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Alessia

La poesia di Raffaele Piazza non disdegna assolutamente dal porsi in un preciso canone di riferimento: quello della lirica, nella accezione più tradizionale ed autentica del termine, ossia di poesia che prende la forma essenzialmente del canto e della lode (e con il genere della lode, in fondo, nasce la nostra letteratura nazionale), lode della figura femminile qui di indiscussa centralità: quella Alessia che dà il titolo al libro e già fondamentale in tutta la produzione dell’autore. Si considerino alcuni versi come esempio di questa poesia che sceglie la forma lirica con consapevolezza di riferimenti stilistici e nell’impronta versificatoria che sceglie di darsi:

Sera serena in limine all’acqua
di sorgente fredda e azzurra

Alessia, anima di stella nel nero
dei rondoni sui fili della luce
a scrivere parole con i voli.

Alessia è l’eroina e la protagonista di questi versi che la vedono attraversare, con una logica non sequenziale e non strettamente narrativa nel senso diacronico del termine, diverse fasi ed episodi della sua vita, da giovane ragazza e studentessa fino a donna matura e sposata, in una successione di eventi riferiti, che si svolgono dal 1984 (più volte citato) fino al 2014, nell’arco di un ventennio che pur avvenendo in una formula storicamente determinata, in un elenco preciso di luoghi (Ischia, Capri, Assisi, Salisburgo, etc.) e contesti naturali, pare in realtà sospeso in un’atmosfera indefinita, fra la favola e il sogno. Alessia si distingue per la sua gioia di vivere, si impone per l’immediatezza, l’ingenuità verrebbe da dire, della sua persona, tutta centrata nella ricerca di un completamento nell’altro per il tramite dell’esperienza amorosa (il suo amore per Giovanni, vissuto con consapevole passione, con una carnalità da un lato ingenua e dall’altro spregiudicatamente disinibita), esperienza per lei centrale come chiede una donna che desidera la vita, senza mediazione o pentimenti tardivi.

Come fa correttamente e diffusamente notare Antonio Spagnuolo nella sua partecipata prefazione, tutta l’opera è come scritta in una lingua sospesa fra immaginazione e ricordo, fra desiderio e volontà, come se vi fosse una epochè spazio-temporale, nonostante tutti i riferimenti ben precisi e circostanziati di cui si è detto: questo porta a un’idealizzazione della figura femminile, che trasforma Alessia in una sorta di archetipo del femminino. Alessia sembra vivere in un tempo sospeso, quello in cui tutto può accadere, all’incrocio fra un tempo che si arresta per proiettarsi in un futuro possibile o ambìto, come si inferisce bene in questi versi:

Alessia illuminata, plenilunio
mistico e sensuale sulle cose di sempre,
la casa, la stanza, la città
il rosso del telefono. Tutto si ferma.
Tutto accade.

Altrove si dice anche che Alessia “sta infinitamente nella camera / ad angolo con il tempo”, dove quell’avverbio “infinitamente” ribadisce questo concetto di tensione e di conflitto fra essere e tempo, in lotta “contro un tetto di cielo / da sfondare con mani affilate” per trasformarlo in evento, vita compiuta. Questo bisogno di un “varco”, di una soglia di senso che possa illuminare il percorso lungo cui si muove la vita, di Alessia per prima, ma, con il suo tramite, di tutti, è lampante lungo tutto il libro e trova espressione particolarmente felice in questi versi, così limpidi e dal tono quasi messianico:

ansia stellante a sommergerla
nell’inalvearsi col pensiero
nella radura del futuro, anni
a manciate ad attenderla al varco

Il linguaggio usato dall’autore è saldamente innervato nella nostra tradizione poetica, a tratti arcaizzante nello sfoggio di termini ricercati ed eruditi, ardito nella costruzione sintattica con frequenti inversioni e iperbati insoliti. Il lettore è trascinato in un mondo verbale, quasi un idioletto personale iterato con consapevolezza e persistenza, certamente originale, capace di restare sospeso fra reale e possibile, fra memoria e desiderio (i due estremi di cui ci parla anche Eliot, riscritto in un passaggio singolare che merita di essere citato: “Alessia azzurrovestita per la vita dopo marzo / sarà aprile, il più buono dei mesi”, capovolgimento del celebre incipit di “The Waste Land” in cui si dice: “April is the cruellest month”).

Come ho già avuto modo di sostenere in una precedente recensione, credo che soprattutto per questo lavoro di Raffaele Piazza si possa ribadire, a fortiori, che egli “si schiera al di fuori di qualunque ordine stilistico e contenutistico precostituito, la sua è una poesia quasi anti-storica e anti-contemporanea per temi e scelte. Si potrebbe essere tentati di ritenere che voglia essere coscientemente “inattuale” con questa sua scelta “deviante” di poesia, perché forse è proprio questa per lui la strada perché si possa (anzi si debba: “il faut”), dicendola con Rimbaud, être absolument moderne.” E soprattutto in questo lavoro, particolarmente coeso sia contenutisticamente che stilisticamente, Raffaele Piazza conferma la sua cifra stilistica che lo porta lungo un percorso solo suo, aldilà di qualunque condizionamento, di qualunque moda o indulgenza verso il lettore.

Recensione
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