeni e danze tribali, totem e tracce di civiltà antichissime; piramidi innalzate al sole, alla luna, scalinate dirette al cielo; baobab giganteschi e uccelli plananti, perduti in cieli altissimi, striati di rosso, di giallo e di blu. Ghiacciai perenni e gole, anfratti rocciosi, dirupi e orridi, insenature dove il vento siede, si riposa e soffia da signore. Vulcani possenti, rossi d’ira e furenti, altri addormentati e sereni da non svegliare, da non tormentare con domande. Prati a perdita d’occhio per tappeti di smeraldo, campagne ben lavorate e profumate di spighe e di erbe cangianti, masserie e fattorie operose con macchine e animali, cavalli focosi e pezzati che corrono leggeri in spazi aperti; cieli alti, luminosi, solcati da grandi macchine volanti che bruciano lo spazio e il tempo; solenni rintocchi di campane che inteneriscono gli animi. (pp. 370-371)

F.A. Giunta ci confida che ad un certo momento della sua vita sentì forte la necessità di dedicarsi anima e corpo alla letteratura e alla scrittura, “distrutto dal fuoco del leggere e dello scrivere che, ora […] consideravo più congeniali al mio sentire la vita” e tutto ciò vissuto con un unico grande desiderio, quello di riuscire a “recuperare tempi e misure dell’arte del raccontare […] sostenuto da una inimmaginabile bella storia umana che racchiude tante altre belle storie… (p. 234-235)”. Noi crediamo che la sua aspirazione sia stata pienamente soddisfatta e che egli sia riuscito a realizzare quell’arte del raccontare capace di far rivivere al lettore attento luoghi ed emozioni, umanità e sogni, passione e spirito di avventura di cui sono colorati i suoi viaggi.
Recensione
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