Servizi
Contatti

Eventi


Lettura critica del romanzo Bruna

I parte

Bruna di Annamaria Cielo, dato alle stampe in autunno, mi affascinò subito, lo lessi d’un fiato, e - come capita quando si legge qualcosa di bello, subito lo volli condividere con più persone possibili, prime le persone più care e gli amici. Così pure il Natale fu all’insegna di questo libro. A tutti piacque, tutti mi dissero di essere “entrati” nelle pagine, nella casa e fra le “vite” dei componenti la famiglia Cielo, accompagnando la protagonista e gli altri personaggi nelle vicende e nei sentimenti, provando una grande empatia con loro. Ed il merito di Annamaria Cielo è proprio quello di averci generosamente ammessi a far parte di questa costellazione familiare, conducendoci con grande delicatezza e maestria fra le pieghe di una storia che “si intesse” e diventa “metri e metri quadri” (mi piace definirli così) di romanzo.

Bruna è il suo ultimo romanzo, dopo Microcircò ed altre sue scritture tutte profonde e significative, o le sue numerose raccolte di poesia, perché Annamaria Cielo è innanzitutto una poetessa, e dal suo “essere poeta”, oltre che splendida persona, non si esime. E questo per tutti è una grande fortuna e un grande dono.

“Bruna”, forse, non è proprio un romanzo, ma un racconto lungo ed autobiografico, e certamente anche una bella e grande narrazione, dal di dentro, di una famiglia che attraversa un’epoca, l’intero arco del secolo scorso. I suoi personaggi sono gli avi. La protagonista “Bruna” è la madre di Annamaria: Aveva i fianchi tondi, fatti per diventare madre, il carattere affettuoso e la magra prospettiva di restare nubile. La bellezza dei capelli scuri, il colorito leggermente ambrato, gli zigomi alti, gli occhi neri come carboni,le fossette sulle guance se rideva, facevano di lei la donna più attraente di Monteviale. I presagi facevano parte della sua vita fin dalla nascita. Anche incontriamo altri importanti componenti della famiglia Cielo, imprenditori pastai di Rovereto.

Questo libro consente così di aprire una finestra che si affaccia sulle vicende della città, sul Pastificio Cielo e sulle maestranze, tutte storie che fanno parte della Storia anche economica della città. Attraverso l’intreccio di vicende e rapporti famigliari, questa narrazione ci fa vedere una parte dell’imprenditoria roveretana, e ci rammarichiamo quasi, insieme, quando nel 1978, lo stabilimento chiude. Sentite però ora come Corrado Pietro Cielo detto Rino racconta alla sua futura sposa Bruna Dani, contadina vicentina di Monteviale, l’inizio della sua storia imprenditoriale. E di seguito come farà la richiesta di matrimonio a Eleonora, mamma di Bruna.

Ho ricominciato da zero a Rovereto, c’è acqua buona lì, fa ottima la pasta... Oggi ho un’ottantina di persone fra manodopera, impiegati, rappresentanti. Imparai da giovane a lavorare il pane, nel forno dello zio scapolo. Sono cresciuto con il profumo del pane addosso, lo sa che le fiamme più buone vengono dal legno di noce perché mantiene il calore? All’inizio sono viola e bianche, hanno la testa piena di fumo, quando si alzano rosse, allora scoprono la forza. S’infervorò.

E di seguito come farà la richiesta di matrimonio a Eleonora, mamma di Bruna.

Rino schiarì la voce e pregò di ascoltare ...“Madonna, vorrei sposare Bruna se siete contenta”. L’attesa è una brutta bestia, è una brutta bestia come la solitudine, l’attesa fa debole. Bruna rimase nei fiocchi di fuliggine del caminetto senza fuoco. Eleonora teneva lo sguardo fisso a terra, le labbra strette e serrate.

Una 500 azzurra era la macchina di servizio della ditta: aveva impresso alle portiere un elfo dalle guance rosse, a cavallo di una spiga, con un piatto di spaghetti in una mano e nell’altra la forchetta per mangiarli. Chi non se la ricorda questa immagine?!

Nel 1960 Rino ampliò l’azienda. Erano gli anno d’oro: Tra l’uomo e la macchina il rapporto ha sempre qualcosa di intimo, fa parte dell’immaginazione, dell’equilibrio, della volontà di crescere, insieme al timore di perdere potere o dell’essere spiazzato.

Rino non conosceva la paura. Per lui contavano l’entusiasmo e l’avvenire.

II parte

Nel linguaggio di Annamaria, particolare, semplice ma ricco di immagini, di metafore, di aggettivi che dipingono con la parola, oltre a delineare gli accadimenti, un passo mi ha colpito: Il tempo cominciò a osare, e a frugare con urgenza nella speranza. Il coraggio fece un gran salto nel cosmo.

La storia generazionale di Annamaria Cielo comincia dunque da due atti di coraggio, quello del padre e quello della madre. Del padre Rino perché quasi sessantenne e vedovo con tre figli adulti deve annunciare a costoro il suo matrimonio con Bruna. Di Bruna che deve fare fronte a una vita da seconda moglie, lasciando il paese di Monteviale e il lavoro per trasferirsi in Trentino, sposare un uomo più vecchio di lei di 17 anni, cercando di inserirsi, malvoluta, in una classe sociale diversa.

Bruna sapeva affrontare tutto senza paura, perché il timore impedisce l’azione, sottolineava, e ci fa inutili.

Di sorpresa resterà incinta, sfiorerà la tragedia, ma con la sua saggezza otterrà di tenere unite più generazioni all’interno della stessa casa. Sentiamo come Bruna affronta il momento della rivelazione al marito di essere incinta:

Incinta di quattro mesi, Bruna non poteva più stare zitta. I vestiti le tiravano, nascondere le forme era diventato impossibile. Di dare la notizia ne era spaventata. Il tempo correva, correva. La luna era crescente.
Ti posso parlare?, si decise un’alba. Scesa dal letto dimenticò le ciabatte, si portò dalla parte di Rino, lo baciò.
Buon giorno, già sveglia? Disse lui, stringendola a sé. Hai un’aria preoccupata, cosa c’è.
Non vedi niente?
Dovrei?
Non mi trovi ingrassata, guarda qui?
Secondo i medici, quando s’ingrassa c’è salute.
Sono incinta.
Rino, come avesse preso un colpo di grazia, restò di sasso, nel volto immobile la mascella gli mordeva.
Non ci credo, sarà acqua! Scoppiò.
Non dire scempiaggini, il parto è per la fine di agosto
.
Bruna s’ accorse di quanto le pesava quella camera. Il cassettone, l’armadio, il letto, i comodini, le sedie, le tende: tutto era già lì, tutto della prima moglie. Nulla di suo, tranne la biancheria. Non si era mai lamentata, no. Ma ora ne calcolava il peso. Si rimise in piedi e gli si allontanò.
Rino capì che non era uno scherzo.
Come faccio a tornare padre a sessant’anni? Bella sorpresa … non riuscirò a vivere abbastanza per vederlo crescere, disse in tono amaro.
Perché dici così, cosa ti viene in mente? Perché metti un problema sopra a un altro? rispose Bruna, avvilita nell’intimo, impietrita.
A piedi nudi, nella trasparenza della camicia da notte, con il rosa che le arrivava alle caviglie, guardò il marito, come se non capisse dove stava.
Dalle persiane filtrarono tante lucciole di sole che il buio s’illuminò. Rino scese dal letto, s’avviò a lei, la strinse, le accarezzò i capelli, se l’appoggiò contro, la sentì tremare.
Disse: alla malora tutti, cerchiamo di stare contenti, non importa se i figli ci prenderanno per pazzi.

III parte

Altro tema: la casa, anzi, le tre case: quella a Monteviale, attorno alla quale vengono narrate le abitudini e la vita dei contadini, dall’allevamento dei bachi da seta al filò delle donne nella stalla, e altro. Quella di Rovereto, la bella villa padronale, vicina al centro città e alla ferrovia dove un tempo passava un treno ogni mezz’ora. Quella di Folgaria, la casa di montagna detta “Casa del vento”, che il padre della scrittrice costruì negli anni cinquanta e donò alle sue tre donne (la moglie, la figlia di primo letto, la nuora), edificata su un grande prato dove una volta stava un grande noce che il vento abbatté.

Della Casa del vento si legge:

Il ruolo della villa di montagna sarà importante. Nella vita di ogni uomo la casa ha un ruolo importante, ci sono dentro le origini, le vicissitudini, le decisioni, i portafoto, i vestiti, le cartoline, le candele, il gioco delle luci e delle ombre, la giornata e l’anima, il comodino, il pianto e le piante, i vassoi, le impronte della pioggia e della neve. La villa di Folgaria aveva un qualcosa in più, un che d’invisibile, come se la casa tenesse per mano il tempo in attesa di una nave: arrivavi lì ed era terra ferma, terra ferma.

Della villa padronale si legge:

La casa era un groviglio di stanze, sistemate su tre piani, intervallati da un largo scalone in marmo rosa di Verona. La luce vi si spostava a seconda delle ore. La luce sentiva il freddo, il caldo, la cenere delle nubi. La luce vi camminava. Viveva lì, così intimamente da condizionare gli umori.

“La casa come l’universo della famiglia è luogo fisico e metafisico, teatro principale degli avvenimenti dove tutto diventa contraddittorio, anche violento - sottolinea il critico Paolo Toniolatti - e Bruna rappresenta l’ordine familiare, che soprattutto nella crescita della figlia diventa l’ordine delle idee e della maturazione, diventa la madre-parola, vitale nella crescita dei livelli sentimentali, come una radice buona, anche in mezzo al conflittuale.”

IV parte

Infine ci sono nel libro registri narrativi diversi: narrazione in prima e terza persona in frasi vicine, intreccio fra la storia minuta e la Storia come accadimenti nel mondo. Si parte dalla fine del 1800 per arrivare agli anni ‘90. Non c’è artificiosità nei riferimenti storici, c’è un’accuratezza che è puntualità in riferimento ai piccoli avvenimenti. Ad esempio, c’è un passaggio in cui si ricorda la grande crisi dei pastai in Italia nei primi anni Settanta. Eventi drammatici, suicidi degli imprenditori, il dramma del padrone (quasi sempre era un ex operaio) a far fronte ai propri impegni etici verso i dipendenti. E prima ancora si parla del rastrellamento feroce in Veneto nel ’43, della guerra di Libia, della prima trasmissione radio in Italia del ’24; nel ’27 di Sacco e Vanzetti; nel ’66 dell’alluvione in Trentino; nel ’69 dell’allunaggio ...

Tracce, ma che si intrecciano perfettamente al tessuto narrativo: la grande storia fa da “colonna sonora” alla piccola storia.

Leggere Bruna, questa narrazione comprensiva e “comprendente”, è come entrare in una galleria d’arte: ogni capitolo una sala. Ogni “passo” è un quadro, dipinti fatti di parole, che disegnano e colorano come quadri naïf dalla nitida rappresentazione, sobri - sempre profumati, “immaginifici” nei particolari. Ad esempio, durante la lettura che descrive il cortile della casa, il cortile si sente prima che vederlo, si prova il passare delle stagioni, espresso con precisione e levità. Le stagioni della natura sono intrecciate a quelle della vita: Gli anni passarono. Gli anni seguitarono a sciogliere le nevi, a far cadere i goccioloni sulle primavere, a falciare le erbe dell’estate. Un autunno il freddo si mise il cappotto, ed era già guerra.

Sarà forse un modo di scrivere prettamente femminile, ma indubitabilmente elegante, raffinato, evocativo e di forte bellezza.

Recensione
Literary © 1997-2022 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza